Pubblichiamo un intervento di Sergio Baratto, slavista e redattore della Rivista "Il Primo amore", scritto a seguito dello sgombero dei Rom dalla Bovisasca di Milano. Si aggiunge al tema anche l'ordinanza dell'assessore Cioni di Firenze contro gli accattoni.
Non è un paese per poveri di Sergio Baratto
A Milano sgomberano l'ennesima baraccopoli di disperati, tra i soliti commenti nazisti della gentaglia di merda che – non so spiegarmi come – ha sostituito negli anni i milanesi originali con dei cloni antropologicamente degenerati.
Mentre la sindaca latita, probabilmente occupata a smaltire la sbornia di godimento (quello permesso dalla Chiesa, per carità d’Iddio) per la valanga di soldi che arriveranno al Comune e ai suoi amici palazzinari con l'Expo 2015, Il vicesindaco in giacca cravatta e orbace fa piazza pulita – anzi Bovisa pulita – di rom.
La maggior parte di quegli straccioni ha un lavoro; alcuni, addirittura, un lavoro regolare! Gli altri no, continuano a lavorare in nero nei cantieri delle nostre belle piramidi. Ovviamente ci sono vecchi, malati, bambini, donne incinte.
In un paese di esseri umani, uno direbbe: toglierli dalle miserabili bidonville in cui vivono in sé è doveroso. Non per gli abitanti del quartiere, ma per gli abitanti della bidonville.
Il problema è che non funziona così, perché evidentemente non siamo un paese civile (infatti a mio modesto parere siamo un paese di merda).
Funziona così: arrivano i birri, arrivano le ruspe. Non ci sono ulivi da sradicare e le donne non urlano in arabo, ma in sostanza la scena l’avete già vista ripetersi altrove. Le ruspe schiacciano le baracche con dentro quaderni e libri di scuola, vestiti, biberon, bambole, biro, pettini, pantofoline. Gli occupanti finiscono in mezzo alla strada. Letteralmente. Gente che ha figli piccoli e un lavoro, la cui unica colpa è non possedere una casa, da un momento all’altro non ha letteralmente più un posto, non dico un tetto ma una tettoia sopra la testa. Dove dormire? ’Azzi sua.
Siccome, a quanto pare, i poveri si ostinano a non voler sparire dalle nostre belle città piene di boutique e polveri sottili, se ne andranno da qualche altra parte, in qualche altro quartiere di periferia, incontro a qualche altro comitato di residenti. Fino al prossimo sgombero.
L’altro giorno ne ho incontrato uno, di quegli ottocento baraccati della Bovisa. Aveva tre figli piccoli, gli occhi azzurro scuro, una faccia che sembrava scolpita nei millenni. Stava cercando di raccogliere trenta euro per comprare una tenda.
Bene. Cioè, male.
La Milano che produce PIL, s’e già detto, gode. L’Expo 2015 è una manna dal cielo per i cosiddetti
“costruttori” che magari fino a domenica scorsa navigavano in
acque cattive.
La Milano delle pecore vegeta come sempre e sugli elastici delle labbra, pronta a scattare, ha sempre almeno una pietra appuntita. La pietra del
razzismo e del linciaggio.
Si è alzata solo una voce di protesta. Di chi mai sarà stata questa voce così controcorrente? Dei compagni? No, quelli stanno
schisci, come si dice qui. Ci sono le elezioni, vorrai mica scontentare l’elettorato potenziale?
No, no, era la voce della
curia. Inspiegabilmente, a Milano l’arcivescovo si occupa di poveri più che dei finocchi: probabilmente in Vaticano non se ne sono ancora accorti. Quando se ne accorgeranno saranno dolori. Fuori Tettamanzi, troppo
comunista, dentro qualche Bagnasco o Ruini.
Dunque succede che a Milàn i preti facciano discorsi non dico di sinistra, ma improntati a u minimo sindacale di buonsenso e di umanità:
«La legalità è sacrosanta. Ma l'impressione è che qui si stia scendendo abbondantemente sotto i limiti stabiliti dai fondamentali diritti umani, che imporrebbero, insieme allo schieramento delle forze dell'ordine in atteggiamento antisommossa, qualche tanica d'acqua, del latte per i più piccoli, un presidio medico, qualche soluzione alternativa per i bambini, i malati, le donne in gravidanza. (…) C'è da augurarsi che il clamore e i festeggiamenti per la grande opportunità conquistata con l'Expo 2015 non diventino il paravento e il pretesto per nascondere o spostare un metro più in là, i drammi di questa città».
Così si è espressa la Curia, a proposito dello sgombero di cui sopra.
Ma si sa che per la destra i preti son buoni solo quando attaccano froci e aborti.
Il “mio” gagliardo vicesindaco è fedele al fascistissimo e immortale slogan, al mussoliniano virile ferrigno slogan “Me ne frego”.
Riporto il virgolettato a imperitura memoria:
«…Non c'è stata violazione dei diritti umani. Perché dobbiamo pensare ad alternative a chi occupa abusivamente un'area?»
Già, perché? Forse perché siete una cosiddetta istituzione pubblica di un paese (sulla carta) civile e democratico? Forse perché è preciso compito e dovere delle istituzioni affrontare con umanità i problemi dei più disagiati?
No, ci mancherebbe. Scherziamo? Il Comune è un’istituzione privata, la
Comune di Milano S.p.A., mica un’associazione caritativa. Il suo compito è la gestione degli interessi dei suoi azionisti: commercianti, banche, palazzinari. Insomma, dei proprietari dei mezzi di produzione e in generale dei cittadini dotati di un reddito adeguato.
Ah, questa che segue è stata la reazione di D***ela Santanc**, una donna che dell’ossimoro (lotta contro i consumatori di coca e frequentazione assidua del Billionaire) ha fatto una ragione di vita. Sarebbero parole esilaranti, puro cabaret dell’assurdo, se non fossero luttuose e feroci:
«Ieri per i diritti dei no global, oggi per quelli dei rom, il cardinale Tettamanzi non si smentisce purtroppo mai e meno male però che tanti pastori della Chiesa si battono per la sicurezza degli italiani» (
qui, se volete rimettere il cibo appena ingurgitato, tutto l’articolo).
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Quando sul tram o sul metrò sale qualche violinista zingaro, le sciure perbene si lamentano ad alta voce. Ah, quanto si capisce come desidererebbero tanto avere un duce o un Führer cui delegare la liquidazione del
lumpenproletariat! Non desiderano altro, si capisce da come si vestono, da come piegano la bocca, dal tono dei commenti, da tutta la loro faccia di merda.
Ma anche i loro figli e nipoti sono inguardabili e inascoltabili. Spiace dirlo, perché se c’è una cosa che ho sempre detestato sono i tromboni pieni di risentimento per la gioventù mancata o perduta. Spiace dirlo ma basta guardarsi intorno per capire che oggi i ragazzi sono sottoposti a un lavaggio del cervello disumanizzante come mai prima d’ora, per intensità e pervasività. Generazioni di pirla incattiviti, ottusi, educati a obbedire e a non farsi domande, si susseguono l’una dietro l’altra. Le tare della coscienza passano di padre in figlio, di madre in figlia.
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Meglio tardi che mai?
La Commissione per le libertà civili e la giustizia del Parlamento europeo si è svegliata e finalmente ha certificato che i Centri di Permanenza Temporanea (CPT) sono un’aberrazione antidemocratica e indegna di un paese civile:
qui.
In sostanza il nostro Paese ha legalizzato i Lager. Ma, a quanto pare, non frega niente a nessuno. Anzi, probabilmente una bella fetta di opinione pubblica ne vorrebbe di più, e più
cattivi. Che stiano tranquilli: il B*rlusca ha promesso che sarà fatto.
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Non parlerò della nuova
trovata della giunta di centrosinistra fiorentina, tanto ne avrete già letto o sentito parlare alla tele.
Basta, mi sono rotto i coglioni. Mi viene lo schifo, a furia di scrivere di queste cose.
Basta basta basta.
Sergio Baratto (www.tunga.splinder.com)