di Giorgio Piovano
Proemio
Questo è il poema degli uomini senza storia
che alle cerimonie fanno sempre la parte del pubblico
e vengono a galla solo quando si compilano
le statistiche dei cataclismi:
il poema degli uomini che non hanno mai
avuto bandiera
e si sono sempre trovati
accodati a quelle degli altri.
Questo è un poema anonimo e materiale
fatto solo di cose usuali
e di facce senza niente di speciale;
poema così povero e rozzo
che per spiegarsi non ha
se non le parole di tutti i giorni
e di tutto il campionario
delle gioie e dei colori
che la Vita mette in vetrina
sa commuoversi solo di quelli
che si possono chiamare
con nome e cognome.
E questo è il suo proemio
messo avanti per avvertire
le schiave Anime Nobili
che qui non è aria per loro.
Inoltrarsi qua dentro è come entrare
in un gran casamento operaio
dove dai muri troppo sottili
anche a non volere s’intendono
le scenate famigliari
e gli strilli dei bambini.
E bisogna affrontare le scalette
coi mattoni slabbrati e le ringhiere
affumicate e i pianerottoli
con il secchio delle immondizie
e i ballatoi che sciorinano sui fili
del bucato le più segrete e rattoppate
intimità.
Il poema è così, lungo e ordinario
e monotono come le buone ragioni
della povera gente, che nessuno ha mai tempo
a dargli retta – tanto tutti le sanno.
Nel poema però le ragioni dei poveri
si stringono anonime e aggrondate
come in un nebbioso giorno feriale
la moltitudine degli uomini in tuta
che s’incammina senza canzoni
né fanfare verso il centro della città
e al passaggio la gente scantona
e si sprangano porte e finestre
e muoiono tutti i discorsi
degli avventori al caffè
che ascoltano col batticuore
dietro la saracinesca calata
lo scalpiccìo innumerevole
che cresce sui selciati
ormai sgombri; mentre lontano
in fondo al corso dietro i tram abbandonati
affacciano il muso massiccio
le automobili che precedono
i plotoni in assetto di guerra
che avanzano guardinghi
coi moschetti spianati… Che vuoto
allo stomaco allora, come tutto
alberi e case ti si fa
ostile, amaro, come tutto irride.
No, non c’è tempo allora per la Gloria
laureata di registrare il gesto
del padre di famiglia
che non si sbanda, che si china a raccogliere un sasso,
nessun Dio interviene per lui
soccorrevole a dirigere il colpo
mentre lacrima accecato dal gas.
È per questo che in questo poema
il proemio si apre
alla buona, senza l’Aurora
ditirosata ai davanzali del cielo
ma soltanto con frenesie
subitanee di svegliarini rompisonno
e chiassate di galli malati d’insonnia
nelle stie dei solai.
Il poema s’avvia ch’è ancora notte
con gli uomini imbacuccati
nelle vecchie mantelline militari
e li segue per le carraie
dove la neve fatta poltiglia
impaluda tutti i passaggi
e parte con loro insonnolito
dalla stazione secondaria
battendo i piedi per riscaldarsi
contro il piantito del carro bestiame
e dall’arrivo aiuta anche lui
a sforzare il catenaccio del gelo
che ha inchiodato il portello.
Così finisce il proemio del poema
mentre urlano le sirene
e la gente in fila ai cancelli
timbra frettolosa i tesserini.
Il proemio si chiude così
in fretta e furia
e appena appena riesce a infilarcisi
il ritardatario che arriva
trafelato, con la bicicletta a mano
a sentirsi dire che è in multa,
e sacramenta perché pensa
che all’uscita gli toccherà
ancora darsi da fare
a trovare del nastro isolante
per rattoppare il copertone
tanto che tenga fino a casa.
Primo
Il primo canto è di lavoro
ma non di quello che nobilita
lavoro che sporca e fa puzzare
e tinge le maglie sotto le ascelle
e sbrindella le tute già rattoppate
come la carcassa di Arlecchino;
lavoro con le maniche rimboccate
che sputa sui calli prima di cominciare
lavoro di uomini tutti insieme
sotto il sole di luglio a mezzogiorno
che tirano in cadenza e gridano – “Oh issa!”
Il primo canto è il più importante
perché è quello che avvia la trama
interminabile dei giorni
sempre uguali che si ripetono
e si accumulano e fanno anni e anni:
la trama che manda avanti tutta la storia
e lega intermezzi e digressioni
ed è presente in ogni pagina
anche quando rimane sottintesa.
Il primo canto è la chiave di tutto.
E in questo riprende le orme
dei poemi veri, con gli Eroi
attaccabrighe, e i puntigli delle Dee
dove tutto dipende dall’imbroglio iniziale;
e perciò bisogna fare ogni sforzo
per farlo bellissimo e solenne
e con tutto il necessario
perché non sfiguri al confronto.
E anzitutto ci vuole il paesaggio
e il paesaggio glielo facciamo
di capannoni tutti uguali
coi vetri rotti ai finestroni,
di ciminiere fuligginose
col parafulmine in cima,
di cumuli di rottami,
di distese di barilotti
di carburante, di carbone a colline
tutto quanto incorniciato
tra ricami in geometria
di graticci cavi e travature
profilati contro il cielo;
e come sfondo al panorama
torri nere di altiforni
a duemilaottocento gradi
mai spenti per vent’anni.
E poi ci vuole movimento
e il movimento glielo diamo
di montacarichi che salgono e scendono,
di decauville che vanno e vengono,
di altalene di pistoni nei cilindri,
di vortici di pale nelle turbine,
di fughe di vapore dagli stantuffi,
di giostre vertiginose di seghe a nastro
tra zampilli di trucioli e scorie;
e a cavallo di tutto il carro ponte
in viaggio sulla sua testa.
E poi ci vuole anche la musica
e la musica gliela suoniamo
con fanfare di lamiere
martellate dai magli
e rugghi di fiamme ossidriche
che mordono acciaio
e tuoni di colate
e ronzii di trasformatori
e bollori di ghisa nei crogioli
e frastuoni di motori d’aviazione
al banco di prova;
e come contrappunto
pezzi grezzi al graffio della smerigliatrice
che urlano come uomini al tavolo operatorio.
E infine tutto è pronto per la gesta
epica degli uomini che si arrampicano
lungo i fianchi dei transatlantici
nei bacini di carenaggio
mentre le grinfie d’acciaio
delle gru levano al cielo
come un’offerta le travi da una tonnellata
e ai portali di ferro alti venti metri
bussano invano i tonfi sordi
delle ondate che vengono a morire
ultimi aneliti della mareggiata
che infuria oltre i bastioni del molo;
o di quelli che si sparpagliano
lungo le vie sotterranee
delle miniere e attraverso i cunicoli
esigui dove si striscia carponi
con sulle spalle la cassetta
di dinamite gelata da posare piano
fino al budello dove alla luce rossigna
della lampada di sicurezza
un uomo rannicchiato dirige
contro la roccia il sussulto
frenetico della perforatrice
e il suo corpo seminudo
luccica e si stria di sudore
nel calore di fornace che cresce
man mano che ci si addentra
nel vivo del pianeta.
Così procede il primo canto
e ci dà dentro per otto ore
senza contare gli straordinari
sempre uguale e sempre daccapo
finché arriva l’altra squadra
per il turno successivo
e può smontare e se ne va
indolenzito
asciugandosi il sudore;
ma siccome non c’è specchio
non si accorge della ditata
di lubrificante sul viso.
Secondo
Il secondo canto è bell’e finito
con lo scopone arrivato a ventuno
e il fiasco che non ce n’è più
e non resta che dare una voce
per il conto, e incamminarsi
con la testa che pesa
e le tasche vuote
a affrontare la scenata
coniugale, coi rinfacci
di quel che tua moglie sarebbe stata
se non avesse sposato te ;
finché il quadro è completo
di piatti rotti e lacrime
e improperi e ceffoni in piena faccia
e ragazziserpenti che si rivoltano
e gridano a suo padre – “Vigliacco!”
Il secondo canto passa in un volo
fatto solo di domeniche
tutte bruciate all’osteria
ai lunghissimi tavoli anneriti
decorati d’impronte viola
di culi di bicchiere
tra mazzi di carte bisunte
e fumo di trinciato forte
e rumore di botte rinterzate
dalla saletta del biliardo,
mentre i giovani si montano la testa
con le sale lussuose e le amanti biondissime
e i delitti e le avventure di Tartan
nei cine di periferia
e uscendo con gli occhi pieni
dalle porte laterali
che mettono nei vicoletti
sono subito riscossi
dal fango del marciapiede
e dal puzzo dei pisciatoi.
Terzo
Il terzo canto si lamenta
col gemito dell’infortunato
divorato dalla febbre
che non può dormire e contempla
sbigottito la danza macabra
dei fantasmi che il lume
in fondo alla corsia
evoca sulle pareti
della camerata;
e racconta una storia confusa
di dita prese negli ingranaggi
di mani incollate ai cavi dell’alta tensione,
di armature che vacillano e si sfasciano
di cinghie di trasmissione che si spezzano
e frustano l’aria come schioppettate.
È un canto lugubre e doloroso
come le giornate di sanatorio
degli uomini tenuti a dieta di latte
per digerire la sabbia della pulitura
che si morsicano le labbra per non urlare
un canto tutto di patimenti
tra un odore acre di etere
e trapani sull’osso vivo
e bisturi a incidere i visceri
e garze imbevute di alcool
su e giù tra muscoli e tendini.
È un canto tutto rosso della vergogna
dell’invalido che non può far nulla da sé
e perfino per un bisogno
deve chiamare la suora
che metta sotto la padella
e sbrigarsi lì,
sotto gli occhi di tutti.
È un canto smunto e patito
come il convalescente che si trascina
da un letto all’altro, senza più forze
e coi panni diventati troppo larghi
mentre la moglie si affanna
da una burocrazia all’altra
e tutti fanno a scaricabarile
con la scusa che la disgrazia
non è stata conforme a regolamento:
il convalescente che all’uscita
dall’ospedale, benché si appoggi
sulle stampelle, lo prende il capogiro
e gli occhi non sopportano il riverbero
del sole sulle facciate davanti
e deve chiedere un momento
di respiro, per abituarsi un poco,
benché rifiuti la carrozza
per non spendere altri soldo:
e col portiere che saluta
vorrebbe anche scherzare
sul risparmio della scarpa,
ma la gamba che non ha più
gli pesa come un vagone.
Quarto
Il quarto canto è monotono e grigio
come una pioggia d’autunno
contemplata dai vetri sporchi
di un ammezzato nel cortile;
tutto fatto di miseria
e di donne che combattono
con la quindicina troppo lunga
e la busta paga che non ci arriva.
Il quarto canto racconta una storia
sempre uguale di scarpe rotte
e di abiti rivoltati
e di brodo fatto coi dadi
e di pietanze di sola erba
e di padroni di casa che guardano male
perché il bimestre è scaduto.
È la storia lunghissima e umiliata
delle famiglie che si sono trovate
impotenti a fermarsi sul piano inclinato
che attraverso le tappe degli inverni
nelle soffitte gelate
con la stufa accesa soltanto a mezzogiorno
e dei debiti dal fornaio
saldati alla fine del mese
con stento sempre maggiore
e degli anelli matrimoniali al monte di pietà
non più potuti riscattare
e delle botteghe dove non ci si fa più vedere
per non essere affrontati
irosamente coi conti alla mano
ti fa ruzzolare alle conclusioni
degli amici che fanno carriera
e ti lasciano indietro
e dei parenti arricchiti che compatiscono
e si vergognano a presentarli ai conoscenti
e della tua donna che ti stima un poveruomo
e nota ogni giorno di più
che i tuoi capelli si sfoltiscono
e ti puzza il fiato
e dici anche delle volgarità.
Il quarto canto parla anche di bambini
ma non di quelli che sorridono
e fa piacere portarseli ai giardini
dove trovano sempre qualcuno
che si diverte a interrogarli
e li sculaccia ridendo.
Questi qui sono di un’altra razza
quella che non è mai pulita
e bisogna cambiarla ogni momento
quella che la notte non dorme
e vuole le ninnenanne interminabili
alle dieci e a mezzanotte
e alle due e alle tre:
bambini che passano da un male all’altro
e morbilli e orecchioni
e scarlattina e gastrite
e a scuola sono sempre i più mingherlini
e, per quanto si sforzino, gli ultimi della classe.
Il quarto canto parla anche di gioventù
ma di quella che non sogna e non s’illude,
gioventù fatta solo di scampaforche
sempre in strada, che si rivedono
solamente alle ore dei pasti
e bestemmiano già come i grandi;
oppure di smorfiose
già tinte a tredici anni
che pensano solo a ballare
e arrivano a casa tardi la sera
inventando ogni sorta di storie.
E tutti imparano prestissimo
a farsi la loro parte
nella paga, invece di metterla in casa
dove pure li mantengono;
e hanno tutti un mondo di pretese
e non sono mai contenti
e, appena possono, se ne vanno tutti
in un modo o nell’altro.
E il quarto canto finisce così
con la tristezza di due vecchi rimasti soli
nella casa deserta, a fare economia.
Il quarto canto finisce senza notizie
di quelli che sono partiti.
Ma alle volte, è fin meglio:
che almeno non sappiamo la fine
dell’avventura della figliola
stufa di pungersi le mani
agucchiando, stufa di strapazzate
in magazzino, stufa di girare
sempre con lo stesso gonnellino
e senza calze anche d’inverno,
che si è messa col gerente della ditta
per avere anche lei
il suo pellicciotto d’agnello, finalmente!
E del resto nessuno ne ha colpa
se il mondo è fatto in modo
che i venti contrari dell’esistenza
ti dirottano al porto
di chi non ha più niente da perdere,
e qualcuna lo deve pur fare
il mestiere – basta sapersi abituare.
Così il quarto canto si spegne
anche lui, tra i silenzi
grevi delle sale affollate
col fumo delle sigarette a mezz’aria
tra gli specchi e gli ori falsi
e ossessioni di sguardi d’uomini ammutoliti
che la cassiera dal suo angolo pungola a intermittenze:
<<e allora, cosa siamo venuti a fare?>>.
Quinto
Il sole a picco sulle marmitte
dei gasometri alla periferia
e i corsi solitari dove l’erba
verde resiste e disgrega l’asfalto
stampato di recenti orme sui carri;
le fabbriche sperdute in mezzo ai prati
col pennacchio di fumo in cima alle esili
ciminiere; i pali del telegrafo
che si danno la mano all’infinito
e le rotaie luccicanti sul rettifilo
così lungo che il capolinea
si sfa nelle brume della calura:
questo è il deserto che si spalanca
all’avventura del ragazzo
scappato di casa che se ne va
solo col suo rancore
fiammeggiante. Di lui
non saprà che la lucertola
sospesa a una parete abbagliante
che si volta a guardarlo
col cuore in gola.
Ma questo canto dirà le sue ragioni,
le ragioni dei ragazzi torvi e silenziosi
che perfino sua madre li chiama piaga e lavativo
e suo padre li ripassa ogni giorno
a manrovesci e cinghiate;
i ragazzi che il maestro sentenzia
ogni giorno che finiranno male
e il prete consiglia alle mamme
timorate che mandano
i figlioli al catechismo
di non lasciarceli insieme.
Questo canto dirà quel che non dicono
i menti caparbi incollati sul petto
e gli occhi che fissano le scarpe
quando tornano a casa dalla partita
con la giacca strappata e un occhio pesto
e senza voce dal gridare
e sua madre interroga e minaccia
e supplica e si dispera senza costrutto.
Perché questo canto è stato con loro
ogni giorno più lontano
nelle scorribande che prediligono
i cavalcavia fuligginosi
ove è bello sostare a ricevere
in pieno viso il vapore
candidissimo delle locomotive in manovra,
e i canali dove si va
miglia e miglia in equilibrio
sulle spallette fino alle darsene
dove dormono a specchio
dell’acqua morta i barconi dimenticati;
ha spiato con loro l’accampamento
degli zingari impassibili e taciturni
con le donne nerissime dalle lunghe sottane
multicolori e i cavalli irrequieti
che scuotono le criniere infiocchettate,
e ha attaccato battaglia di sberleffi
e di sassate con la turba
di gentetta sbucata
d’improvviso dietro le ruote del carrozzone
a insolentire inviperita in una lingua
assurda e ad aizzare
un suo cagnaccio ringhioso;
e ha cercato anche lui sulle orme
dei soldati in libera uscita
che si scambiano vociando i lazzi
da tenere bene a mente, i passaggi
segretissimi che conducono
tra il labirinto delle stridette
e dei mercati e dei voltoni
e degli angiporti e degli anditi bui
fino al mistero dei vicoli
maleodoranti dove girano
solamente gli uomini.
E la sua storia è quella della banda
che organizza le sparatorie
dei petardi sui binari del tram
e le scampanellate notturne
che terremotato il casamento
dal primo all’ultimo piano
e le sassaiole di precisione
che mandano in pezzi i lampioni
e fanno crollare gli isolatori
di porcellana dai loro bracci di ferro:
una storia di risse e di pugilati
e di raccolte di cicche sotto i tavolini dei bar
e di partite trafelate sui campi
di Piazza d’Armi dove le porte si fanno
di pile di giacche
e bisogna difendere il pallone
dall’insidia dei garzoni macellai
che se lo passano ridendo e intanto si spostano
verso le case: una storia
di bravate e di gazzarre
e di latte vuote legate alle code dei cani
e di vicini che protestano
e di scenate in casa e di vendette
e di giardini sottosopra
e di topi morti nelle cassette della posta
e di carretti di fruttivendoli svaligiati
e di guardie che inseguono e di camion dove si salta
(al volo
finché a farci passare il buontempo
arriva il giorno che ci spediscono
senza tanti complimenti a imparare
un mestiere e ci si ritrova
chi a dare l’ultima ripassata
di lucido alle scarpe appena suolate
chi a mettere le pezze sulle camere d’aria
e a stringere i dadi dei freni con la chiave inglese
chi a insaponare le barbe
e a spazzolare ossequioso i soprabiti
chi a pedalare svogliato sul triciclo
portando a spasso il cestone di pane appena sfornato
chi a sporgersi pallido da un assito
senza parapetto al settimo piano
manovrando il montacarichi che issa
il secchio di calce da trenta chili
da portare al capomastro;
e tutti alle faccende più noiose
e più sgradite, tutti a far le spese
delle lune degli altri, tutti di ramazza
al mattino in bottega, tutti che il lavoro
non è mai fatto bene, tutti a farsi
maltrattare dai clienti morosi
che si adontano quando gli portiamo
il conto, come se ne avessimo colpa
proprio noi: e tutti seri
troppo presto e sempre rabbuffati
e incattiviti, con il sonno
arretrato sempre da riguadagnare.
Solo uno che il medico ha detto
che sarebbe meglio tenerlo
riguardato, lo faranno studiare e finirà
come sono finito io
a fare i compiti nel retrobottega
tra i mucchi di biancheria sporca
e i vapori acri della lisciva
e combattendo con l’algebra si sforzerà
senza riuscirci di allontanare
conturbato il balenio
abbagliante delle poppe bianchissime
delle ragazze curve sul mastello a lavare
e a scuola sarà sempre lui
malgrado i rinfacci quotidiani
dei sacrifici che fa la famiglia
per mantenerlo a fare il signore,
la pecora nera
che le insegnanti alla prima occasione
esiliano nel deserto del corridoio
ampio e freddo dai grandi finestroni opachi
dove cola incessante la pioggia,
e andando in punta di piedi
lungo la prospettiva lunghissima
dei cappotti alla parete e i cipigli
degli Uomini Illustri di gesso,
scongiurerà l’anatema
ritessendo sul pavimento
gli itinerari geometrizzati
delle piastrelle bianche e blu
persuaso che se ce la fa
a mettere i piedi sempre sullo stesso colore
sarà una buona scaramanzia.
Ma il canto lo lascia andare
al suo destino, e preferisce
congedarsi con qualcosa
di più sano. Oh il ragazzo
appostato sulla scarpata
vicino al casello, nell’erba alta, solo
a mezzanotte con le stelle
mentre appare alla curva e s’avvicina
lo sguardo allucinato
dei fanali del direttissimo
e prima che tutto s’imbuchi
nel traforo, l’ultimo lampo
azzurroverde dei pantografi
del locomotore sul filo di rame!
ma meglio ancora la ghenga
la mia ghenga quando ce ne andavamo
insolenti tenendo tutta la strada
e fissando tutti nel bianco degli occhi
permalosi e aggressivi
come tanti galletti (ma le donne, no:
le donne le guardavamo specchiarsi nelle vetrine
e pensavamo come fossero, sotto i vestiti)
meglio ancora il barabba
che in me uccisero, coi capelli sugli occhi
e il maglione stinto da ciclista
abbottonato sulla spalla
che sputa in terra un suo scaracchio
virile e guarda fosco e provoca
spavaldo: <<Passa quello, se hai il coraggio!>>
Sesto
Il sesto canto sorride
sospiroso come le bocche
accese e dubitose delle donne,
le nostre donne che sciamano
la sera in lunghe file dai cancelli
delle filande e si affrettano sotto la pioggia
schivando le pozzanghere e serrandosi
al collo l’impermeabile stinto
di cotonina e sui capelli la sciarpa
di lanetta fatta in casa
che la madre previdente ha insinuato
la mattina nella borsa a rete
accanto all’involto del pane e frittata
per la colazione;
e noi che le aspettiamo
appoggiati alla bicicletta
sotto un voltone, sappiamo
che il ritardo è perché hanno dovuto
all’ultimo momento fermarsi
nello spogliatoio a rimediare
il disastro della smagliatura
nella calza rimasta impigliata
nel pedale al telaio
e a farsi prestare dall’amica
meglio fornita il rossetto indelebile.
Ma forse il più bello è ammirarle
nelle sere d’estate quando escono
vestite a festa a braccetto
delle amiche ridarelle
e sgranano tutte assieme
per i viali i cicalecci
punteggiati di subitanee
petulanti allegrie
che fanno voltare la gente
ferma a discorrere al fresco
sotto le piante; e incontrando
qualcuno, lo guardano negli occhi
senza smetter di ridere, fatte ardite dall’ombra.
Poi, la notte, sulle balere
fuori porta che sfoggiano
sotto i pergolati di glicine i festoni
di carta rossa e i lampioncini
veneziani, con le orchestrine
strepitose che assiepano
ai recinti i vicinati attenti
delle case popolari,
rivivono nell’abbandono
della musica i languori
degli amanti ideali che i giornaletti
glorificano. E qualcuna
ce n’è sempre che sul più bello
trova una scusa e se ne va
prima del tempo con l’accompagnatore
allacciata nei tratti più bui
fianco a fianco, e con la testa
sulla sua spalla, a occhi chiusi. E anche lei
passerà prima o poi l’esame saputo
dell’uomo che vende le aranciate
e i cocomeri rossi
dalla baracchetta a riva
dello stradone, tra i due paracarri
vicino alla pompa della benzina:
tutto il giorno nel sole che aspetta
i ciclisti sudati e i meccanici
dei camion che fanno il pieno
e ripartono spaventando le vacche
che tornano lemme lemme alle cascine;
ma la sera accende l’acetilene
per le coppie che tornano dai prati
coi fili d’erba nei capelli
e comandano una birra per darsi un contegno.
Le nostre donne godono così
riverse sul fieno
dietro una siepe: e nella grande afa
che gli stellati d’agosto
comprimono sulla terra riarsa,
mentre riprendo fiato
dopo gli amplessi, umide come una lingua,
contemplano con gli occhi sbarrati
incombere la mole fosca
dei pioppi altissimi immobili
nella calura, e si scuotono
d’improvviso allo stridio
di un grillo vicinissimo o al latrato
subitaneo che si leva
da un invisibile casolare,
e al momento della partenza
quando si raccapezzano i panni
si trova che i fuscelli sono entrati
fin nelle fodere, e i sandali
sono pieni di animaletti
che nessun colpo basta a scuotere.
Perché sanno le nostre donne
come si tratta, e se anche
la madre vorrebbe insegnargli
a fare le preziose,
non esagerano. E anche quando
è la prima volta, non drammatizzano
e al mattino sorridono come prima
solo un po’ pallide; o al massimo
una sera che non ci pensa
già più, singhiozzeranno
irragionevolmente col viso
nel risvolto della nostra giacca
e non vorranno dirci il perché.
E quando faranno il bambino
s’arrangeranno il corredino da sole
nell’attesa, e la levatrice verrà
solo all’ultimo momento.
Basterà al loro orgoglio
quando fanno la coda
alle botteghe, il complimento
della vicina che meraviglia
di quanti chili è nato
e di come stringe forte il suo dito.
Saranno loro le spose
pacate e sorde che rintuzzano
le galanterie del pizzicagnolo
con il motto colorito scoccato
col calmo ambiguo sorriso che sa.
E anche quelle più bruttine, che ci si va
solamente per divertirsi,
al momento che si ritrovano
piantate, non fanno tante storie
e assicurano che non gliene importa.
In fondo lo sapevano già
fin dall’inizio, anche se insieme
ci fermammo a contemplare
al passaggio a livello i direttissimi
che si affrettavano chissà dove.
Di loro non rimarrà
che il sentore di colonia di qualche carta
gualcita e la malinconia
dolceamara di un motivo
naufragato nel tempo – O Paradiso
perduto… - che ci assale
alla gola una notte se giriamo
il sintonizzatore della radio.
Svaniscono così le loro storie
come i volti che affondano nel limbo
opaco della nebbia o come l’ultima
sigaretta dell’uomo
di ritorno verso i lumi lontani
della città sul sentiero
che alla prima scoperta ebbe il nome
di Strada della Felicità:
l’uomo solo e aggrondato che se ne va
sotto le stelle squallide dell’alba
rabbioso contro sé stesso e intirizzito
ripetendosi amaro che anche questa
è fatta e sentendosi
vecchio; e per lui
l’albore che rivive
sulle colline e l’allerta
dei galletti puntigliosi
che si passano di cortile in cortile
i loro cartelli di sfida,
sono solo un altro giorno.
Settimo
Il settimo canto è squallido e desolato
come la pioggia invernale
che batte sul cemento corroso
e sulle croci arrugginite
delle tombe allineate
tutte uguali nei cimiteri dei poveri;
e le sue immagini incedono velate a lutto
come il corte delle ombre silenziose
sotto le volte della cattedrale
addensate di penombra
che il chiarore lontanissimo e fioco
del candelabro del catafalco
appena trapunge
mentre da un organo invisibile
straripa la marea della salmodia
eternale che tumultua
ripercossa contro i pilastri giganti
e sveglia e travolge gli echi
sbigottiti che i Santi
protesi verso l’aureola
delle ogive istoriate
pietrificati ascoltano.
Come moriamo male noi poveri,
strapazzati dai medici perché
così tardi ci siamo decisi
a curarci, e lasciandoci dietro
solamente dei debiti;
com’è amaro sapere che nostra moglie
che fino all’ultimo si scapigliò
al nostro letto supplicando
l’impossibile dilazione
dovrà affrontare da sola
il dilagare dei giorni irreali
che la casa si riempie di gente odiosa
e tutti le chiedono come farà
adesso con uno stipendio in meno
e dalla montagna calano i parenti
grandi e grossi che battono manate
compassionevoli sulle spalle
e per distrarre attaccano un discorso
di maiali e di sacchi di patate
e la notte di veglia con la stanza
addobbata a mortorio e le beghine
che snocciolano requiemeterni
e la coda per la denunzia
allo sportello Decessi del municipio
dove tutto diventa numero e formalità
che l’impiegato trascrive sbadigliando
mentre un altro passando butta lì una battuta
spiritosa e tocca il sedere
alla dattilografa bionda come un’attrice!
Così male moriamo noi poveri
che non possiamo nemmeno offrire
alle nostre donne una corona
appesa al carro al trasporto
da affondarci la faccia e piangerci in pace
senza vedere la gente.
Meno male che tutto finisce presto .
Anche i preti hanno fretta con noi
che non possiamo pagarci le messe
solenni, che mandano in Paradiso più presto:
ci benedicono svelti e se ne vanno
alla prima palata di terra
sulla bara che i becchini scamiciati
hanno calato con le funi
a gambe larghe sulla fossa.
Poi quando tutti tornano a casa
nelle stanze paurosamente vuote
dove no si aggirano che i Ricordi
lacrimosi e subitanei,
noi rimaniamo così,
abbandonati, col nostro cruccio
di gente inetta che non ha saputo
provvedere. E le notti di vento
che inquieti ci aggiriamo
presso le finestre chiuse,
eccoli tutti, la figlia
maggiore che ha dovuto
impiegarsi, il ragazzo che ha smesso
di andare a scuola, la madre
incanutita,
che ci voltano ignari le spalle
nel cerchio della lampada pensosi
e derelitti come una covata
implume;
e noi che vorremmo dire
e non possiamo, invano
a consolarli bussiamo
con le nostre dita d’aria
ai vetri sferzati dal piovasco.
Ottavo
L’ottavo canto brancola sperduto
in un mondo che non capisce.
Come quando in una campagna sconosciuta
il vagabondo polveroso
si trova a seguitare miglia e miglia
il filo spinato della bandita
donde a intervalli regolari i cartelli
inchiodati sui pali minacciano
Vietato! Multa! Proibito!
e quando arriva al muro che difende
irto di cocci il giardino
donde spira il profumo
penetrante delle magnolie
e s’intravedono tra le sbarre
del cancello, se il mastino ci lascia avvicinare,
i vialetti ghiaiati che si perdono
tra le grandi querce e castagni secolari
e si ascolta rapiti il discorrere
nella solitudine ombrosa
di remote invisibili fontane
mentre dall’alto del pilastro ci segue
lo sguardo indifferente
del soriano tigrato contemplativo
che invitato si stira indolente
e ci sbadiglia in faccia e se ne va:
così l’ottavo canto si aggira
perplesso e intimidito nel vasto mondo
dell’Ordine e della Libertà.
Com’è arduo trovare il bandolo
nella matassa delle Contraddizioni
e dei tabù millenari che non si discutono!
Oh il girotondo degli Arcivescovi
e dei banchieri e dei Marescialli
e le benedizioni alle corazzate
e il Vangelo con restrizione mentale
e i paramenti d’oro e il panegirico della Povertà!
E tutti quanti ripetono in coro
la sapienza che insegna
a lasciare le cose come sono.
Ricchi e poveri ci furono sempre
ed è bene che ci siano:
lo dimostrano inoppugnabili i Trattati
di economia nel capitolo
della Libertà d’Iniziativa.
Se lo impari il disoccupato
ignorante che pretenderebbe
Dio sa cosa.
E perciò: le belle autostrade
per le automobili dei signori.
I grattacieli in cemento armato
per gli uffici dei signori.
Le parate delle pellicce
per le donne dei signori.
Le stazioni di villeggiatura
per le vacanze dei signori.
Gli scompartimenti di lusso
per i viaggi dei signori.
I titoli a otto colonne
per le ragioni dei signori.
I questurini zelanti
per la tranquillità dei signori.
I chirurghi più famosi
per le appendiciti dei signori.
I poeti dalle parole difficili
per le crisi spirituali dei signori.
Perfino il segno di Cristo
per i distintivi dei partiti
dei signori.
E le gratitudini degli accattoni
alle porte delle chiese
perché possano sentirsi generosi.
Le gazzette indipendenti
perché possano sentirsi spregiudicati.
I biglietti d’invito alle mostre
perché possano sentirsi sensibili al Bello.
I partiti socialdemocratici
perché possano sentirsi progressisti.
E gli scandali enormi, con i vizi
inverosimili, che nessun Comandamento contempla,
per variare la monotonia
dell’esistenza; e la turba in livrea
dei Piccoli Borghesi
perché non si sentano troppo soli
nei giorni torbidi
che il popolo impazzito grida in piazza
i suoi eretici NO.
E per noi: umiltà
obbedienza alle leggi
parsimonia, frugalità
cappello in mano
e non desiderare la roba d’altri.
Ah madre di famiglia che ti fermi
senz’accorgertene a studiare
al lavatoio prima di immergerli
nell’acqua gelida
i rasi e le trine e i velluti
odorosi di profumi esotici
e inzaffati di rossetto
delle puttane d’alto bordo
e palpi incerta con le dita gonfie
di geloni le sete
trasparenti come l’aria
e più soffice della spuma!
Ma l’ottavo canto non riesce a capire,
l’ottavo canto non và più avanti.
L’ottavo canto è oramai
l’Uomo Inutile – un volto
scavato e distante
col taglio della bocca che ha la smorfia
immutabile delle antiche maschere tragiche
impressa a fuoco dal tedio
delle anticamere interminabili
col pezzo grosso che passa davanti
e le lettere di raccomandazione
che si gualciscono in tasca;
un volto segnato di solchi profondi
di sguardi freddamente critici
che squadravano la barba lunga
e la giacca infrittellata.
Oh le scale salite e scese
inutilmente, i sonni dormiti
sulle panchine, la broda senza sale
con due dita di pasta stracotta sfilacciata
in fondo alla gavetta
che i soldati nauseati del rancio
passano per carità
dai cancelli della caserma!
Oh gli sfoghi
dei vecchietti dell’ Ospizio
aggobbiti e tremolanti
sempre in cerca di sole ai giardini
che asciugandosi con le pezzuole
tabaccose gli occhi arrossati
raccontano tra le lacrime
come da mesi il nipote
non si fa più vedere
e mancano anche i pochi soldi
per il quartino della domenica
e l’infermiere li maltratta
perché la notte non riescono più
a tenere la piscia nel letto!
Siamo in troppi in queste nostre città
lastricate di pietra e d’asfalto
dai marciapiedi agli abbaini
e la gente non ha mai tempo.
Si è più soli in questa folla
impazzita, che in vetta
a qualunque montagna.
E l’uomo rottame perduto nel labirinto
delle strade infossate che si orlano
come pozzi profondissimi
di cornicioni di palazzi
che hanno la grinta delle prigioni
alza invano lo sguardo per cercare
un cielo che non è
che un rettangolo scialbo d’aria
ricamato di fili del tram.
Poi, la notte col carosello
dei fari che s’inseguono
forsennati e il rosario
interminabile dei lampioni
a perdita d’occhio nei corsi
mentre si abbassano le saracinesche
degli ultimi cinematografi
e il tono dei portoni sprangati
e l’ombra in fuga del cane randagio
a coda bassa, e la nebbia
che si alza dai canali
e infittisce sul passo
strascicato che vi si perde
come di chi si addentra in un sepolcro
e si chiude la porta alle spalle.
Nono
Ma il nono canto è di uomini
che non sono più soli.
Il nono canto è di uomini che hanno capito.
E parla duro e deciso
come gli uomini che si fanno ascoltare
in piedi sui tavoli delle cooperative
nel cerchio degli uomini neri
e delle donne scalze, aggobbite dalla monda,
che i marmocchi stupiti appesi alla sottana
tormentano invano:
Difendetevi!
Fermate il lavoro!
Mostrate quel che conta
veramente: se il dare e l’avere
o la vostra fatica! Che imparino!
Padroni! Il vostro Signor Direttore
come parlava perentorio
alle commissioni ammutolite
in piedi davanti alla scrivania
col cappello in mano: come sapeva
essere chiaro: la Società
aveva sempre dato lavoro
di questi tempi, e pagato puntuale;
e di morti di fame ai cancelli
disposti a tutto, ne aveva
fin che voleva. Perciò
arrivederci, che aveva da fare.
Ma adesso non è più così sicuro
e il mento rasato volitivo
gli trema un poco mentre cerca invano
qualcuno che lo ascolti nei reparti deserti
dove tutti i manometri segnano bassa pressione
e i motori perdono di giri
e il vapore si raffredda
e le macchine tacciono
e i fili della tessitura
non si avvolgono più.
Agrari! Dei vostri discorsi
non ce ne siamo dimenticati
e di come vi ballava la catena doro
sulla trippa mentre spergiuravate
che eravate già in perdita e volevate
regalarci le cascine, e piuttosto che cedere
sareste passati coi trattori sul grano
e le bestie le avreste macellate.
E dunque razza bastarda
su! Fateci vedere: vi prendiamo
in parola! Ma intanto
sentite come muggono lamentose
le vacche non munte coi capezzoli bluastri
di turgore, che la mastite minaccia;
come si arrovellano i maiali negli stabbioli
chiedendo il pastone che vostra moglie
usa alle torte e ai guazzetti non riesce
a preparare; e se fate
un giro nei beni, trovate
le mele a centinaia che marciscono
sotto le piante, e negli attimi
che la cicala riprende fiato
il crepitio sottile
del vostro riso che tonfa
chicco a chicco nell’acqua della risaia.
E il grande incendio divampa
da provincia a provincia
e investe campagne e città
e nell’ardore si dissolvono
le presunzioni e le servitù
millenarie che parevano affondare
le radici nel nocciolo del pianeta.
Giorni che tutto è nuovo e decisivo
e anche il sole martella impaziente
sulle folle che mareggiano
sotto i balconi delle case del popolo
chiedendo di lottare!
E tutti i semafori segnano rosso
nelle stazioni abbandonate
e i direttissimi dormono sui binari morti
a fuochi spenti. E gli uomini
che avanzano tra le rotaie
sotto le campane di ferro
delle tettoie deserte
stupiscono al silenzio enorme
che ha tutto invaso da quando
è mancata la loro presenza.
Uomini uomini uomini
finalmente ci sentiamo uomini
a viso aperto; e il nostro passo è saldo e sicuro
come quello del picchetto in ronda
che inavvertito un ritmo marziale
sempre più netto inquadra. E come agili
e ossequiosi accorrono i bottegai
che ancora ieri negavano a nostra moglie il credito
a informarsi fino a che ora
possono tenere aperto!
Ma intanto dall’altra parte
è un ribollire di sacri sdegni
e professori che scrivono articoli
severamente obbiettivi
sui giornali indipendenti
facendo i conti di quanto lo sciopero viene a costare
e bellimbusti nei caffè
che scuotono la testa disapprovando
mentre passano cortei
e prendono le difese della libertà di lavoro
e parroci che invitano a pensare alla salvezza
dell’anima, che è la sola che conti,
e oratori socialdemocratici
che ripetono che insomma si sta esagerando
e sindacati bianchi che offrono condizioni di favore
purché si lascino le teste matte al loro destino
e marescialli dei carabinieri
che mandano a chiamare i capilega
e li trattengono in caserma
senza dare spiegazioni
e avvocati delle associazioni padronali
che denunciano scandalizzati
la sfacciata malafede
dei venduti allo straniero;
finché tanto lavoro dà i suoi frutti
e una notte sull’autostrada
la cascina si sveglia abbagliata
dai fari dei camion dei crumiri
che arrivano di lontano , affamati e impauriti,
e non osano guardare negli occhi
le donne inviperite che gli vanno con le mani sul viso;
e perché il buon esempio non si perda
si scatenano le prime squadre
avvinazzate che sparano
all’impazzata nelle finestre di chi vorrebbe
non seguirlo. E comincia
il ritorno dell’Ordine.
Come un grande relitto
di fortezza terremotata
la torre dell’entusiasmo si fa
pezzo per pezzo sotto le picconate
dei comizi disturbati
e dei cortei disciolti
e delle redazioni devastate
e delle case del popolo incendiate
e dei tribunali che danno sempre torto.
Le effigi che ci furono sacre
si arrotolano spasmodiche nella fiamma
e i nostri pensieri più strenui
giacciono a terra coi fogli dispersi
tra i rottami delle macchine da scrivere fracassate
e dei mobili spaccati con l’ascia.
Siamo stati battuti
La marea cala.
Ognuno pensa a sé.
E l’ultimo sussulto sarà il gesto
del figlio dell’uomo che fu braccato
tra il granturco come un lupo arrabbiato
e si difese con la roncola finché
gli furono addosso in venti,
che attende appostato dietro una siepe:
e il nemico inquadrato nel mirino
del fucile spianato (basta premere
il grilletto…) viene avanti e non sa:
vedi l’arma a tracolla, il luccichio
di un gallone, la verghetta
spensierata che percuote i papaveri…
Vedilo come è grande e indifeso
un gigante ritagliato nel cielo
con la testa fino alle nubi
e la camicia aperta sul petto bianco.
Decimo
Il decimo canto è di violenza e oppressione
e di libertà imbavagliata
e di gente che tace per prudenza.
Il decimo canto è di bandiere sotterrate
e di uomini rimasti senza niente in cui credere.
Il decimo canto è di bravacci
che ti vengono a prendere a casa
per farti provare a cosa può arrivare
la Patria quando ha paura dei sovversivi.
Il decimo canto è di Patria dappertutto
con gli eroi nazionali in pattuglia
a dar manforte ai poliziotti;
e racconta una litania
interminabile di grandezze nazionali
e di razioni sempre esigue
al desco familiare.
il decimo canto ci porta i Capi
facciaferoce che hanno sempre ragione
e i poveri cristi che hanno sempre torto
inquadrati con le cartoline precetto
a applaudirli sulle piazze
vociando viva e morte a questo e a quello.
Il decimo canto è un’ubriacatura
di frasi storiche su tutti i muri
e di votazioni per acclamazione
e di uniformi e di patacche
e di riti e di parate e di retorica
e di entusiasmi incontenibili
come da telegramma ministeriale.
Il decimo canto è tutto consenso unanime
e gazzette che danno ragione
e maree di folla che danno ragione
e uomini di scienza che danno ragione
e uomini di Dio che danno ragione:
nel decimo canto l’Arte e la Scienza
prendono accordi con la Religione
per offrire tutti insieme
la commedia della Sapienza Politica
Il decimo canto è tutto così
con le aquile e i labari
e i Tedeum e gli archi di trionfo :
e a ogni passo la Patria e la Religione
e le Virtù Della Stirpe
e i Superiori Interessi Dello Stato:
i quali vanno sempre d’accordo
con quelli della società anonime.
Viva la Patria e acquistate
solamente i prodotti nazionali.
Viva la Patria e accettate
con la dovuta comprensione
quest’altra piccola patriottica
riduzione di stipendio.
E intanto la Patria va avanti
sul cammino della Storia
e porta la civiltà
anche dove non la vorrebbero.
Finché in qualche lontano paese
una cricca di delinquenti dice – no,
e sulle piazze compaiono
le squadre dei ragazzetti in divisa
che marinano la scuola col permesso dei superiori
per andare a fare la parte
del Popolo Che Vuole La Guerra;
e le armate s sferrano a mietere
nuovi allori lungo gli itinerari
delle Quadrate Legioni.
Ma le strade non sono più quelle
e inciampi imprevisti intralciano
la marcia dei gagliardi carri armati
che sfilano così bene
sulle piazze nei giorni delle ricorrenze.
Non conviene più appuntare
sulle grandi carte multicolori
le bandierine che segnano
il cammino delle vittorie.
E intanto arrivano le prime notizie
in disaccordo coi bollettini
e voci di catastrofi incredibili
e iniezioni di ottimismo ufficiale
e ragazzi che non scrivono più
e la prima madre che un mattino
nel crocchio delle vicende avverte
accostandosi un silenzio strano
e trasale d’orrore in una rete
di sguardi carichi di compassione.
E ormai la nube che sembrava
sfogarsi sui campi lontani
ci è addosso – e si fa l’esperienza
amarissima della Gloria
vista dalla parte di chi
non è glorioso. E pazienza
lo stillicidio dei giorni
che il pane non sbanda, e le tessere
e i surrogati e gli arrangiamenti
e le scarpe con la suola di cartone
e le camicie che lavate si riducono a metà;
pazienza ancora se la Patria
viene a prendersi tuo figlio
che pure pensava solo a sua madre
e di Alta Politica non si intendeva;
pazienza ancora se ti tocca
passare le notti coi tuoi bambini
in una cantina – al mattino
hanno gli occhi cerchiati e tossiscono
che sembra che il petto si rompa:
ma accanto a te c’è chi scappa in campagna
e se ne sta come in villeggiatura
e chi fa quattrini e s’ingrassa
e ti chiama minchione;
e il figlio del Commendatore
che a tutte le cerimonie
era sempre in primissima fila
resta a casa.
E le cose vanno avanti così
col crescendo che addensa i nembi
della tormenta sulle vallate invernali
fino alla notte che porta la tregenda
delle torme di fantasmi in fuga
per le strade che il riflesso livido
dei bengala allaga
mentre il coro delle sirene ripete
l’ululato dell’Orrore
e balenano le prime vampe
sotto i colpi del maglio titanico
che dal cielo martella
il nostro fragile formicaio.
E lo sbocco di tutto è il destino
degli uomini rannicchiati
nel fondo delle tane sotterranee
che trattengono il respiro ascoltando
l’approssimarsi dei passi
del Gigante imbestialito
che scoperchia le case per trovarli,
e nell’angoscia di un’orma
troppo vicina che spegne
col suo vento le luci
esigue – e la terra si scuote
come una locomotiva in corsa,
non riescono più a contenere
nella strozza il bramito
della creatura che il predatore
artiglia.
Undicesimo
Dove sono i ragazzi che hanno scritto
su quel muro – Addio bambine
il ventitré vi lascia –
e più sotto – A noi rinoceronti
della classe di ferro! –
Dove sono le bandiere
e le musiche e gli addii delle donne
e i discorsi virili del Colonnello
e il brontolio sempre più incombente
dei capannoni nella notte
mentre la colonna arranca sobbalzando
sulla pista sconvolta verso la linea del fronte!
Tra le macerie dei loro sogni
queste nostre parole
come volti sbiancati di donne
la prima sera che osservano
l’armeggio del mutilato
i ferri della gamba artificiale
nel bicchiere l’occhio di vetro
come i mazzetti appassiti
di margherite di prato
davanti ai ritratti sorridenti
in posa con l’uniforme fiammante
sui cassetti massicci
delle stanze da letto dei contadini.
Hanno scritto le mogli sollecite
del corpetto di lana da indossarsi la notte
hanno mandato la cartolina
del marmocchio col culetto nudo
all’aria sul cuscino, e sul fondale
di circostanza, l’ombra del sonaglio
del fotografo agitato per farlo guardare giusto.
Sono venuti i vecchi ai cancelli
della stazione ad aspettare.
La tradotta fischia al disco
appena dietro la curva
ma non è mai arrivata.
Il vagabondo dal carro bestiame
compatisce e chiede una cicca.
E le donne fanno ancora anticamera
per la pensione al distretto
ognuna in piedi in un angolo
e tengono in braccio la bambina
troppo petulante perché stia buona
e non faccia innervosire gli scritturali
che sacramentano per il lavoro arretrato.
Gridavano Dio lo vuole
gli oratori delle società anonime.
Tra le macerie dei nostri sogni
come nei viali del cimitero
sconvolto dai mortali
tra i cipressi abbattuti
e le tombe scoperchiate;
tra le macerie dei nostri sogni
come i feriti della corsia
intorno al letto del Nino
che tenevano in quattro
quando gli si raschiava
il marcio dell’osso stroncato:
Il Nino che suo padre
per convincerlo gli dava
ogni volta
una moneta, e ne aveva
una scatola piena, e ricontava
il suo tesoro, ogni giorno, sul letto
il Nino che alla fine
quando gli dissero che ancora una settimana
e avrebbe avuto la moneta
d’oro,
sognò senza stancarsi
ancora per più di cento ore
quel furgone.
(Ma poi apparve che era per lui
un traguardo
troppo lontano).
Dodicesimo
Ma il dodicesimo canto è diverso da tutti
con gente che ubbidisce costretta
e non crede più in niente e non si fida
e tace accigliata alle concioni
dei pezzi grossi gallonati che spronano
a un lavoro detestato.
Il dodicesimo canto è un gran fiume d’olio
che scorre sotterraneo e corrode
silenzioso le fondamenta
delle fortezze della Paura;
un fiume che si alimenta di fame
e di miseria e di umiliazione
e convoglia le volontà stremate
e il limo torbido della nausea di sé
alle cateratte della Disperazione
dove un pugno si chiude improvviso
e un volto livido di dannato
si erge – Basta! –
Il dodicesimo canto è silenzio impenetrabile
tenebra nera che rompono or qua or là
i bagliori subitanei
delle occhiate torve dietro le spalle
e delle imprecazioni soffocate
dei capannelli che si disperdono di colpo
quando si avvicina il tipo da non fidarsi;
notte profondissima che dissimula
nel suo mistero il lavorio
delle allusioni ambigue
e delle parole che fanno pensare
e dei fogli clandestini di mano in mano
e del collega che ti prende da parte
e si guarda intorno prima di parlare;
mentre le spie rizzano le orecchie
e annusano io vento inquiete
e un giorno sparisce un compagno
e nasce la prima odissea
d’interrogatori e di percosse
e di labbra sigillate
e di donne in lacrime ai portoni chiusi
scacciate dal piantone.
Ma il fiume scorre e s’ingrossa di altre acque
sgorgate da fonti impensate
marea di lacrime segrete
e di suppliche vane e di sangue
e di collera che gonfia sorda
e monta tumultuosa e trabocca
incontenibile oltre le dighe
non più salde – e viene il giorno
il primo giorno che le macchine si fermano
e i reparti si svuotano fuori orario
e i sorveglianti non sanno più cosa fare
e dalla Direzione mandano a vedere cosa succede
e i flaccidi capuffici guardano sbigottiti
il torrente degli uomini esasperati
che straripa sui piazzali ed assedia
minaccioso le porte a vetri
dei santuari non più inviolabili
e al dirigente che s’affaccia
a predicare a stupirsi
a calmare a esortare a promettere
a pregare, la folla
inferocita ringhia – Merda! –
Quello è il giorno che nasce la creatura
destinata a regnare, e che Erode
cerca invano: la creatura
custodita d’amore tenerissimo
e nutrita di sangue di popolo
nella gestazione tenebrosa
che fa trasalire di brividi
indicibili la veglia amara
delle generazioni che attendono
pertinaci; e già sorgono
e si moltiplicano i segni
del grande Avvento. Chi primo
saluterà la rossa aurora
del giorno che la tua fiaccola
irradia, Rivoluzione?
Ma intanto è una lotta a coltello
di minacce e di ostinazioni
e di rifiuti e di sangue
lotta di scritte di catrame sui muri
rivelate al mattino
a incitare e maledire
e coprifuochi e pattuglie in ronda
e paura
e seminate di chiodi sulle autostrade
e pezzi di binario asportati
e pali del telegrafo abbattuti
e paesi interi messi a sorvegliare le linee
e paura
e gente che entra di notte nelle caserme
a portarsi via i fucili e i pacchi di caricatori
e perquisizioni e saccheggi e percosse
e paura
e ciclisti imbacuccati che arrivano e sparano
e dileguano nei vicoli a pini pedali
e rappresaglie e plotoni di esecuzione
e paura
e esplosioni misteriose sui viadotti
e sparatorie improvvise dalle siepi
e cascine bruciate e ragazze messe incinte per forza
e paura
e distaccamenti fatti a pezzi
e presidi sopraffatti
e deportazioni e villaggi distrutti
e cadaveri di impiccati lasciati appesi
Finché un giorno si arriva alla svolta
che esplodono le notizie incredibili
e si chiudono i portoni delle caserme
cintate di filo spinato
e le finestre murate con la feritoia in mezzo
si guerniscono di bocche minacciose
e gli sgherri non escono più
se non in venti;
il giorno che si accende la sparatoria
subitanea al posto di blocco
e prorompe la sinfonia
trionfale degli uomini che balzano
come tigri dall’agguato
sinfonia di sibilli e di scoppi
di bombe a mano sui selciati insanguinati
e mitragliatrici che ballano sui treppiedi
e bossoli che schizzano via
e canne arroventate
e bandiere dissotterrate
e latte di benzina infiammata
sulle autoblinde inchiodate sui corsi
e calcinacci che si scrostano
sotto la fucileria
e palazzi sventrati dal cannone
che spara a zero
e cecchini dietro i comignoli
e uomini curvi in corsa da un riparo all’altro
e il primo gruppo che si arrende
e compagni liberati dalle galere
e bandiere su tutti i campanili
e bandiere a tutte le finestre
e fanfare su tutte le piazze
e uomini che si abbracciano ebbri
e popolo che balla per le strade
e amore e tripudio e libertà
e donne impazzite che buttano fiori e baci
dei baluardi espugnati
Ultimo
Avrei voluto avere il verso lungo e profondo
come il rullo dell’Internazionale
sui tamburi delle divisioni
che sfilano in parata
sotto la porta del Brandemburgo;
avrei voluto potermi fare ascoltare
per amore o per forza come gli altoparlanti
installati tra i reticolati a Madrid
che giorno e notte spiegavano
ai mercenari franchisti
da che parte fosse la Patria vera.
Altro ebbi: come quando le cornamuse
calano dai monti alle città di provincia
accompagnando la fisarmonica
dalla voce sbiadita che tenta
maldestra su povere note
i ballabili più comuni.
Pure molti si fermano ad ascoltare,
il lattaio che gira in bicicletta
col suo bidone, la sposa
appena uscita per la spesa, l’oste
che apre allora… Dalla loggia
del vecchio casamento gentilizio
la fantesca in piedi sul davanzale
a pulire la vetrata, si sporge
col cencio in mano a salutare
i suonatori compaesani.
Poi quando l’allegra nenia è dileguata
oltre i mercati, ancora dura il canto
corale delle lavandaie
lungo la roggia e l’a solo
nei passaggi difficili, della voce
più giovane.
Io non sono che uno
della mia generazione,
uno dei tanti che si credevano i soli
ad avere una storia.
Ma ora so
che un po’ tutti possiamo parlare
della casa della nostra infanzia
dei terrori davanti alla porta socchiusa
del corridoio deserto,
del gioco dei pellirosse nei prati
vicino al gasometro, dopo scuola,
delle principesse rapite dai corsari,
di nostro padre che rantolava
nel letto su una montagna di cuscini,
e del vento notturno alle finestre della nostra stanza,
il vento nato sugli altipiani
tremila miglia lontano…
Fummo in molti che lungo le mura
solitarie delle antiche città
erravamo viandanti inquieti
tormentandoci per la gloria.
Fummo in molti che accanto a una donna
ci affacciammo alle balaustrate
dove splende la curva
del pianeta e s’inseguono
per stellari praterie
eternamente giovani
le comete scintillanti.
E fummo in molti a conoscere
la sapienza dei libri
i cieli d’ardesia sulle città
e il sapore acre del cloroformio,
gli andirivieni dei parenti
davanti alle sale d’operazione
e al guerra, il sangue rappreso nei fossi,
il rombo dei quadrimotori
i lampi dell’artiglieria nella notte
e il vecchio abbattuto sotto i ciliegi
che incarogniva nero
nella gramigna tra milioni di mosche
e dalla veranda del sanatorio
il respiro della risacca e la curva lunghissima
sotto la luna della linea delle spume
a perdita d’occhio nel golfo…
(<<Rivedrete le sere che s’incendiano
i cieli, e i monti non hanno più peso
e nel fiume scorrono rivoli d’oro.
Salutatele per me
sperduto nelle valli profonde
donde muovono le ombre
che guidano il carro della Notte>>).
La mia storia è la storia di tutti
e la vostra è la mia.
Ascoltate come nel mondo
più incalzanti che nel filo
del telegrafo le linee e i punti
brusiscono i pensieri
di miliardi d’uomini.
Ascoltate l’allarme
delle volontà scatenate
come spari mirati al cuore.
Quando ancora dovrà salire
l’amaro nella gola degli uomini
che contemplano nel riquadro
dell’inferriata le stelle
della loro ultima notte?
Da continente a continente
le radio impazzite
invocano S.O.S.
Io non ho che la mia vita
e la pazienza dei libri.
Io non sono che un cieco
sulla riva del mare
investito dall’uragano
che gli mulina intorno lontane e vicine
le voci dei naufraghi che chiedono aiuto.
Ma milioni come me
fanno il Partito
i vagoni di libri spediti
nei villaggi chirghisi
l’Eurasia fasciata
da una rete di canali
il grano al circolo polare
il razionale Discorso
messo insieme lettera per lettera
pazientemente coscienziosamente
come negli stampi il piombo fuso
sotto il tasto del linotipista:
le parole dei miei fratelli
e con loro le mie
che si danno la mano ed abbracciano
il pianeta col giro dei paralleli!
Milioni come me
e le generazioni martellano
nei bronzi della posterità
l’epopea della Classe Operaia
che mugghiava apocalittica
e si ergeva e colpiva
a mazzate di mille tonnellate
nelle grandi ondate dei popoli
che deragliavano la storia!
I nostri pensieri gridati
con gli altoparlanti nei refettori da cinquemila posti
pesati dagli uomini a veglia
nella stalla attorno al lume a petrolio
con lo stoppino abbassato perché durasse di più
le donne macilente e forsennate
a valanga contro i cordoni
le serpi nelle occhiaie
delle case bruciate per rappresaglia
l’offerta del disoccupato alla sottoscrizione
Montanari che sputava sangue nel fazzoletto
e contava i comizi che gli restavano
fino alla fine della campagna elettorale
Daccò che ha smesso di bere
per non essere espulso
la cooperativa di San Salvatore
costruita di notte e di domenica
Brasi fotografo che adesso
scopa la sua bottega
e indosso ha la giacca a vento
di quando comandava una divisione
le croci di legno sotto i larici a Monte Giglio
con la stella rossa e la scritta
NON PIANGETE
e il compagno senza nome che alla festa
rimase a guardia delle biciclette
al posteggio, e neanche si ricordarono
di mandargli un bicchiere di vino
e la musica della moto tra le mia gambe
sugli stradali nei tramonti estivi
nel pieno dello sciopero, e nel vento
della corsa, i colpi di spillo
dei moscerini sul viso
ed anche la faccia paonazza del Vicequestore
quando si accorse che né bonomia né cipiglio
non attaccavano, anche il pretoccolo
velenoso messo nel sacco
in pubblico contradditorio
e anche il pedatone che ruzzolò
dalle scale l’avvocatuccio
che tirava a diventare onorevole
e le bandiere rosse sulle locomotive
e le metropoli dove prima c’erano le paludi
e i congressi coi delegati di sei continenti
i nostri pensieri sul mondo
a stormo
perdio imparate posteri
in questo mondo si può essere giovani
imparate perdio in questo mondo
si può anche morire
a pieno cuore
come al termine di un’ardita giornata
di maggio, combattuta instancabile
a rincorse volanti e agguati
e subitanei parapiglia
lungo i sentieri dei pioppi
nel giallo del ravizzone
quando torniamo alla cascina
cantando – tutti stanati
i crumiri sotto il naso
dei campari con la doppietta imbracciata!
Pedaliamo a festa
nel fortore dei fieni
sotto le prime stelle,
e da lontano ci saluta
agitando il suo fanale
il compagno che batte la risaia
a caccia di rane
nell’acqua fino a mezza gamba.
Giorgio Piovano (1950)
(ed, Effigie)