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Elemosina vuol dire veritĂ 

Chi ha pensato anche solo per un momento che l'elemosina fosse mezzuccio di adescamento solo per perfidi Zingari, si deve ricredere. L'elemosina è l'estrema ratio per coloro a cui toccherebbe la morte per fame. Il Sindaco si pavoneggia dietro ordinanze securitarie contro i giovani nascondendo la realtà in risalita di questa città ricchissima. Faccio mio l'appello della Caritas per aumentare i nodi della rete della solidarietà, riproponendolo ai visitatori del blog. Chiedo anche, per l'ennesima volta, che si riunisca al più presto la Commissione servizi sociali del Comune, presieduta da Luigi Duse, il quale l'ha riunita tre volte da quando è stato eletto presidente solo per ratificare delibere assessorili. In fondo trovate anche l'articolo di Urbinati pubblicato ieri su "La Repubblica". (ic)

«Aiuto, con la pensione non arrivo a fine mese» di Sisto Capra

Ottantenne disperata ora si rivolge al parroco.
E chiede l’elemosina ai negozianti del quartiere

Pavia. «La pensione non mi basta per arrivare alla fine del mese. Scusa don, mi aiuti. Mi dai 50 euro? Posso andare a nome tuo a fare la spesa nel negozio di alimentari?». La storia di Laura M. non è purtroppo una rara eccezione nelle parrocchie e negli oratori cittadini. Aumentano infatti le persone, soprattutto donne dai settant’anni in sù, che vivono sole e si adattano a chiedere materialmente l’elemosina per tirare avanti. Non c’è senso della vergogna che tenga quando si è soli e disperati.Ma ci sono anche cinquantenni ex-operai ed ex-impiegati rimasti da anni senza lavoro, che frequentano stabilmente le mense cittadine, hanno dovuto abbandonare l’abitazione perchè non riuscivano a pagare l’affitto e ora si arrabattano di qua e di là per trovare un posto dove dormire. Quanti sono? Una statistica aggiornata non c’è. Un rapporto del Centro Servizi Formazione e dell’Alspes del 2006 ha accertato che quasi il 20% delle famiglie in provincia di Pavia sono in ristrettezze economiche, il 14% necessita di un sostegno per le spese d’abitazione. Laura M., che frequenta una comunità parrocchiale della città, è uno dei casi più pietosi e drammatici, a volte si rivolge direttamente al parroco che subito telefona alla Caritas che immediatemnte si mobilita, a volte bussa ai negozianti del suo quartiere per chiedere «un po’ di formaggio, del latte, dell’olio», a volte confida le sue pene alle conoscenti. Chi la conosce sa che incontra sempre una mano pronta ad offrirle l’aiuto perchè Pavia è così, generosa. «Laura - raccontano nella comunità parrocchiale - a volte va alla mensa, in altri giorni viene assistita dai gruppi di volontariato in parrocchia».
Tante anziane sole bussano alla Caritas di Sisto Capra

Don Crotti lancia l’Osservatorio: «Valorizzare la rete della generosità»

«La città del bisogno e dell’emarginazione cresce. Per fortuna cresce anche la città della generosità». E’ insomma in «pareggio» il bilancio di don Dario Crotti, direttore della Caritas diocesana un anno dopo il suo insediamento.
 «Stiamo pensando di far partire un Osservatorio permanente delle povertà e delle risorse - aggiunge - in modo che chi ha bisogno possa trovare un orientamento sul territorio e per consentirci di quantificare il fenomeno e organizzare una risposta efficace».
 Il polso della situazione nei vari centri di ascolto e di intervento sul territorio è tutt’altro che flebile.
 «Aumentano - dice don Crotti - le persone anziane che faticano ad arrivare alla fine del mese. La “povertà della quarta settimana” è un fenomeno molto più diffuso di quanto non si creda. Soprattutto donne sole, che abitano nelle case popolari e vanno nelle parrocchie a chiedere aiuto, ma anche uomini separati che si sono lasciati travolgere. Alcuni vengono al Centro di ascolto Caritas di via XX Settembre».
 Nell’ultimo anno, dal 3 settembre 2007 ad oggi, lo sportello Caritas ha ascoltato continuativamente circa 130 persone. Le schede compilate sono state inserite nei dossier dell’Osservatorio regionale della Caritas. Il 25% ha un’età compresa dai 25 ai 40 anni, di cui la metà italiani e il resto stranieri, che segnalano la precarietà di lavoro e non problemi di casa. Un altro 25% ha più di cinquant’anni: o immigrati da poco tempo e non sono riusciti ad integrarsi o persone che hanno perso il lavoro o gente uscita dal carcere. Un 5% è costituito da uomini separati, che vivono da soli e non riescono più ad affrontare la normale routine, non sanno prendersi cura di sè, cucinare, hanno perso il rapporto con i figli e si lasciano andare. C’è poi un discreto numero di donne straniere che cercano lavoro, in particolare le ucraine come badanti.
 «Pavia - osserva il direttore della Crotti - è una città dove la rete della generosità e palpabile, attiva, con infinite antenne sempre puntate sulle emergenze. Ci sono ben 22 gruppi Caritas e San Vincenzo, ciò che dimostra che l’ascolto del disagio è capillare e profondo: gestiscono mense parrocchiali, distribuiscono viveri e vestiario, visitano le persone».
 Questi gruppi di volontariato operano presso le parrocchie San Lanfranco, Sacra Famiglia, Sant’Alessandro Sauli, Mirabello, San Teodoro, San Michele, alla domenica Santa Maria del Caravaggio. Oltre naturalmente alle mense del Povero e di Canepanova. Alla Casa del Giovane in via Lomonaco opera il centro In e Out, che quotidianamente offre la prima colazione, il servizio doccia, il lavaggio dei vestiti e, per i giovani più motivati, un percorso di ricerca e inserimento lavorativo e, laddove emerge un problema di dipendenza da alcol o stupefacenti, anche dei percorsi terapeutici, con l’inserimento in strutture pubbliche e comunità. Intensa è la collaborazione a questo riguardo con l’Asl e la Fondazione Maugeri.
 Chi esce dal carcere approda inevitabilmente all’In e Out, centro di accoglienza per i giovani sulla strada e senza fissa dimora. Alcuni vengono da Milano, da Varese, da Como, hanno scontato condanne a Pavia e cercano di riallacciare un rapporto con il proprio territorio di origine. «Ma non ci sono solo persone che frequentano continuativamene il centro d’ascolto Caritas - continua don Crotti - Quest’anno abbiamo registrato circa 200 contatti “toccata e fuga”, persone che saltuariamente vengono e chiedono qualche orientamento, hanno bisogno di medici e farmaci. Il centro d’ascolto di via XX Settembre distribuisce viveri il venerdì a una media di settanta persone: viene fatta una spesa di un chilo di pasta, uno di riso, un litro d’olio, pane, biscotti, formaggio, burro. Emerge la fatica di tanti anziani italiani, uomini e soprattutto donne, che vengono abitualmente perchè non ce la fanno a sopravvivere con la pensione».
 «I parroci - continua dn Crotti - ci dicono che molte persone per dignità non osano chiedere direttamente in prima persona, e allora sono le comunità parrocchiali che, funzionando da antenne vive della società, si accorgono di questi drammi, di chi nemmeno è capace di chiedere, e provvedono direttamente. Queste persone manifestano non bisogno di lavoro, ma di sussistenza elementare. Sono proprio poveri poveri, incapaci di affrontare la situazione anche perchè spesso provengono da situazioni di normalità. Sappiamo che molti frugano nelle cassette al mercato. C’è anche una forma di elemosina indiretta, di passaparola. Altri si rivolgono ai parroci per chiedere di potersi presentare a loro nome ai negozi. Un mondo che sfugge alle statistiche».

 "La Provincia pavese"

Il Muro dell’Occidente contro i poveri del mondo di Nadia Urbinati

Le recenti parole del Papa di compassione per le tragedie nelle quali sempre più spesso si concludono i tentativi degli immigranti di approdare alle nostre coste e di appello ai paesi occidentali affinché mettano in atto politiche di soccorso sono un invito a criticare le scelte di quei governi europei che come il nostro hanno imboccato la strada della criminalizzazione dell’immigrazione indesiderata (di quelle persone che provengono dai paesi più diseredati). Parole che dovrebbero stimolare i democratici a interrogarsi sulle contraddizioni delle politiche di chiusura delle frontiere e la necessità di prestare al fenomeno migratorio una maggiore e più qualificata attenzione. Queste migrazioni bibliche – il fenomeno forse più drammatico del nuovo secolo – mettono a nudo le tensioni nelle quali si dibattono la cultura liberale e quella democratica. Gli immigrati, senza dubbio quelli che aspirano a un lavoro e una vita dignitosa, prendono sul serio la promessa del liberalismo sulla quale le società che ora li respingono sono sorte: l’impegno individuale come condizione per la realizzazione sociale.

Le migrazioni transnazionali e l’interdipendenza globale sfidano il liberalismo dei paesi occidentali che si fa via via più nazionale e meno universalistico. Sfidano inoltre la sovranità e i confini degli stati, che ora vengono pattugliati non soltanto con leggi e polizia ma anche con una vergognosa ideologia xenofobica e razzista. La frizione tra universalismo e cultura morale dell’accoglienza, valori che la democrazia e il liberalismo coltivano naturalmente, e identità nazionalistica può avere effetti potenzialmente esplosivi se è vero che un continente come l’Europa, che aspira a diventare il faro della moralità cosmopolita e dei valori democratici, si fa quasi fortezza per difendere la propria civilizzazione contro i boat people, disperati che cercano di sopravvivere sfuggendo alla fame e agli abusi.

Le migrazioni mettono a nudo due problemi, uno dei quali chiama in causa questioni di giustizia distributiva e l’altro questioni di giustizia politica. Circa il primo problema, è un fatto che nessun codice internazionale e nessuna convenzione accorda a questi disperati lo status di rifugiati. I paesi democratici non riconoscono l’indigenza come forma di persecuzione che necessita di un impegno concreto, non soltanto morale, per attuare politiche di riequilibrio economico e di giustizia redistributiva a livello globale. Infine, è altresì vero che la definizione minimalista della democrazia alla quale ufficialmente si attengono le democrazie occidentali è cieca nei confronti di regimi che sono di fatto oligarchie rapaci anche se formalmente praticano elezioni politiche. In queste circostanze, ha scritto lo studioso australiano Robert Goodin, è inevitabile che fino a quando i beni non circoleranno equamente, saranno le persone a dover circolare per andarli a cercare laddove si trovano in abbondanza, poiché ogni persona ha il diritto di fare tutto quanto è in suo potere per poter sopravvivere. L’unica soluzione a questa che è una vera tragedia umanitaria è appunto che i paesi del primo mondo adottino politiche globali di giustizia redistributiva. Diversamente non possono stupirsi di essere la meta obbligata alla quale tendono tanti disperati della terra.

Ma c’è un problema ulteriore, questa volta relativo alle conseguenze che le politiche nazionalistiche possono avere sullo stato della nostra democrazia. Più che di un problema si tratta in effetti di un rischio, il quale non viene purtroppo messo in luce come dovrebbe: il rischio è che per perseguire politiche radicali di esclusione, e perfino di criminalizzazione, i paesi democratici finiscano fatalmente per fagocitare inoltre una cultura della violenza e della discriminazione che mette a repentaglio il loro stesso ordine politico. È per questo importante la proposta di Walter Veltroni di concedere il voto amministrativo agli immigrati residenti perché fa del tema dell’immigrazione un capitolo del problema dell’integrazione politica, non più solo della sicurezza.
È chiaro che nessun paese, nemmeno un paese autoritario, riesce a chiudere ermeticamente le proprie frontiere. Le frontiere sono di fatto sempre porose. La differenza fra regimi politici dipende da come la porosità viene ostacolata e regolata. Contrariamente ai paesi autoritari che non hanno grandi problemi a criminalizzare l’entrata (e molto spesso anche l’uscita) a loro discrezione, i paesi democratici non possono con la stessa arbitraria leggerezza adottare leggi liberticide per escludere (le pressioni dell’opposizione parlamentare e della Ue hanno indotto il governo italiano a moderare le norme sulla schedatura dei rom e degli extracomunitari). La democraticità degli stati democratici viaggia sul crinale di questa insanabile contraddizione, perché più un paese democratico irrigidisce le proprie politiche di accoglienza, più esso compromette i suoi propri principi e quindi anche il grado di libertà dei suoi cittadini. Come a dire che l’illibertà verso gli altri ricade su di noi perché ci rende immancabilmente illiberali verso noi stessi. Le politiche repressive creano più problemi di quanti non ne risolvono, anche se la loro spettacolarità può avere consenso d’opinione. Un progetto politico che si definisca democratico dovrebbe avere ben chiara questa contraddizione e comprendere che le strategie di giustizia redistributiva a livello globale e quelle di integrazione politica a livello nazionale sono la strada obbligata se vogliamo difendere il tenore delle nostre democrazie.

Ma l’appello del Papa all’Europa affinché accolga gli "irregolari" suggerisce un’ulteriore riflessione che si riallaccia a quanto ha scritto Ezio Mauro su questo giornale a proposito della funzione precettistica della chiesa. Sembra che la politica non abbia la forza di iniziare autonomamente un discorso di giustizia su questioni cruciali e controverse. Sembra che solo la cultura religiosa abbia il vocabolario che consenta a tutti noi di parlare di giustizia e di dignità. Eppure la cultura politica, quella democratica e liberale, ha principi, valori e parole capaci a sviluppare argomenti di giustizia altrettanto cogenti e forti. Il fatto è che chi opera nella sfera politica non usa questo linguaggio con altrettanta forza e autorevolezza di chi opera nella sfera religiosa. È forse una sbagliata nozione di opportunità politica più che la povertà del linguaggio politico ad entrare in gioco quando la politica resta muta o timida; l’idea che per parlare la politica abbia prima bisogno di sapere da quale parte sta l’opinione della maggioranza per seguirla o non scontentarla. Ma la politica è creazione di opinione non addomesticata adesione all’opinione corrente; è capacità e coraggio di influire sul giudizio politico dei cittadini, di operare affinché si determinino cambiamenti nell’opinione. Ecco perché insieme ai diritti di libertà e alla giustizia, dietro alla politica delle frontiere e dell’integrazione c’è in gioco la dignità della politica.
"La Repubblica" 6 settembre 2008
domenica, 07 settembre 2008, 12:01 *** link *** inserito da circolopasolini *** commenti

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