e l'amico Pasquale
che metteva nell'orto
un segnale
***
Una sposina di nome Gianna
paribon zibon zibon
nell’orticello metteva una canna
paribon zibon zibon
era un segnale per il suo amico
ch’egli spiava se c’era il marito.
Ti voglio ben biondina
ti voglio ben bionda.
II
Quando la canna era piantata
lei col marito era impegnata
se invece la canna era pendente
l’amico entrava liberamente.
III
L’amico andò per trovare la sposa
quella giornata piuttosto ventosa
vide la canna che era atterrata
arcicontento decise l’entrata.
IV
Lei nel sentire fischiare l’amico
volle spiegare che c’era il marito
allora in braccio prese il bambino
cantando le disse: “Fà nanna piccino”.
V
Cantando diceva piccin fà la nanna
ha rovesciato il vento la canna,
dormi bambino non farmi impazzire
che anche il babbo vuole dormire.
VI
Attenti mariti nell’orticello
Che non vi sia una canna o un ombrello
Come quel tale giovedì sera
Trovò nel letto una scarpa nera.
Molti ricordano le esibizioni di Callegari sull'Allea in Viale Matteotti a Pavia, quando annunciava, alle nove del mattino, che avrebbero cantato una strepitosa canzone che arrivava solo nel pomeriggio. Come questa: Festa!.....lo squillo della tromba
seguito dalla banda
al posto della sveglia.
Festa!.....bambini sulla giostra,
gettoni alla cassa.
Il Marco al punchingball
Gente!..... intorno al cantastorie*
che commuovendo vende
cofanetti carillon !
La spusa la mangia i triful
e al prevost al pän gratà
dagla Ninèta dagla Ninèta!
E la spusa la mangia i triful
e al prevost al pan gratà
dagla Ninèta al prevost l'è innamurà
ma al prevòst ad Zerbulò , i om in cesa ja vör no
parchè i pisän contra al mür e i fan crudà al pitür
festa!.....in fila sul sagrato
guidati dal curato
a ritmo sincopato
ritmo!.....dettato da una orchestra
che suona il liscio in piazza
per la solennità.
Il bacio.... sull’alluce usurato del santo venerato
ma che bene che ci fa.
Ciapa la roca e al füs e mandli in California, ( 3 volte )
e mandli in California in California a stupà i büs!
Ma al prevost……
... Domando scusa e perdono , ecco la mia foto con Luciano Taioli e in omaggio un cofanetto con la Madonna di Lourdes in imiloro galvanoplastico! ...
Festa!..... chi ha vinto le elezioni
innalza i gonfaloni
agli altri girano i maroni
presto!..... sbiadisce il manifesto
e di quanto si è promesso
che cosa ne sarà?
Appeso..... accanto al candidato
c’è un culo levigato
quanti voti avrebbe già
uselino bel uselino
cicc ciacc frega e risenta
l’è sempar sta cansón
da fora sum ridenta
ma dentar g’ho al magón
si tal là cal vegna si l’è propi lü ( 3 volte )
chi l’è mai c’am tegna
da anda’l a brasà sü
Ma ‘l prevost ad Zerbulò
i donn in cesa ja vör si
parchè i van in sacrestia
quand gha scapa la pipì
festa!.....ogni festa si assomiglia
la gente si imbottiglia
la vita si assottiglia
suona!.....l’orchestra anni sessanta
la voce è un po’ più stanca
e c’è chi non canta più
festa!..... al bando la tristezza,
il sapere scende in piazza col bonarda d’oltrepò!.
Molto si è scritto, nel passato, sui cantastorie pavesi: Adriano Callegari, Antonio Ferrari, Angelo Cavallini e sua moglie Vincenzina Mellina. Sul loro treppo, sui loro spettacoli di piazza, il loro portavoce Adriano Callegari ha raccontato molto. Quello che invece, spesso, si è tralasciato è il privato di questi grandi artisti che a volte è altrettanto importante quanto il pubblico. I cantastorie pavesi hanno smesso di "lavorare" 20 anni fa. Adriano Callegari e Antonio Ferrari sono scomparsi, sono andati probabilmente a portare il loro treppo in Paradiso.
Angelo e Vincenzina, invece, non sono morti come qualcuno va erroneamente dicendo in giro da tempo, facendoli arrabbiare tantissimo, negli ultimi vent'anni sono rimasti in piazza a lavorare (perché, come dicono loro, "la piazza è qualcosa che ti entra nelle vene, nel sangue e dentro al cuore, e una volta che hai cominciato è difficile starne lontano"). Angelo e Vincenzina hanno continuato a vendere lucido da scarpe agli stessi clienti ai quali vent'anni prima vendevano canzoni, storie e sogni. Poi nell'inverno del 2001 un brutto ictus ferma Angelo Cavallini e lo costringe a casa curato e assistito amorevolmente da sua moglie Vincenzina, "Vice" come la chiamano tutti. Certo non deve essere stato facile fermarsi dopo una intera vita passata on the road, sulla strada.
Però la strada, spesso, quando sopraggiungono la malattia, la vecchiaia, ti lascia solo, solo con i tuoi ricordi, belli, brutti, ma solo, irrimediabilmente solo. E la solitudine, la malattia, accrescono in te una specie di insofferenza verso il mondo esterno, verso quella gente alla quale hai dato molto, hai dato la vita intera e che adesso, adesso ti dimentica… Dice persino che sei morto… Gente che è passata come una tempesta nella tua casa portandoti via tutto quello che avevi raccolto nella tua vita da cantastorie: le tue registrazioni, i tuoi nastri, i tuoi dischi, le tue vecchie foto, i film che hanno girato su di te, gli articoli di giornale, i fogli volanti… tutto. Gente che a volte si è arricchita su di te senza nemmeno farti gli auguri il giorno di Natale. Certo non è stato facile riconciliare Vincenzina e Angelo Cavallini con il mondo della musica e della cultura popolare, la loro sacrosanta diffidenza a riparlare di quei giorni è stata vinta, credo, grazie alla pazienza e all'affetto con cui io, ma soprattutto mia moglie Angelina li abbiamo circondati, quasi adottandoli…
La storia privata e pubblica di Angelo e Vincenzina Cavallini potrebbe essere davvero lo spunto per una tipica storia da cantastorie (e chissà che non lo diventi presto). La loro storia potrebbe diventare un romanzo, un film. Venghino, Signori, venghino… Questa è una lunga chiacchierata con Vincenzina e Angelo Cavallini in un caldissimo pomeriggio di luglio. Vincenzina racconta la sua storia ed aiuta Angelo, che in seguito alla brutta malattia, fatica a parlare… e …a volte ho avuto la sensazione che le parole uscissero da una sola persona. Ecco perché questa è una storia per i cantastorie:
F.P. : DOVE SEI NATA?
V.C. : Sono nata nel 1929 a Salsominore di Ferriere vicino a Piacenza perché la mia mamma era di Bobbio e mio papà che veniva dal Friuli faceva il muratore lì. Lavorava per un'impresa che ha fatto l'autostrada, la "camionabile". Ha lavorato anche nella galleria dei Giovi, sulla prima autostrada che hanno fatto. Poi è andato nella Val d'Aveto vicino a Chiavari dove è nato mio fratello.
Eravamo un fratello e due sorelle, mia sorella è nata anche lei vicino a Piacenza a Vigolzone dove mio papà e mia mamma si erano sposati. Mia mamma che faceva la casalinga lo seguiva sempre nel suo lavoro, per fargli da mangiare. Mio fratello invece è nato in Liguria perché in quell'epoca mio papà lavorava a Zoagli. Mio nonno materno era un sensale, vendeva e comperava bestie, era un mediatore.
F.P.: QUANDO POI IL LAVORO DI PAPA' IN EMILIA E LIGURIA E' TERMINATO SIETE TORNATI IN FRIULI?
V.C.: Siamo rimasti in Emilia finché siamo stati piccoli, poi siamo andati via per seguire mio papà, che finito il lavoro ci ha riportato in Friuli. Là avevamo già la casa, costruita dall'altro mio nonno che faceva anche lui il muratore.
Mio nonno paterno e mio papà avevano fatto una casa grande per loro e una più piccola per mio zio, che aveva anche la terra e la stalla.
F.P.: COME SI SONO CONOSCIUTI TUO PAPA' E TUA MAMMA?
V.C.: Quando mio papà è andato a lavorare nella Val d'Aveto, andava a mangiare all'osteria di Bobbio. Mia mamma aveva due fratelli che facevano i muratori e lavoravano insieme a mio papà, e loro lo invitavano spesso, nei giorni di festa a mangiare così si sono conosciuti. Mia nonna alla festa faceva sia il "mangiare" che il pane. Lei era una segnona ovvero segnava gli animali e le persone, quando non stavano bene. Lei li guariva. Girava molto per andare a segnare. Mio nonno materno veniva spesso qui in Lomellina in provincia di Pavia per vendere gli animali e lei spesso lo seguiva per segnare gli animali. Era una bellissima donna.
F.P.: SEI ANDATA A SCUOLA? DOVE?
V.C.: Ad Aviano, in Friuli, fino alla quinta e avevo sempre delle pagelle molto belle. La mia maestra diceva sempre a mia mamma " Teresa, perché non fai studiare la Vincenzina?" La mia maestra diceva che i figli dei signori erano asini, e che se io alzavo la mano era perché sapevo sempre la risposta. Lei diceva "Mellina giù la mano e silenzio" e io mi dicevo: "penserà che sono un asino" così una volta le ho chiesto: "Signorina, (era una zitella) perché non mi interroga mai? " e lei mi ha detto: "Perché io lo so che se tu vai alla lavagna tu hai il "cervello", io lo so che anche se lavori in campagna per aiutare la mamma a zappare tu quel poco che leggi, ce l'hai nella testa, invece loro i figli dei signori, che non hanno niente da fare, non aprono nemmeno i libri". Così non mi interrogava mai.
F.P.: QUINDI DOPO LA SCUOLA COS'HAI FATTO?
V.C.: Ho finito la scuola a 11 anni, poi c'era la guerra e allora ho dovuto aiutare la mia mamma. Appena finita la guerra, nel 1946, sono partita, come tante altre ragazze all'epoca e sono venuta a fare la cameriera a casa di una famiglia di Tromello. I signori Papetti. Avevo 16 anni e mezzo.
F.P.: LI' COSA FACEVI?
V.C.: Facevo la cameriera, questa famiglia aveva anche tre bambini, io vivevo con loro, avevo la mia stanza da letto però mangiavo con loro e mi volevano bene, specialmente la padrona, e anche i loro bambini. Avevano un caseificio e facevano i formaggi. Avevano anche i maiali.
Loro mi pagavano e con i soldi mi sono fatta il corredo.
Oltre a servire, la mia padrona mi aveva fatto iscrivere alle liste per fare la mondariso, perché quando c'era la stagione della monda, potevo fare dei bei soldini in più. Per 30 giorni facevo la mondina e poi tornavo da loro e facevo la cameriera. A mondare andavo alla cascina Luisiana, tra Alagna e Dorno.
F.P.: QUINDI LA TUA ADOLESCENZA L'HAI PASSATA COSI'?
V.C.: Sì.
F.P.: ERI CONTENTA DI VENIRE VIA DA CASA?
V.C.: Volevo provare, però non è che mi piaceva tanto.
F.P.: ANDIAMO UN ATTIMO INDIETRO E RACCONTIAMO LA STORIA DI ANGELO FINO A QUANDO SEI ARRIVATA TU.
V.C.: Angelo è nato il 9 luglio del 1928, è andato a scuola fino alla prima avviamento, suo padre era un famoso cantastorie: Antonio Cavallini (forse il più grande n.d.r.).
Ad Angelo non gli piaceva studiare e scappava spesso da scuola. I suoi genitori ci tenevano che lui studiasse, ma a lui proprio non piaceva andare a scuola. Erano tre fratelli, due maschi e una femmina: Angelo, Gino e la sorella Bruna.
F.P.: SUO PAPA' FACEVA IL CANTASTORIE DI PROFESSIONE VERO?
V.C.: Aveva iniziato per divertimento, perché lui sapeva suonare la fisarmonica, e spesso andava alle feste dei coscritti, feste da ballo a "gratis", poi in seguito ha scoperto che poteva farlo anche per mestiere.
Ha cominciato nelle osterie, poi in piazza. Quando andava nelle osterie prendeva con sé anche Angelo che aveva nove anni, lo metteva nella sedia, perché era piccolino, e gli faceva suonare l'armonichin. A lui piaceva davvero tanto con suo papà. Suo padre ha iniziato a fare il cantastorie abbastanza tardi, lo ha fatto soprattutto per necessità, perché vedeva che prendeva dei bei soldini a suonare nelle osterie, invece, sotto padrone in campagna, gli facevano fare anche dodici ore per volta e i soldi erano davvero pochi.
F.P.: COSI' ANGELO TU HAI DOVUTO IMPARARE A SUONARE LA FISARMONICA E LA BATTERIA, E A DODICI ANNI HAI INIZIATO A LAVORARE CON TUO PAPA'?
A.C.: Sì, mio papà mi ha fatto l'abbonamento mensile per il treno e viaggiavamo in tutt'Italia: Lombardia, Liguria, Piemonte, Toscana e … in tutte le altre regioni d'Italia.
V.C.: Angelo andava in giro con suo papà, e si trovavano con i colleghi cantastorie direttamente sul posto, nella piazza e lavoravano tutti insieme. Angelo era coccolato da tutti e veniva chiamato: "al fio' dal Tugnin", oppure "al fio' dal Luis" perché il padre veniva chiamato (chissà perché) Tugnin in Lombardia e Luis in Piemonte. Suo papà suonava la fisarmonica e Angelo la batteria, e in più cantavano. Ma spesso si scambiavano gli strumenti.
F.P.: IL FRATELLO DI ANGELO, BRUNO ERA ATTRATTO DAL FARE IL CANTASTORIE?
V.C.: No, lui faceva il calzolaio. A lui, così come a mia suocera, la musica non piaceva in modo particolare.
F.P.: COME VI SIETE CONOSCIUTI E COME E' NATA LA "SCINTILLA"?
V.C.: Io sono arrivata dal Friuli molto giovane, ma non avevo mai voglia di uscire di casa. Quando lo facevo, andavo nella piazza del paese, i ragazzi mi seguivano ma io mi chiudevo in casa.
Per un anno non sono mai uscita. La mamma di Angelo e la mia padrona erano amiche, e spesso lei veniva a trovarci. Una volta la mamma di Angelo era tornata a casa e aveva detto. "Oh Angelo dovresti vedere che bela " fiuleta" che ha la siura Maria" . Un giorno la mia padrona mi ha detto di andare nella casa di un dottore loro affittuario, perché doveva venire Angelo a ritirare delle bottiglie. Io ho detto "chi è Angelo?". " E' il figlio della Carolina". Lui è venuto, gli ho consegnato le bottiglie e tutto è finito lì. Però dalla piazza vedevo che lui passava sotto la mia finestra e guardava. Ma io alle 8 di sera ero già a letto. Tutto questo durò per un bel pezzo. La mia padrona mi diceva sei sempre in casa, vai al cinema, esci un po', sei sempre in casa. Ma io non volevo uscire. Non so perché ma non mi piaceva.
Intanto la mamma di Angelo, Carolina, che era una mondariso, si incontrava sempre con la mia padrona. Dopo un po' di tempo, non so come, viene la cameriera di un altro padrone, e mi dice che la domenica successiva mi avrebbe portato al campo del football. Così arrivata la domenica siamo andate alla partita e, mentre arrivo, Angelo viene via con un 'altra ragazza, così ho pensato "gira gira davanti a me ma poi ha un 'altra". In quel momento la mia amica mi dice che però Angelo mi corteggia, che glielo hanno detto. Io però non ci credevo. Angelo mi corteggiava e io non lo sapevo neanche. Alla domenica andavamo a ballare ed un suo amico mi faceva sempre ballare. Lui si che mi corteggiava.
Io non volevo Angelo come fidanzato, ma soprattutto non volevo farmi il fidanzato. Però a dire la verità non è che mi dispiaceva come ragazzo.
Così piano piano, abbiamo cominciato a "parlarci", ci davamo appuntamento al campo da football oppure sotto il mio portone.
F.P.: TU SAPEVI CHE ANGELO FACEVA IL CANTASTORIE?
V.C.: Si sapevo tutto, perché la mia padrona chiedeva a sua mamma Carolina "stasera sono a casa i suonatori'?" e lei diceva ogni volta dov'erano ad esibirsi. A volte stavano fuori in albergo a dormire quando erano a lavorare lontano. Il suo "corteggiamento" è durato due anni. …Sempre sotto il mio portone.
Una sera esco e lui mi chiede di andare a fare un giretto dal teatro alla chiesa. Naturalmente camminavamo "staccati" l'uno dall'altro ma davanti alla chiesa, ad un certo punto lui mi ha abbracciato. Siccome mi ha messo le mani sul seno, io gli ho detto che se teneva giù le mani io uscivo ancora con lui, altrimenti… Però da allora abbiamo cominciato a uscire più spesso, a volerci bene e…ci siamo innamorati. Una sera siamo andati a fare un giretto e e ci siamo dati il primo bacio. Ci siamo parlati per cinque anni. Ci siamo sposati a Tromello che io avevo 20 anni e lui 21.
I miei genitori non sono venuti al matrimonio per via della campagna, ma poi saremmo andati noi da loro in Friuli perché il viaggio di nozze lo siamo andati a fare a Venezia. Così in chiesa mi ha accompagnato il mio padrone. Tutti dicevano che sembravo una modella.
F.P.: QUANDO ERI FIDANZATA CON ANGELO TU ANDAVI AI SUOI SPETTACOLI?
V.C.: No, non potevo perché ero a servire a casa della famiglia dove facevo la cameriera.
F.P.: PARLACI DELLA VOSTRA VITA DOPO SPOSATI.
V.C.: Quando ci siamo sposati non sono andata subito in piazza con Angelo, sono rimasta a casa dove facevo la casalinga e accudivo mio figlio, Danilo.
Danilo è nato a Pavia l'8 novembre del 1954, dopo tre anni di matrimonio, ma quando è nato è stato preso con il forcipe e questo gli ha lesionato irrimediabilmente il cervello.
Era bellissimo con due bei occhioni…. Si muoveva, capiva, vedeva ma non reagiva. Ed è rimasto per sempre cerebroleso. Ho fatto di tutto per farlo guarire ma non c'è stato niente da fare. Ho scritto anche ad un famoso professore in Svezia….Un altro dottore mi aveva detto che sarebbe vissuto pochissimo per via della sua malattia. Invece Danilo è vissuto 20 anni. Gli abbiamo fatto il funerale il giorno di San Luigi, il 21 di giugno.
F.P.: QUANDO HAI INIZIATO A LAVORARE CON ANGELO NELLE PIAZZE?
V.C.: Nel 1958.
F.P.: QUINDI HAI DOVUTO PRENDERE QUALCUNO CHE ACCUDISSE IL BAMBINO?
V.C.: Si, ho preso una donna, una zitella, che aveva 55 anni, e stava con Danilo, il mio bambino, fino a quando non arrivavo a casa io verso le 1300, mangiavamo insieme, poi io lavavo i piatti e lei tornava a casa sua, oppure se arrivavo alla sera perché eravamo a lavorare lontano, lei restava fino a tardi. Spesso dormiva a casa nostra, anche perché a volte stavamo via quattro o cinque giorni e lei doveva accudirlo continuamente. Danilo non poteva masticare, quindi dovevo cucinare cose molto liquide che facevo solo per lui. Dovevo imboccarlo perché se no non mangiava.
F.P.: QUINDI SPENDEVI MOLTI SOLDI PER TUO FIGLIO?
V.C.: Certo, ero sempre in farmacia con il portafogli in mano. Allora non c'era niente, non esisteva la pensione. Dovevo pagare tutto. Gli hanno dato il libretto di invalidità quando aveva 18 anni. Gli hanno dato gli arretrati dopo che era morto, una somma così piccola che non ci ho pagato neanche il funerale.
F.P.: VOI AVEVATE UNA DISGRAZIA COSI' GRANDE E ANDAVATE IN PIAZZA A FARE DIVERTIRE LA GENTE?
V.C.: Si proprio così, avevamo avuto in casa una tragedia, eppure andavamo in piazza a fare ridere la gente, ma il nostro cuore piangeva. Io cantavo e suonavo la batteria ma il mio cuore piangeva. Siccome Dio mi ha dato tanta forza, non facevo capire alla gente il mio dolore. Io li facevo ballare e cantare. E loro mi davano soldi.
F.P.: NESSUNO SAPEVA DI QUESTA TERRIBILE STORIA?
V.C.: Nessuno, a nessuno l'ho detta, solo qualche ambulante lo sa, gli amici.
Io non dicevo niente a nessuno, anche perché forse se lo dicevo, magari pensavano che io fossi matta, andare in giro a cantare con quello che avevo. Tutta questa forza mi veniva anche da mia mamma che mi ha dato tutto, mi ha messo al mondo sana e con la stessa voglia di lavorare che aveva lei. Ho imparato tutto da lei.
F.P.: MA QUANDO CANTAVATE CANZONI DI TRAGEDIE TIPO "LA BAMBINA GETTATA NEL POZZO" OPPURE "IL POVERO RENATO" PER VOI CHE ERAVATE GENITORI ERA ANCORA PIU' DIFFICILE, DAL MOMENTO CHE POI AVEVATE UNA STORIA COSI' TRISTE IN CASA, COME FACEVATE?
V.C.: Quando cantavo quelle storie che erano vere, mi venivano i brividi e la gente piangeva, anche a me le lacrime venivano, e veramente perché anch'io a casa avevo la mia tragedia.
Partivo da casa che non ero allegra, eppure non ho mai fatto capire niente. Tutti mi dicevano, ma che bel carattere, che bella madamin, che bella voce, perché non va a Sanremo?…
F.P.: PERO' AVETE AVUTO TANTE PERSONE CHE VI HANNO AIUTATO O SBAGLIO?
V.C.: Si, davvero abbiamo avuto tanti amici.
F.P.: NON AVETE MAI PENSATO DI AVERE ALTRI BAMBINI?
V.C.: Sì, ma purtroppo avendo avuto un parto difficile, probabilmente non potevo più averne.
F.P.: CHI VI SCRIVEVA I TESTI?
V.C.: Il maestro Burchi. Lui era una "cima" (molto intelligente n.d.r), gli dicevi una storia e lui te la scriveva. Gli dicevi il fatto, lui leggeva il giornale e scriveva la storia giusta, neanche un errore, la strofa giusta. Non era un lavoro per lui, lui lo faceva perché gli piaceva, mangiava con noi, ma non ci chiedeva soldi. E' morto giovane. Il 13 luglio 1974 siamo stati eletti Trovatori d'Italia, io non volevo andare alla cerimonia perché a giugno era morto mio figlio. Ma lui ha insistito e mi ha detto che dovevo cantare la sua storia, che mi avrebbe scritto una bellissima storia. Lui sapeva spiegare le canzoni in modo che io le imparavo facilmente e come le leggevo le sapevo già a memoria.
F.P.: QUANTE CANZONI CANTAVI IN UN GIORNO?
V.C.: Anche 20, ma poi potevo anche ricantarle, dipendeva dalla gente…
F.P.: QUANTO DURAVA IL VOSTRO SPETTACOLO?
V.C.: In piazza due ore, ma ci alternavamo con Callegari e Ferrari.
F.P.: PERCHE' HAI INIZIATO AD ANDARE IN PIAZZA ANCHE TU?
V.C.: Un giorno Angelo mi ha detto "Vice, con quello che prendo da solo in piazza non possiamo andare avanti". Con mio figlio Danilo le spese erano tante, e in quel periodo non erano in molti a darci una mano. "Vedi Vice, la vita è cara, con Danilo costa, proviamo ad andare in piazza io e te"e io ho risposto "si, se trovo la donna che mi cura Danilo io vengo volentieri, anche domani". "Proviamo a vedere se ce la facciamo da soli, io e te…".
Angelo mi ha insegnato la batteria nel garage, mi ha insegnato come accompagnare il valzer e il tango.
F.P.: QUAL'E' STATA LA PRIMA PIAZZA CHE HAI FATTO SE TI RICORDI ANCORA?
V.C.: Era Casale Monferrato, poi Asti, eravamo noi due soli, lui con l'armonica imboniva, io suonavo la batteria e cantavo un pezzettino, e tutti mi dicevano "che bella voce". Abbiamo avuto subito successo. Ci siamo subito "presi", affiatati a "partire con la canzone", non appena lui suonava la sua fisarmonica. Dopo un mese eravamo già affermati.
Subito dopo il papà di Angelo, ha lasciato la compagnia con la quale lavorava ed è venuto con noi. Anche perché la sua compagnia era di Torino, (avevano una cantante molto brava), e spesso doveva stare fuori la sera, così gli ha detto di trovarsi un fisarmonicista, perché ormai lui era anziano e voleva stare con il suo Angelo e la sua Vincenzina. Così se ne andò da loro e rimase con noi. Mio suocero cantava molto bene.
F.P.: ANGELO CHI TI HA INSEGNATO A SUONARE LA FISARMONICA?
A.C.: Ho imparato per conto mio ad orecchio, io guardavo mio papà e intanto imparavo, non sono mai andato da un maestro. Usavo la fisarmonica di mio papà. Lui era contento di vedermi suonare, e poi capiva che avrebbe avuto un aiuto, sai "l'unione fa la forza"…
F.P.: VINCENZINA ANCHE TU SUONAVI LA FISARMONICA?
V.C.: Si, sapevo suonare anche la fisarmonica, ma poi ho smesso perché i pensieri per mio figlio mi mandavano in confusione. Strimpellavo un paio di strofe ma poi mi scordavo tutto, perché dovevo pensare a tutti i miei problemi. La batteria invece riuscivo a suonarla e l'avevo imparata piuttosto bene anche se avevo la mente che volava.
F.P.: TU CANTAVI GIA' ANCHE QUANDO ANDAVI A FARE LA MONDINA?
V.C.: Avevo una bella voce già da bambina. Un giorno una signora di Trieste che era in villeggiatura a Piancavallo, in Friuli, è venuta nel nostro cortile e ha detto a mia mamma: "ma chi cantava nell'orto e nei campi è quella bambina lì?" e mia mamma ci ha detto "si" "è la sua bambina?" "si", "le dico una cosa che se lei accetta sua figlia diventa un pezzo grosso, ce la dia a noi penseremo a metterla in conservatorio a Trieste, diventerà una "soprana"". "ma neanche per sogno", ha risposto mia madre, "andate fuori di qua, che io ce l'ho bisogno in campagna, per rastrellare il fieno, che mio marito è via per il mondo a lavorare". Quando facevo la mondina cantavo tutto il giorno e le mie colleghe e anche i padroni della risaia dicevano "ma che bella voce,ma che voce che ha quella "fiola", e mi chiedevano: "Vincenzina perché non vai a Sanremo? Ma io ci rispondevo "per andare a Sanremo bisogna fare andare la "frittola" (l'organo sessuale femminile in dialetto friulano n.d.r.) ".
F.P.: GIRAVATE SEMPRE IN TRENO?
V.C.: No, poi nel 58 abbiamo cominciato a girare con la Seicento Multipla.
F.P.: COME TROVAVATE GLI SPETTACOLI?
V.C.: Delle fiere si occupava mio suocero, perché era il più vecchio della piazza, lui era Maestro delle piazze. Pagava da anni una tassa per esibirsi come ambulante, ed essendo il più vecchio tutte le fiere spettavano a lui. Quando ha cominciato a venire con me e Angelo, alla sera lo portavamo a casa, e lui diceva "Sono tanto contento, Vincenzina che hai imparato bene il mestiere, con quella voce e la simpatia che hai e la bella donna che sei". Lui mi faceva un sacco di complimenti, per come "lavoravo". Allora purtroppo era già vecchio e malato, ma era ancora bravissimo. E' stato un grande cantastorie.
F.P.: A QUELL'EPOCA CANTAVATE SOLAMENTE O AVEVATE GIA' INIZIATO A VENDERE DELLE COSE?
V.C.: Si, si vendeva il libro delle canzoni di Luciano Taioli, di Claudio Villa, il calendario con tutte le canzoni le fotografie dei cantanti e delle artiste.
F.P.: DOVE LI PRENDAVATE?
A.C.: A Foligno, ma noi li ricompravamo da Callegari di Pavia, lui faceva il cantastorie ma aveva l'esclusiva per le cose da vendere, per i fogli volanti.
F.P.: ADRIANO CALLEGARI AVEVA QUINDI UN GROSSO SENSO DEGLI AFFARI?
V.C.: Si era molto furbo e scaltro.
F.P.: LUI ERA IL VOSTRO PORTAVOCE?
V.C.: Si, lui era quello che veniva sempre intervistato. Era un gran lavoratore. Aveva un po' il vizio del bere. Anche Antonio Ferrari era una bravissima persona, e poi lui aveva cominciato a lavorare con i "Vecchi cantastorie" quindi aveva un sacco di esperienza.
F.P.: QUANTE FIERE FACEVATE IN UN MESE?
V.C.: Tante, ma facevamo anche e soprattutto i mercati. Noi non stavamo mai a casa, perché quando non c'era il mercato c'era la fiera.
Noi si cantava e si suonava tanto a Milano, dietro il Castello Sforzesco, avevamo il permesso tutti i giorni festivi di tutto l'anno, tanto che i vigili non ci fermavano neanche più perché sapevano che erano anni che il sindaco rinnovava il permesso ai cantastorie di Pavia.
F.P.: FINO A QUANDO SIETE ANDATI IN GIRO A CANTARE?
V.C.: Fino a 20 anni fa. Era il mese di maggio.
F.P.: PERCHE' AVETE SMESSO DI CANTARE?
V.C.: Perché Callegari diceva che era stanco, che dovevamo smettere, che stava diventando vecchio, ma io ero già andata a prendere la licenza per vendere il lucido. Ho smesso a 55 anni di suonare la batteria, e di cantare. Non mi sentivo più. Gli ultimi a smettere di fare i cantastorie siamo stati noi. La gente comunque veniva lo stesso anche negli ultimi tempi, nonostante la TV, perché noi eravamo qualcosa di diverso.
F.P.: PERO' TU MI HAI RACCONTATO CHE VOLEVATE COMUNQUE LAVORARE IN PIAZZA, RIMANERE A CONTATTO CON LA GENTE.
V.C.: Si infatti alle fiere e ai mercati, sopra l'imperiale del tamburo abbiamo messo la pila dei barattoli e sopra la batteria lucidavamo le scarpe, e tutti ci dicevano che eravamo onesti e galantuomini. All'inizio mentre vendevamo lucido, cantavamo ancora, volevamo vedere se funzionava. Siccome ci conoscevano per via della musica, non abbiamo avuto problemi. Tutta la mia "gente della musica" veniva a comprare il lucido. Tutti ci dicevano "ma Cavallini cosa fate?" noi dicevamo: "siamo diventati vecchi, adesso vendiamo il lucido, venite che vi diamo una lucidata…" Siccome tutti ci ritenevano persone oneste, come eravamo, tutti provavano il nostro lucido perché sapevano che sicuramente era buono se lo vendevamo noi.
F.P.: PERCHE' AVETE SCELTO DI VENDERE IL LUCIDO?
V.C.: Perché ci ha cercato il Commendatore di quella Ditta, era un lavorino "buono", facile e leggero.
F.P.: QUINDI PER ALTRI 20 ANNI AVETE FATTO I VENDITORI AMBULANTI?
V.C.: Si, per vent'anni.
Angelo ha fatto il cantastorie per 40 anni, ma è stato in piazza praticamente per 63 anni.
Ogni anno dicevamo che avremmo smesso di fare i mercati con il lucido, però poi non riuscivamo a starcene a casa. Poi l'anno scorso Angelo è stato male e così abbiamo smesso per forza. E' dura stare a casa quando hai passato tutta la vita davanti alle persone.
F.P.: C'E' ANCORA GENTE CHE COMPRA LUCIDO AL GIORNO D'OGGI?
V.C.: Ce n'è ce n'è.. C'erano delle persone che venivano apposta solo per comprare il lucido.
Non serve solo per le scarpe ma per i mobili e tante altre cose. Ancora oggi mi telefonano per chiedermelo….
…..C'è n'è ancora di persone che comprano il lucido, ricordando le vecchie canzoni… per fortuna… ce n'è ancora…
La storia di Agostino Callegari di Fabrizio Poggi

Agostino Callegari un maestro dei Cantastorie
Vi racconto la storia di quello che, secondo me, è stato il più grande cantastorie di tutti i tempi, sicuramente un maestro per tutti i moderni cantastorie. Agostino Callegari detto “il Gusto di Pavia” è un artista degno di condividere “la strada” con la esse maiuscola o in questo caso la piazza, con i più grandi raccontatori di storie musicali al mondo, i cui nomi sono ormai entrati nelle leggende d’oltreoceano – Woody Guthrie – e, qui da noi, l’immortale Giovanna “Iris” Daffini. La storia di Agostino Callegari raccontata, scritta o letta, non può non dare qualche brivido alla schiena a chi pensa ancora che le parole “passione” e “musica” debbano essere vocaboli molto vicini tra loro. Agostino Callegari è nato in un paesino alle porte di Pavia nel 1892. Figlio di contadini comincia fin da piccolo ad aiutare la famiglia nei campi. E’ a sette anni che gli esplode dentro la passione per la musica, si compra una fisarmonica di seconda mano e comincia ad esercitarsi “come un matto” nei momenti liberi. Passa qualche anno e il nostro, dotato di una bella e potente voce da tenore, viene sovente chiamato per andare a cantare e a suonare durante i matrimoni, alle feste dei “coscritti” e nelle sagre paesane. Nel frattempo Agostino fa anche il militare e ha l’occasione di conoscere Gerolamo Montagna, il pioniere dei cantastorie pavesi, che avrà un’influenza decisiva sulle decisioni che il giovane Callegari prenderà qualche anno dopo. Non fa in tempo a tornare dal servizio militare che viene subito richiamato in caserma: è scoppiata la prima guerra mondiale e anche lui deve andare a “servire la patria”. Congedato e tornato alla fattoria di famiglia, Callegari decide che la vita da contadino non fa per lui e, presa con sé la sua fisarmonica, se ne va di casa per diventare allievo e collaboratore di Girolamo Montagna. Il cantastorie lo prende sotto la sua ala protettiva e gli insegna tutti i trucchi del mestiere. Agostino è così bravo come allievo che nel 1920 lascia Montagna per intraprendere la difficile carriera di cantastorie solista. I primi anni sono davvero duri: nella zona intorno a Pavia la gente non aveva un gran interesse per la musica che non fosse da ballo (beh, la cosa non è che sia cambiata di molto oggi), e il Callegari quasi si pente di avere lasciato l’amico più esperto. Nel 1920 si sposa con una ragazza di Voghera, in provincia di Pavia, che è anche la cittadina di residenza di chi state leggendo. Nella “Capitale dell’Oltrepò Pavese” Agostino abita per alcuni anni. Nel 1921 nasce il figlio Adriano, destinato anche lui a diventare una pietra miliare nel mondo non solo dei cantastorie, ma anche degli imbonitori. Quando quest’ultimo è un po’ cresciuto e Agostino è riuscito a mettere i soldi da parte, compra insieme al fratello una casa a Pavia dove si trasferisce.
Si racconta che Agostino, nei primi anni di carriera, quando non era ancora sposato, per riuscire a raggranellare qualche soldo in più e poter quindi coronare il suo sogno d’amore, andava ad esibirsi in Emilia Romagna dove c’era un pubblico più ricettivo e generoso. Questo lo costringeva a stare via da casa per parecchie settimane. Quando ritornava e faceva vedere ai suoi genitori che aveva intascato quasi 1200 lire, questi facevano abbastanza fatica a credere che li avesse guadagnati suonando e cantando. Il padre e la madre erano fermamente convinti che il loro disgraziato figlio fosse un ladro o, peggio, un assassino. Quelle all’epoca erano cifre a dir poco inimmaginabili per dei poveri contadini. Bisognava fare luce su questo mistero. Una sera il padre saputo da Agostino che l’indomani andava a “fare” una piazza lì vicino, dove vi era una grande festa religiosa, lo seguì a sua insaputa, e poi di nascosto (anche perché si vergognava di avere un figlio che faceva il suonatore ambulante), si mise a spiare per controllare se fosse vero tutto quello che il ragazzo gli aveva detto. E così il genitore vide tantissima gente intorno al suo Agostino che vendeva decine e decine di “fogli volanti”, dove c’erano scritte le sue canzoni e in cambio riceveva altrettante copiose manciate di monetine. A occhio e croce il papà aveva calcolato che in pochissimo tempo il suo “disgraziato” figliolo aveva guadagnato il doppio di quanto riceveva un contadino per una lunga e dura giornata di lavoro. Adesso anche la sua famiglia era orgogliosa di lui tanto più che il “Gusto” stava diventando davvero un personaggio popolare. L’Agostino, magro e molto alto aveva le spalle e parte della schiena leggermente curve. Per questa sua caratteristica fisica, che negli ultimi anni si accentuerà, verrà soprannominato “il gobbo di Pavia”. A volte, accentuava lui stesso il suo “difetto” quando cantava le storie dei corridori, facendo il giro tra il pubblico suonando e curvandosi sulla fisarmonica, come se fosse su una bicicletta da corsa. Il ciclismo era la sua grande passione, tanto che quando c’era il Giro d’Italia, Agostino lo seguiva tappa dopo tappa, esibendosi nelle città in cui arrivavano i corridori. Il suo idolo era Girardengo per il quale ha scritto diverse canzoni. Con una gigantesca e pesantissima fisarmonica Dallapè – cromatica, 120 bassi, voci in quarta e sei file di bottoni –, “appoggiava” con una potenza straordinaria (a quell’epoca non c’erano microfoni né altoparlanti per i cantastorie), la sua fortissima voce acuta e dirompente che colpiva “come un pugnale” il cuore delle autentiche folle che formavano i suoi “treppi” (questo il nome che i cantastorie danno ai loro spettacoli). Dal primo dopoguerra agli anni ’30, sono tante le imprese memorabili di Callegari. Famoso è quell’episodio che successe a Cremona nel giugno del 1929. Alle nove del mattino, Callegari butta a terra la valigia che contiene “la stampa” (così erano chiamati dai cantastorie i fogli con le canzoni), la apre e si mette in spalla i suoi dodici chili di fisarmonica (altro che gobbo…). Subito al suono del suo strumento e della sua voce la gente accorre al suo spettacolo. E qui ci fu il famoso “scontro” a suon di canzoni tra il Callegari, che lavorava da solo, ed altre quattro squadre di cantastorie una delle quali addirittura armata di “Jazz Band” (così inspiegabilmente veniva chiamata la batteria dai suonatori ambulanti). Il mitico Agostino sbaragliò tutti i colleghi che, sconfitti da tanta maestria, si ritirarono ben presto, ma il nostro dovette esibirsi suonando e cantando senza fermarsi dalle nove del mattino alle 11 di sera. La sua valigia, che al mattino era piena di musica, adesso era piena di monete e contando gli spiccioli, Agostino si accorse di aver guadagnato la cifra record per quei tempi di circa 1000 lire (in quegli anni, come dice la canzone, con quei soldi si poteva pagare un viaggio in America). Quella notte Callegari tornò alla sua casa di Voghera con un sacco di soldi, sfinito dalla fatica, andò a dormire con la febbre, Agostino. Qualche anno più tardi, qualcuno dirà che il “Gusto” abusava troppo della sua forte fibra e del suo fisico eccezionale. D’altronde fu proprio la sua prestanza fisica che gli venne in soccorso quando su un treno durante il periodo fascista, alcuni squadristi gli imposero con prepotenza di suonare il loro inno “Giovinezza”. Per un po’ Agostino, che è d’animo buono, tergiversa (a lui spirito libero e solitario nessuno poteva imporre di cantare una canzone), poi stufo prende per gli stracci i fascisti e li butta giù dal treno. Callegari che, ripetiamo, era davvero gentile con tutti ma pericoloso quando si arrabbiava, affinché gli squadristi non si facessero troppo male, aveva comunque atteso che il convoglio rallentasse all’ingresso in una stazione prima di passare all’azione. Mitico Agostino! Il nostro “eroe” è stato l’unico cantastorie che “insegnava a cantare”. Agostino eseguiva vecchie arie popolari e canzoni di “attualità” che ripeteva più volte, affinché i clienti che avevano comprato il foglio volante, ma che spesso non sapevano leggere molto bene, imparassero a cantare almeno i ritornelli dei brani. Questa sua peculiarità creava un clima di affettuosa partecipazione alla sua arte popolare. Non ha mai ritenuto di modificare il suo abituale modo di vestire durante le esibizioni (salvo agli inizi quando per farsi maggiormente notare indossava un frac), considerando superfluo l’indossare una “divisa” da lavoro. Secondo lui bastavano le sue canzoni ad attirare la gente e con quel successo, come dargli torto. Il suo repertorio veniva cantato da altri cantastorie, dagli avventori delle osterie e persino dalle mondine che subivano il fascino magnetico delle sue storie. All’inizio degli anni ’20 del ‘900, la sua popolarità era alle stelle. In quel periodo la sua piazza “d’oro” era a Castel San Giovanni in provincia di Piacenza, dove alla domenica si teneva il mercato. La gente verso le dieci di mattina era in piazza ad aspettare il “Gusto”. Se pioveva o c’era troppo sole, il luogo d’incontro era spostato sotto i portici. Agostino Callegari come segnale di presenza metteva la fisarmonica e la sua valigia per terra e poi andava al bar a bere un paio di bicchieri di vino bianco (qualcuno dice anche più di due) per scaldare la voce, il suo primario strumento di lavoro. I suoi innumerevoli ammiratori cominciavano intanto ad arrivare e quando l’Agostino “attaccava a suonare”, la sua voce e la sua fisarmonica si potevano sentire in tutta la città senza bisogno di microfoni e di altre diavolerie elettroniche.
Certo quelli erano anche tempi in cui non erano tante le automobili che sfrecciavano per le vie cittadine. Dopo un po’ di tempo, comunque, Callegari si accorse di non potercela fare da solo a sostenere un intero spettacolo, il suo fisico e la sua voce cominciavano a dare qualche segno di cedimento. Negli anni a seguire Callegari farà coppia con diversi bravi cantastorie, tra i quali vanno ricordati il Tenti di Pavia e il Bollani, detto Picalò, di Corteolona, in provincia di Pavia. Nel 1927 Callegari viene ricoverato in ospedale per degli esami: la vita da strada degli anni precedenti cominciava a farsi sentire. Ristabilitosi, non vuole nemmeno saperne di cercarsi un lavoro più tranquillo perché il suo posto è in piazza a cantare per la gente. Questa è l’unica cosa che lo fa sentire vivo. Riprende quindi la sua febbrile attività di cantastorie, ma nel 1932 viene nuovamente ricoverato in ospedale dove subisce anche un intervento chirurgico. Dopo un lungo periodo di riposo, riprende faticosamente a suonare e, nel 1934, conosce a Voghera un giovane cantastorie di nome Antonio Ferrari, originario delle colline a sud di Pavia che da solo e con molta ingenuità era venuto lì per “conquistare“ la piazza. I due fanno subito amicizia, e Agostino prende il ragazzo sotto la sua protezione insegnandogli tutti i trucchi del mestiere. Quando, nel 1936, Agostino sente che la sua salute comincia a dargli troppi problemi sarà proprio Antonio Ferrari a diventare il suo compagno “di piazza”. Le cose sembravano andare piuttosto bene, il duo a cui spesso si affiancava un altro bravo cantastorie, Antonio Cavallini di Tromello, un piccolo paesino a sud ovest di Pavia, stava riscuotendo un ottimo successo. La maggior parte delle persone in quel periodo si era allontanata dalla politica, la seconda guerra mondiale era per fortuna ancora lontana, la radio e il giradischi erano un lusso di pochi e la televisione doveva essere ancora inventata. Ecco allora che i bravi cantastorie, come il Callegari, riuscivano a far passare alla gente qualche momento lontano dai guai della vita di tutti i giorni.
Nel 1941 il terribile male di cui soffre, un tumore all’intestino, comincia a peggiorare e Agostino deve obbligatoriamente farsi ricoverare all’ospedale. Non si riprese più e morì nel 1942, a soli cinquantanni, in piena seconda guerra mondiale. Qualche suo amico e collega dirà che Agostino Callegari non è un caduto di guerra, ma un “caduto di piazza”. In un mondo che va spesso troppo in fretta e dove lo spettacolo deve comunque continuare, Agostino viene presto dimenticato. Il figlio Adriano continuerà la tradizione di famiglia formando una coppia di formidabili cantastorie con l’allievo prediletto di suo padre, Antonio Ferrari. Certo è che io non dimentico che mi sarebbe piaciuto tanto suonare una sola canzone con la mia armonica insieme al mio “eroe” Agostino Callegari: “il Gusto di Pavia”.
