In un anno non siamo cambiati molto. Nonostante il rimescolamento della crisi finanziaria poltiglia eravamo e poltiglia rimaniamo. Questo è quanto esce dal 42° Rapporto annuale sulla situazione sociale del Paese del Censis. Pubblichiamo integralmente le Considerazioni generali che introducono al rapporto e alcuni capitoli riguardanti lo spazio virtuale delle reti, l'aumento di consumo di cocaina, la diminuzione della fruizione dello spazio pubblico e l'ulteriore diminuzione della partecipazione pubblica, la paura dei minori Rom (la nostra non la loro), cresce l'abusivismo edilizio e l'importanza della logistica. Le nostre relazioni sociali sono essenzialmente senza significato. Amen. (ic)
Considerazioni generali
1. L’anno che sta terminando ha visto sovrapporsi ed intrecciarsi tre diversi fattori di crisi: la strisciante fragilità della nostra struttura socioculturale, già segnalata lo scorso anno; il proliferare di tante piccole e medie paure collettive; e poi, in termini subitanei ed esplosivi, il panico diffuso da un’implosione finanziaria internazionale senza ravvicinati precedenti.
2. Nel nostro precedente Rapporto aveva colpito l’opinione pubblica il termine “mucillagine”, termine che voleva significare un insieme di singoli organismi elementari che vivono uno accanto all’altro senza processi di reciproca integrazione e quindi senza forza e futuro. Un termine che ben si adattava e si adatta al carattere particolarmente indistinto di un sistema sociale, quello italiano, caratterizzato da un’alta soggettività dei singoli, senza connessioni fra loro e senza tensione a obiettivi e impegni comuni.
Quando si azzarda un giudizio così mediaticamente spietato è giusto e doveroso che ci si ritorni a distanza di un anno, per confermare o per meglio calibrare l’interpretazione che lo sottende. Quel che è avvenuto nel frattempo ha confermato quella “intima fragilità per carenza di connessioni”?
Una comprova positiva ci viene dall’accentuazione di quella deriva antropologica che ci aveva allora tanto colpito: il primato delle emozioni come motori della psicologia individuale e collettiva; la tendenza a ricercarne sempre di nuove e più forti; la propensione a sperimentarne la “ripetizione” (dello sballo o della dipendenza, al limite) pur di coltivare l’attesa di nuove impressioni psichiche; la moltiplicazione di presunte “esperienze d’anima” in cui alla fine non c’è più anima ma non c’è neppure il gusto delle esperienze; la concentrazione nella importanza dell’attimo (dove la violenza o lo stravolgimento psichico si illudono di avere un bagliore irripetibile di eternità, mentre nei fatti sono solo passi nel nulla). Chi legge anche quotidianamente la realtà italiana, quella delle cronache più che quella della politica, sa che al di là delle sorprese o degli orrori mediatici, una tale regressione antropologica (con i suoi pericolosi effetti di fragilità sociale) esiste ed è verosimilmente in espansione.
3. Non può allora sorprendere se su questa base l’anno trascorso ha visto sorgere e moltiplicarsi paure di diversa entità e di diverso significato. Si potrebbe dire che è stato l’anno delle paure, in una rincorsa sia di strumentalizzazioni da parte della comunicazione mediatica (che dovendo attirare ogni giorno l’attenzione collettiva ha messo in onda sterminate induzioni di emozioni impaurite) sia di strumentalizzazioni da parte della politica, che in un anno elettorale ha trovato vantaggioso enfatizzare le paure collettive e le promesse di fronteggiarle con adeguati interventi di sicurezza pubblica o di protezione sociale.
Di conseguenza tante sono state le paure (piccole e no) che hanno occupato l’opinione collettiva nei primi mesi dell’anno: la paura dell’immigrato; la paura delle rapine e dei furti (magari dei minori Rom);
la paura della microcriminalità di strada; la paura degli incidenti stradali causati da giovani ubriachi o drogati o da camionisti stranieri altrettanto ubriachi e drogati; la paura della violenza giovanile, in particolare del bullismo crescente anche in età finora insospettabili; la paura del lavoro mancante o precario; e via via tutte le paure più squisitamente socioeconomiche (la perdita del potere d’acquisto, la riduzione dei consumi, il difficile pagamento della rata dei mutui, ecc.). Si potrebbe continuare, ma gli elenchi di esempi si fanno per attivare autonomi meccanismi di memoria, non per esaurire il mondo dei diversi riferimenti.
Di fronte a queste tante paure, l’azione politica ha cercato di mettere in campo interventi puntuali di securizzazione, che vanno dai militari per le strade fino alla social card per i meno abbienti. Del loro esito non c’è stato tempo di fare adeguato controllo, anche soltanto d’opinione, ma una impressione forse solo epidermica suggerisce che la rincorsa alle paure ha prodotto alla fine una più profonda ed intima insicurezza, quasi una ulteriore sensazione di fragilità.
4. Una verifica di tale impressione è comunque passata in secondo piano perché alle piccole e medie paure è subentrata la “grande paura”, un panico generalizzato indotto da una crisi finanziaria internazionale che potrebbe mettere in pericolo la nostra economia e lo stesso suo destino nella dinamica socioeconomica internazionale. Migliaia di pagine sono state scritte negli ultimi mesi per descrivere e interpretare i diversi aspetti di tale panico, da quelli vagamente neo-ideologici (sul mercatismo o sul ritorno dello statalismo) a quelli connessi alla dinamica degli interessi (il rapporto fra finanza e banche, da un lato, e l’economia reale, dall’altro), a quelli di immediato impatto popolare (i nuovi disoccupati, i nuovi poveri, i nuovi ammortizzatori sociali, ecc.). Ma quel che più colpisce è che la crisi è sembrata un punto di svolta nel modo stesso di pensare il nostro sviluppo, se sviluppo ci può o ci deve essere ancora. “Non saremo più come prima” è frase che si sente dire quasi ogni giorno, per invitare tutti (consumatori, imprese, banche, ecc.) a cambiare registro ai propri atteggiamenti e comportamenti. “Grande crisi - grande paura”, perché la crisi era inattesa e i suoi effetti sono apparsi imponderabili e poco controllabili. Forse perché allenate ad un fronteggiamento caso per caso delle piccole e medie paure, le reti nazionali ed internazionali di responsabilità politica hanno fronteggiato la grande paura con interventi puntuali e calibrati: convinte che si trattava principalmente della crisi della dimensione finanziaria, si è deciso di provvedere prioritariamente alla messa in sicurezza del sistema finanziario e bancario, come problema decisivo per garantire fisiologico funzionamento all’economia reale, alle imprese, alle famiglie, in parole povere ai soggetti sociopoliticamente “sensibili”. L’impegno politico, al limite della personalizzazione politica, che è stato dispiegato in questi ultimi mesi è prova significativa di tale orientamento.
Certo non siamo ancora in grado di capire la profondità della crisi e far capire le prospettive per il futuro. Ma non si può negare che si è trattato di un salutare allarme collettivo e che quel che è avvenuto habet rationem signi. La “segnatura” c’è stata, c’è ora da vedere se essa può diventare una sfida e una provocazione per tutti, cosa non indifferente in una società come quella italiana, dove le sfide che hanno avuto più successo sono state quelle a maggiore mobilitazione collettiva.
5. Verifichiamo quindi se e come il nostro corpo sociale, respirando sul lungo periodo più che sul breve, possa interpretare la crisi con la vitale reazione a recuperare la continua spinta in avanti che ha dimostrato negli ultimi decenni. Partendo però dalla avvertenza, doverosa sempre in Italia, di tener conto che quando l’affanno degli eventi è dilatato dalle drammatizzazioni mediatiche (come nelle ultime settimane), ci sono sempre in agguato le italiche tentazioni alla rimozione dei fenomeni, alla derubricazione degli eventi, all’indulgente e rassicurante conferma della solidità di fondo del sistema.
6. Ci può anzitutto essere la tendenza alla rimozione indifferente della crisi, quasi nella speranza che la grande paura possa non essere altro che “un’altra paura”, una delle tante che la complessità inestricabile della realtà induce nella società in cui viviamo.
La cultura collettiva italiana è maestra nel rifugiarsi al sicuro, organizzando la vita in modo da non avvertire la drammaticità delle cose: “Bevagna in guerra è cosa impensabile” scrivemmo sette anni fa, subito dopo l’attacco terroristico alle Twin Towers e l’inizio della guerra in Afghanistan, segnalando con ciò quella tendenza collettiva a rinserrarsi nella qualità della vita dei piccoli insediamenti “borghigiani” che oggi è uno dei caratteri salienti, anzi fondanti, dell’evoluzione sociale. Non abbiamo per ora da citare una metafora altrettanto esemplare (è forse troppo presto per metterla a fuoco) ma non si sfugge all’impressione che nel corpo sociale circoli una certa propensione a far passare la crisi reinterpretando le variabili di prossimità in cui cercare un rinserramento più o meno transitorio: sarà magari un nuovo attaccamento all’impresa (siamo comunque un sistema di 5,5 milioni di imprenditori e ciò rappresenta una significativa variabile di massa); sarà un ulteriore far capo alla dinamica familiare come centro di assestamento del modo di guadagnare, consumare, vivere; sarà una ripresa strategica del territorio come base di qualità competitiva e non solo di buon vivere; sarà al limite una critica riesplorazione valoriale dei miti recenti della way of life occidentale (la soggettività, il denaro, la competitività, la creazione di valore, ecc.) per instaurare “regole di misura” nella vita e nelle persone; sarà magari un impasto fra queste più o meno “retrograde” propensioni, ma è probabile che qualcosa di tutto ciò circoli nella dinamica sociale, diffondendo la sensazione che “la grande paura potrebbe non essere altro che un’altra paura”. E non si chieda a chi fa per mestiere analisi fenomenologica di emettere su tale sensazione collettiva un giudizio di sostanza; c’è solo il dovere di segnalarle.
7. Essa del resto si accompagna ad una parallela tendenza alla derubricazione, con il sospetto che la odierna crisi “epocale” non sia altro che una nuova espressione di quel procedere per “bolle” che l’economia moderna (meglio, la finanza moderna) sta da anni sperimentando.
La enorme disponibilità di denaro che è esplosa da venti anni a questa parte e la diffusa propensione a “fare soldi a mezzo di soldi” hanno via via imposto (chiunque l’abbia voluto) il formarsi di ondate speculative sempre più alte e planetarie: così negli ultimi dieci anni abbiamo avuto la “bolla” della new economy, rapidamente implosa in se stessa; abbiamo avuto la “bolla” della finanza immobiliare, anch’essa miseramente implosa in se stessa; abbiamo avuto la “bolla” del prezzo del petrolio, anch’essa velocemente implosa in se stessa; abbiamo avuto un più o meno convinto tentativo di “bolla” sulle materie prime, specialmente quelle alimentari, anch’essa ripiegatasi se non implosa in se stessa; ed allora può esser comprensibile che il “volgo” si ponga una domanda: non è che, dopo tante avventure (con perdite e guadagni molto random) la finanza internazionale alla fine abbia pensato di “far bolla su se stessa”, cioè sulla dinamica dei valori finanziari (nella Borsa, nei corsi azionari, nella scalabilità delle banche, nella messa in crisi dei fondi, ecc.)?
Una bolla come un’altra allora, anche se di dimensioni necessariamente enormi e planetarie; questa la tentazione valutativa che si aggira nella psicologia corrente del Paese, in parte paradossalmente confortata dal fatto che i poteri nazionali ed internazionali hanno reagito riaffermando il potere della politica e dell’azione pubblica sul giuoco, essenzialmente speculativo, dei grandi circuiti finanziari internazionali; ed evitando il distorcimento del funzionamento delle economie reali, specialmente di quelle che hanno una propria intrinseca vitalità.
8. Ciò ha un alto valore prospettico per un’economia, come quella italiana, che può indulgere alla rassicurazione sulla solidità di fondo del modello di sviluppo costruito faticosamente e tenacemente nei decenni passati; un modello che si dimostra attrezzato, più che altri sistemi considerati più moderni, alle intemperie della crisi in corso. È stato infatti anche autorevolmente ricordato, con un orgoglio nazionale finora mai molto coltivato, che il nostro modello di sviluppo può meglio resistere alla crisi perché si basa:
- sul primato dell’economia reale, invece che sulle ambizioni e sulle ambiguità dell’economia finanziaria;
- sul primato dell’attività manifatturiera e della sua modernità in termini di innovazione di prodotto e di processo (“siamo secondi solo alla Germania”);
- sul primato della piccola impresa, ormai così ramificata e diffusa nelle varie nicchie di mercato mondiale da esser diventata imprescindibile fattore dei quotidiani processi di globalizzazione;
- sul primato del familismo economico e dei processi con cui esso si impegna nell’aggiustamento di consumi, risparmi e investimenti;
- sul primato del localismo, dove la qualità comunitaria permette un valore aggiunto del territorio come fattore competitivo e come soggetto dello sviluppo anche internazionale (“siamo il Paese dei distretti”);
- e conseguentemente sul primato delle banche locali e di tutte le strutture bancarie che mantengono “sportelli di osmosi” quotidiana con le famiglie, le imprese, il territorio (configurazione non secondaria in una crisi finanziaria dove il problema fondamentale è da un lato la provvista, dall’altro la fidelizzazione dei clienti). Ripercorrendo queste diverse condizioni di forza (quelle che orgogliosamente il Censis ha negli anni scoperto e cantato) si può anche sorridere del fatto che politici e osservatori che ne avevano per anni snobbato l’importanza arrivino oggi a celebrarle come fattori di solidità, quasi come i veri baluardi della nostra consistenza sistemica e addirittura della capacità delle nostre istituzioni finanziarie di guardare con realismo, anche se con obbligata preoccupazione, le possibili interazioni della crisi finanziaria con l’economia reale.
9. Quale che ne siano le basi di riferimento, non possiamo però esagerare nelle rimozioni, derubricazioni e rassicurazioni. Quali che saranno le emozioni collettive con cui attraverseremo i prossimi mesi, sarebbe comunque un errore negare che la crisi di questi mesi abbia rappresentato una “segnatura” forte del nostro processo di evoluzione socioeconomica. E sarebbe deleterio adagiarsi nella speranza che tutto si risolva nella dinamica della lunga durata, magari utilizzando quelle capacità e furbizie adattive che ci contraddistinguono da decenni e secoli. Non possiamo infatti dimenticare i grandi dubbi espressi, anche all’inizio di questo Rapporto, sull’intima fragilità della nostra struttura sociale e della nostra cultura collettiva: questa segnata da un perversa abbondanza delle emozioni; quella segnata dall’incapacità di creare integrazione fra i singoli elementi della società; e tutte e due insieme pericolosamente inducenti ad una società indistinta, di poltigliosa mucillagine. Se scegliessimo di sederci fiduciosamente sul tempo lungo, senza una reazione vitale ad una crisi che investe tutti i sistemi socioeconomici del mondo (in alcuni dei quali verosimilmente scatteranno reazioni di vitale aggressività) rischieremmo che davvero la lunga durata diventi luogo del rattrappimento e della rinuncia ad un ulteriore sviluppo:
- rischieremmo in altre parole di appiattirci ad uno stanco affidamento a parole d’ordine intimamente non più universalmente condivise (lo vediamo già oggi con le tematiche del mercato, dell’occidentalizzazione, della globalizzazione, dell’Europa più o meno larga, ecc.);
- rischieremmo di appiattirci ai simboli più o meno virtuali di una modernità non adeguatamente interiorizzata (la musica pop, la moda, il cellulare nelle diverse versioni, i megaraduni, ecc.);
- rischieremmo di continuare a vivere individualisticamente e con poche relazioni di significato, accettando una way of life che ci ha cambiato atteggiamenti e comportamenti negli anni ’60 e ’70 ma che oggi non ci dice più nulla;
- rischieremmo un disagio sociale (e forse anche un rifiorire dei conflitti) che potrebbe venire sia dall’esaurimento della sicurezza di base garantita da un welfare oggi in crisi, sia dall’esaurimento della speranza di diventare una società di ceto medio, viste le attuali prospettive e paure di impoverimento;
- rischieremmo di subire gli effetti ulteriori degli squilibri antichi della nostra società (il sottosviluppo meridionale, l’inefficienza dell’amministrazione pubblica, il drammatico potere della criminalità organizzata).
Rischieremmo anche noi, in altre e più crude parole, una implosione in una bolla tutta nostra (magari soffice e calda) altrettanto pericolosa delle altre sopra ricordate. Ricordiamoci che per “collasso da implosione” sono finiti sistemi apparentemente fortissimi, dal comunismo a fine anni ’80 alla finanza internazionale negli ultimi mesi; e non possiamo escludere che un ricorrente appiattimento alla odierna crisi condanni anche noi ad un silenzioso collasso per implosione.
Non possiamo quindi lasciar cadere la sfida, l’allarme, la paura che la contingenza attuale ci propone: essa non deve incuterci terrore per l’imponderabile futuro cui può dar luogo, ma non basta avere una reazione puramente adattiva, dobbiamo poter fare un passo in più.
10. Nella letteratura biologica, dove più ricca è la trattazione dei processi evolutivi, si tende a contrapporre al tradizionale termine ad-aptation (farsi coerente con quel che avviene) il termine per ora non tradotto in italiano di ex-aptation, per indicare un processo di adattamento non automatico ma reso vitale e incisivo da un fattore esogeno, un reagente chimico, una leva di trasformazione. Un processo più di metamorfosi che di puro adattamento. Se si guarda alla storia recente, si può facilmente rilevare negli anni fra il ’45 e il ’75 l’avvento della nostra “prima metamorfosi”, imposta certo dalle indicibili difficoltà da cui uscivamo ed alimentata da quello spirito “arrangiatorio” che per secoli avevamo passivamente vissuto; ma animata con forza da alcuni grandi fattori esogeni, di exaptation appunto: l’esplosione della democratizzazione reale accanto a quella politico-elettorale; il reagente chimico della diffusione inarrestabile della soggettività individuale; la leva di potere dell’intervento pubblico nell’economia e nel welfare; l’attrazione comportamentale del modello di vita occidentale. Una metamorfosi che quindi non fu semplicemente un adattamento, ma qualcosa di più; e se oggi possiamo parlare di lunga durata è perché possiamo far obbligato riferimento alla diversificata complessità di quel periodo storico, con tutti i suoi effetti ancora operanti nel tempo.
Ma anche oggi, in un contesto meno drammatico di allora (pensiamo alla crisi di senso, di orientamento, di vitalità individuale e collettiva che ci avevano regalato le frustrazioni di una guerra perduta dopo quelle di una dittatura insensata), le difficoltà che abbiamo di fronte possono adeguatamente sfidarci, possono evitarci l’implosione che un anno fa sentivamo vicina; possono avviare processi di complesso cambiamento. Possono in una parola spingerci ad una seconda metamorfosi, forse già silenziosamente in marcia, sommersa come tutti i processi innovativi che in Italia contano.
11. In ogni metamorfosi il problema decisivo è quello di dar spazio ai reagenti chimici capaci di trasmutazione, sfuggendo alla prigionia dei caratteri storici e/o originari della società, quelli che tendono a processi di puro adattamento, senza troppe incrinature e innovazioni.
L’Italia infatti non è Paese amorfo (una realtà amorfa non può tramutarsi) ma si è costruita un modello di sviluppo con tratti molto originali, che nei periodi di crisi tendono addirittura a rafforzarsi. Con essi non faremmo nuova metamorfosi, potremmo avere soltanto un assestamento collettivo di conferma della prima metamorfosi, quella degli anni fra il ’45 e il ’75. Non si può negare infatti che le paure di oggi spostano comportamenti e decisioni sull’ancoraggio ai “caratteri” antichi della società: sull’ancoraggio all’individualismo, alla regolazione soggettiva delle relazioni sociali, alla forza economica della famiglia, all’importanza della casa, all’iniziativa imprenditoriale piccola e sommersa, alla coesione comunitaria, alla importanza del territorio e delle sue dinamiche anche istituzionali, alla abitudine di far da spettatori (in Tv, negli stadi, nella politica), alla sostanziale dominanza degli interessi personali rispetto all’interesse collettivo, alla scarsa valutazione del ruolo dello Stato come soggetto generale dello sviluppo.
In ogni contingenza storica siamo quindi tentati di rimettere in campo tali caratteri originari, attraverso la loro carica di adattamento di coerenza (adaptation) alla concreta realtà quotidiana lasciando vincere la antropologica mediatica esaltazione della dimensione virtuale, sapendo che essa avrà un suo rapido consumo.
12. Se continuassimo su questa strada non potremmo certo pensare ad una seconda metamorfosi, anzi esalteremmo solo il significato e il ruolo della precedente. Ma “il carattere degli italiani è frutto di storia e di invenzione”, ha lasciato scritto Giulio Bollati, e quell’antica intuizione si sta silenziosamente riproponendo attraverso processi sottotraccia che stanno trasmutando lentamente la nostra dinamica evolutiva. Processi che sarebbe forse troppo sofisticato chiamare di exaptation, ma che su quella lunghezza d’onda si muovono, facendo da induttori di cambiamento, anche rispetto ai caratteri originari. La seconda metamorfosi sarà quindi verosimilmente il risultato della combinazione fra il tradizionale assetto della prima e l’input esterno (il reagente chimico) che verrà:
- dalla presenza e dal ruolo degli immigrati, visto che molte delle novità future verranno dalla loro consistenza qualitativa, dalla loro vitalità demografica, dalla loro emulativa moltiplicazione di spiriti imprenditoriali;
- dall’azione delle minoranze vitali cui avevamo accennato lo scorso anno, specialmente di quegli operatori (piccoli e medi, commerciali e finanziari) che continuano ad essere dei players significativi nell’economia internazionale;
- dalla crescita ulteriore della componente competitiva del territorio (oltre e dopo i distretti e i borghi avremo nuove cinture urbane, nuove città-imprese, nuovi poli urbani, con effetti imprevedibili sulla mobilità territoriale e sul pendolarismo);
- dalla affermazione di una propensione ad una temperata e misurata gestione dei consumi e dei comportamenti;
- dal passaggio dall’economia mista (mix pubblico-privato) ad un insieme oligarchico dei soggetti economici sia pubblici che privati (fondazioni, gruppi bancari, utilities, ecc.);
- dall’innovazione degli orientamenti geopolitici, visto che è prevedibile una minore “dominanza” occidentale ed è in corso una ancora primordiale attenzione (di curiosità o di timore) verso le direttrici orientali e meridionali della politica, della cultura, della religiosità.
Sono questi alcuni dei “reagenti” che possono concorrere a provocare exaptation, adattamento innovativo, nei portatori e cantori dei nostri caratteri originari (si pensi quanto siano considerati “troppo ex”, fuori contesto, gli immigrati o i nuovi spazi di potere femminile). Ma è verosimile che non se ne potranno evitare gli effetti. Vengono, se li si osserva bene, “dai fondi del mare”, cioè da spinte vitali primordiali e non della siderale razionalità dei cieli della cultura internazionale; e in quanto tali sono molto coerenti con le componenti più profonde della nostra lunga durata.
13. La nostra seconda metamorfosi sarà comunque legata ad un progressivo impasto di tanti meccanismi specifici, di tante piccole metamorfosi, perché i loro fenomeni e processi non si fanno accogliere in unità, impongono l’accettazione di un ventaglio largo di soggetti, di spazi, di tempi delle decisioni.
La dinamica economica e sociale ha bisogno di respirare a pieni polmoni perché possa affermarsi e dar frutto. Accettare una tale banale verità non è cosa facile, specialmente in un periodo in cui la crisi prende alla gola. Le classi dirigenti, e non solo quella politica, tendono ad automatismi di segno opposto: accorciano i raggi delle decisioni, le riservano a sfere di responsabilità molto ristrette, le rattrappiscono al breve termine, se non addirittura al presente. Non è poi così interessante sapere che i vertici mondiali passano da 8 a 20 e più partecipanti, è invece interessante notare che in poche stanze si possono prendere provvedimenti e iniziative planetarie, ma poi la realtà segue opzioni, comportamenti, paure di tipo diffuso, su cui sarebbe deleterio avviare una rincorsa punto per punto (una Cig qua, una rottamazione là) che non riuscirà mai a far recuperare una dinamica fatta da tanti soggetti (di mercato largo, se si vuole), l’unica dimensione di cui abbiamo bisogno per uscire collettivamente dalla crisi. Mercato largo, economia aperta, policentrismo decisionale sono ancora e sempre le opzioni da rispettare. Così, non è poi interessante sapere che la crisi in atto ha creato urgenze e decisioni da prendere in tempi rapidissimi. Non ci si può infatti limitare ad azioni di un giorno o di un fine settimana, perché dette azioni, se vogliono avere successo, devono rifluire nei tempi necessariamente più lunghi dei vari soggetti coinvolti. La ricapitalizzazione di una banca (grande o piccola, commerciale o d’affari) può, anzi deve esser fatta in poche ore, ma poi quella banca ha bisogno di adeguati comportamenti di difesa e sviluppo in tutte le componenti quotidiane del proprio lavoro. Il rattrappimento temporale delle decisioni potrebbe nel medio periodo addirittura portare sterilità.
14. Diamo spazio alla metamorfosi, garantendole più soggetti, più tempo, più dinamica di mercato: non un potere accentrato e solo, ma un potere accompagnato dalla ricchezza delle relazioni; non una decisionalità rattrappita al presente, ma una decisionalità accompagnata dalla ricchezza dell’immaginazione. Dobbiamo uscire dalla duplice prigionia di una scarsa comprensione della connessione fra i caratteri originari e le loro vitali reazioni chimiche; e di una mancanza di immaginazione del futuro, lasciato volutamente alla maledizione dell’imponderabile. E questo duplice appiattimento induce una terza prigionia: fa pensare a molti che le decisioni verticalizzate e “in tempo reale” siano le uniche possibili, se non le uniche adatte in una società a forte caratterizzazione antropologica, quasi che il governo dello sviluppo possa risolversi in una successione di spot decisionali a corta vigenza temporale. Chi segue invece da sempre la filosofia della lunga durata, con le sue evoluzioni lente e le sue partecipazioni collettive, sa che usciremo in avanti solo dando corpo ad una metamorfosi basata sull’impasto “bollatiano” fra storia e invenzione. Con la ragionevole speranza che, per farla entrare nei paradigmi della nostra classe dirigente, non ci vogliano i decenni che sono stati necessari per comprendere (ed oggi magari esaltare) il valore della prima.
I mutanti digitali
Sulle dimensioni quantitative del fenomeno ormai non ci sono più dubbi: cresce progressivamente il possesso di tutti i mezzi tecnologici per la comunicazione: aumenta soprattutto il possesso del lettore Dvd (dal 2006 al 2007 si passa dal 51,7% al 56,7% della popolazione). Cresce anche la quota di famiglie che possiedono il decoder digitale terrestre, il cellulare, l'antenna parabolica, il computer. L'accesso a Internet passa in un anno dal 35,6% a quasi il 39% e migliora anche la qualità della connessione usata per accedervi da casa: diminuisce infatti la quota di connessioni a banda stretta (tramite linea telefonica tradizionale o linea telefonica Idsn) e aumenta invece la quota di famiglie con connessione a banda larga (linea Adsl o altro tipo di connessione a banda larga) che passa dal 14,4% al 22,6%. La crescita è più sensibile nelle famiglie con almeno un minorenne. Il giornale si legge sempre più frequentemente su Internet (quasi 10 punti percentuali in più), dove si gioca anche, si scaricano immagini e musica (dal 32,3% al 39,9%). Si cercano informazioni su merci o servizi, si chatta, si partecipa ad attività di social networking (tab. 27).
Le caratteristiche antropologiche emergenti sono: una perfetta orizzontalità, una tendenza spiccata all’autoapprendimento, relativismo, sensitività, spregiudicatezza, ma soprattutto sempre più velocità. L’uomo multimediale sta sulla “spuma” delle cose, sembra in bilico o in equilibrio su un oceano di opportunità conoscitive, relazionali, ludiche. Insomma, è un uomo che usa il cervello in maniera diversa, in qualche modo un “mutante”.
La parte più sviluppata del Paese è al di sotto della Germania
Quanto ai livelli di formazione delle risorse umane, la parte più sviluppata del nostro Paese è notevolmente sotto Germania, Francia e Regno Unito, e riesce a mala pena a sopravanzare la Spagna come quota di diplomati sulla popolazione con oltre 25 anni. Il Mezzogiorno, poi, presenta una differenza di tassi pari a 39 punti con la Germania (i diplomati nel Sud sono il 44,3% della popolazione compresa fra 25 e 64 anni, in Germania l’83,2%) e di 23 con la Francia (tab. 32).
Restano incommensurabili le densità dei laureati nel confronto europeo di tutte e due le grandi circoscrizioni geografiche, con una forbice che si va ulteriormente aprendo. Se si rapportano i laureati alla popolazione con età compresa fra 25 e 64 anni, il Centro-Nord registra un 2,4% di laureati in più. Se ci si limita a osservare la realtà per la fascia di residenti fra 25 e 34 anni, ovvero i laureati degli ultimi dieci anni, il divario Nord/Sud sale al 4,7%.
Infine, sugli aspetti riguardanti la sicurezza personale emerge come la grande criminalità appaia un potente fattore ritardante dei processi di sviluppo meridionali, dove ad esempio gli omicidi per 100.000 abitanti sono doppi rispetto all’area centro-settentrionale, ma superiori anche a tutti i valori europei. Per quanto riguarda i comportamenti a rischio, l’incolumità sulle strade è peggiore al Centro-Nord: si registrano, infatti, 9,4 morti in incidenti stradali ogni 100.000 abitanti, contro i 7,2 del Sud, gli 8,4 della Spagna, i 7,2 della Francia, i 6 della Germania e i 5 del Regno Unito
Il mercato che non c'è e se c'è è malato
Il mercato non sembra più sufficiente a comporre gli squilibri di domanda e offerta a livello mondiale.
Non a caso, alla domanda su quale delle istituzioni nazionali debba avere più potere, secondo i risultati delle consuete indagini Censis condotte all’uscita dei seggi elettorali, la quota delle opinioni a favore dello Stato centrale è aumentata in maniera netta, con un balzo dal contenuto 30,9% del 1999 - gli anni del decentramento – ad oltre il 43% nel 2004, fino all’attuale 47,5% del corpo elettorale rilevato in occasione delle ultime consultazioni politiche del 13 e 14 aprile 2008, nonostante in quei mesi il federalismo fosse al centro dei programmi elettorali. Ma se la via del mercato in Italia, percorsa fiaccamente e in modo discontinuo, ha tradito le grandi aspettative, producendo solo liberalizzazioni poco vantaggiose e controverse privatizzazioni, occorre nondimeno sottolineare i limiti odierni dell’intervento pubblico.
Per avere una misura quantitativa dell’affievolirsi della capacità di protezione e di sostegno delle reti del governo statuale nazionale, basti considerare che i trasferimenti pubblici alle imprese (i sussidi e contributi alla produzione) si sono progressivamente assottigliati nel tempo, passando da un ammontare pari al 2,6% del Pil nel 1980, all’1,8% nel 1990, all’1,2% nel 2000, per poi ridursi drasticamente fino allo 0,9% nel 2006, a fronte dell’1,2% medio dell’Ue15.
Coca
La normalizzazione virtuosa diffusa nel quotidiano contempla, tuttavia, scarti, circoscritti ma non necessariamente meno dirompenti, sul piano del rischio e della emozionalità estrema. La mistica del no limits diventa un richiamo ritualizzato, condiviso da fasce ampie di cittadini “normali” che lo incasellano in momenti specifici, contrassegnati da un’apparente sospensione delle regole della normalità.
Così aumenta la quota di ultraundicenni che dichiarano episodi di ubriacatura almeno una volta nell’ultimo anno, dal 7,1% rilevato nel 2003 all’8% del 2007. Aumentano le infrazioni accertate per il gareggiamento in velocità, che passano dal 2004 al 2008 (dati al 31 ottobre) da 93 a 312, mentre nel solo fine settimana si registra la metà dei morti per incidenti stradali, così come le contravvenzioni sanzionate tra il venerdì e la domenica per guida in stato di ebbrezza e per guida sotto l’effetto di sostanze stupefacenti rappresentano rispettivamente il 70,5% ed il 46,8% del totale. Diminuisce l’eroina, ma non così droghe ritenute più compatibili. Aumentano, infatti, i chilogrammi di cocaina sequestrati (da 1.812,79 del 2001 ai 3.927,64 del 2007) e le persone segnalate per cocaina passano nello stesso periodo da 8.221 a 13.078, così come aumentano i sequestri di droghe sintetiche (le dosi sequestrate passano tra il 2001 e il 2007 da 315.779 a 393.457).
Spazio pubblico: l’ambigua forza degli eventi
L’evento continua a fare aggregazione e, specie negli ultimi mesi dell’anno, sono tornate a riempirsi le piazze. Tuttavia resta debole la capacità di realizzare una vera partecipazione identitaria e soprattutto di influenzare le decisioni: invece si dà voce al dissenso, si promuove una conoscenza superficiale, o più semplicemente l’evento serve ad intrattenere. È sempre più difficile potersi condensare intorno a progetti durevoli. E forse anche per questo, dalla connotazione attiva dello “scendere in piazza” si è lentamente scivolati nell’espressione passiva del “portare in piazza”.
I dati sembrerebbero indicare un calo della partecipazione collettiva nello spazio pubblico. La riduzione delle manifestazioni fra il 2006 e il 2007 è stata del 4%, l’andamento attuale (rilevato fino al 10 ottobre 2008) lascia intravedere un ulteriore calo, anche se questioni particolarmente calde (scuola, università, Alitalia, trasporti) hanno contribuito ad alzare la temperatura sul finire dell’anno.
Abusivismo
Un fenomeno meno diffuso di quel che si crede è quello dell’abusivismo che in gran parte del Paese, soprattutto al Centro-Nord, risulta a livelli bassissimi, assolutamente fisiologici (0,1-0,3%). In qualche città del Nord raggiunge l’1%, come nel caso di Brescia o Trento, mentre in una realtà difficile e complessa come Milano sale al 5%.
Logistica
Il sistema portuale come impresa e come leva dello sviluppo territoriale. Se si considera l’attività portuale in senso stretto, ovvero l’insieme delle attività di logistica portuale e i servizi ausiliari dei trasporti marittimi, unitamente alle attività dei soggetti istituzionali di governance dei porti (Autorità portuali e Capitanerie di porto), ed escludendo quindi il fatturato degli altri comparti economici che pure nell’area portuale o intorno ad essa incentrano le proprie attività (i trasporti marittimi in sé, innanzitutto, l’indotto dell’attività crocieristica, la cantieristica navale, la nautica da diporto, la pesca), nel 2007 il settore portuale italiano ha generato complessivamente un contributo al Pil superiore a 6,8 miliardi di euro (tab. 1).
Il settore così definito, secondo una recente indagine realizzata dal Censis per conto di Assoporti, conta una occupazione diretta di circa 40.000 addetti, ed è in grado di attivare un’occupazione complessiva, tra unità di lavoro dirette e indirette, di 71.000 posti di lavoro.
Peraltro, la produttività del lavoro nel settore logistico portuale (72.000 euro circa di valore aggiunto per addetto) risulta elevata e in crescita rispetto al passato. Il confronto dell’indice di produttività tra diversi settori economici evidenzia il buon livello di competitività e la robustezza che caratterizza il sistema dei porti. Infatti, il dato riferito alle attività portuali si colloca al di sopra, ad esempio, dell’industria alimentare, dell’industria automobilistica, delle costruzioni e del tessile.
Se poi si fa riferimento a un aggregato più ampio, comprensivo del complesso degli operatori privati e delle imprese industriali, di servizio e commerciali collocate in ambito portuale o che hanno rapporti stabili con il porto, unitamente all’insieme di tutti i soggetti pubblici che a diverso titolo e con differenti responsabilità svolgono funzioni istituzionali e amministrative nei porti principali e nei porti minori italiani garantendone il corretto funzionamento, si può concludere che il sistema dei porti assorbe complessivamente 90.500 addetti, con un “fatturato” cumulativo di 18 miliardi di euro (tab. 3).
Considerando anche la produzione delle imprese cantieristiche insediate nell’area portuale, si arriva rispettivamente a 105.000 posti di lavoro e quasi 21 miliardi di euro di contributo al Pil nazionale.