di Irene Campari
Il 4 gennaio Hanoch Daum ha pubblicato su Haaretz
un articolo informando i pacifisti e coloro che erano contrari all'aggressione a Gaza che la loro opinione era “irrelevant to us”. Oggi, 18 gennaio, alle 2 è scattato il cessate il fuoco unilaterale. Olmert lo ha annunciato perchè aveva contro il mondo più sensibile, umano, intelligente e consapevole. Lo ha avuto contro in modo talmente palpabile da far scadere anche le reputazioni di alcuni grandi intellettuali e scrittori israeliani rendendo penose alcune loro dichiarazioni a guerra in corso. I richiami al nazionalismo patriottico di Abraham Yehoshua, quelli giustificanti la guerra di protezione di Amos Oz sono suonati improvvisamente come un tradimento, miserevoli, e con essi anche i loro portatori. Dopo il cessate il fuoco unilaterale il sapore delle loro parole è ancora più acre. David Grossman ha preferito il silenzio. La parte del mondo aperto, cosmopolita, laico, che ha fatto del fattore umano la lente del proprio sguardo sul mondo, che ha letto e leggerà i loro romanzi e che li pensava parte di quel mondo, si è sentita profondamente delusa.

Hanno parteggiato per la conservazione, per il qui e ora, per il patriottismo dai caratteri che avevamo volentieri lasciato alla propaganda delle guerre mondiali, tenendoci il canto: “O mia Patria sì bella e perduta”. Ma qual è la vera bellezza e quale la vera perdita? Potevano al contrario esser parte di quell’opinione pubblica mondiale che ha costretto Olmert, Peres, Livni, Barak a dichiarare la disfatta. Tale è infatti ciò che sottende questo cessate il fuoco, e tale è stata questa guerra per Israele. 1230 morti, 410 bambini, 5000 feriti non possono rappresentare le fondamenta di nessun nuovo corso, nemmeno di due Stati rinnovati. Sono solo tombe, altre giornate della memoria di altri che s’aggiungono, altra propaganda, altre vendette, altre identità imposte, altre immagini di “nemici” la cui semplice esistenza corrode l’anima e la mente. Elementi di cui è impastata l’identità dei giovani israeliani e, con maggior intensità, i giovani palestinesi dei campi profughi sia nei Territori occupati che in Giordania. La memoria delle tragedie storiche dei popoli, la memoria culturale mai dovrebbero usarsi per cementare la paura, sollecitare la chiusura e imporre mentalità dominanti ai singoli individui.
"Il nemico del mio nemico"
Decine di Paesi – democratici e non - hanno interrotto in questi giorni, o hanno minacciato di farlo, le relazioni diplomatiche con Israele. La Croce rossa ha emesso comunicati che mai nella sua storia – fatta di mediazioni e compromessi senza fine con i governi – ha diffuso, arrivando a sostenere che la guerra a Gaza fosse “una prova dell’umanità” di Israele. L’Onu di Ban Ki-Moon ha approvato almeno due Risoluzioni chiedendo a Israele il cessate il fuoco immediato. Durante la votazione alcuni Paesi si sono astenuti, tra i quali, colpevolmente, l’Italia. In politica estera non sappiamo più da che parte stare – pensiamo al gas al petrolio alle banche e quando siamo costretti ad esprimerci non sappiamo nemmeno più stare dalla parte di 410 bambini. Questa è la nostra grande moralità istituzionale. La lezione buona è venuta piuttosto dalla rete, dai blog, dalle associazioni. qualcosa si è mosso e ribolliva. E' una lezione per tutti. Il momento in cui si deve agire più decisamente è quello in cui ci si sente sopraffatti dal senso di impotenza, facendo fino in fondo ciò che si sa fare, quando la posta in gioco è altissima. Solo l’impegno personale palese può comunicare a chi è solitamente indifferente la dimensione della tragedia. Lo hanno fatto i volontari. E con ciò spero che sia presa in considerazione la proposta uscita dalla Marcia di Assisi di costituire in ogni città un comitato per la pace in Medio Oriente. E’ esattamente ciò che avevo proposto quattro anni fa al centrosinistra, una Rete di città di Pace, e fatto proprio dal programma del Sindaco di Pavia. Ma si è solo arrivati al gemellaggio con Betlemme. Sono convinta, a maggior ragione dopo queste settimane, che quella sia una strada da percorrere. I Municipi lo devono fare con la cooperazione, fuori dalle pastoie della pochezza dei partiti italiani, impreparati come pochi altri alle relazioni internazionali e alla politica estera. Senza coraggio, biascicano la dichiarazione suggerita dalle segreterie. E’ sufficiente dal ragione al nemico del nemico, anche se il popolo ora amico non ha goduto della stessa amicizia per secoli e decenni. L’importante è il comune nemico. Funziona così. E' la regola non scritta di uno degli aspetti più deteriori e radicati della tradizione politica tribale. La nostra.
La mosca nel bicchiere
Israele non poteva che accettare la proposta egiziana. Obama non avrebbe potuto iniziare il suo mandato con una guerra come questa ancora in corso. Sarebbe stata una trappola micidiale per un uomo visto da mezzo mondo come una luce in fondo al tunnel dell’ottusità della leadership mondiale, a meno di non smertirsi subito. Inoltre da quest’anno ben pochi fondi arriveranno ad Israele dagli Stati Uniti: Barnard Madoff si è mangiato anche i soldi delle associazioni e fondazioni di Charity statunitensi. Sono miliardi di dollari che non arriveranno più alle scuole, alle università, agli orfanotrofi, ai centri di accoglienza di Israele. Israele non poteva nemmeno rischiare l’isolamento internazionale. Da intendersi questa volta non solo in termini diplomatici ma anche di riconoscimento sociale e culturale. Uno Stato che si definisce ebraico non può non ascoltare le comunità ebraiche della diaspora. Ci deve fare i conti. Uno Stato laico può permettersi di non farlo, uno stato che ha definito precisamente la propria identità non può permetterselo. Israele non è riuscito, nonostante lo sbarramento ai media internazionali, ad impedire che la guerra a Gaza venisse narrata. Il mondo ha saputo, ciò che non ha saputo se lo è immaginato. Anzi, più impediva di conoscere e di vedere e più l’immaginazione arrivava a dar forma al peggio: teste di bimbi mozzate, corpi divelti, morti dissanguati, intere famiglie senza più discendenza, trovando puntuale conferma nelle poche testimonianze che filtravano. Si è saputo anche di navi imbottite con carichi straordinari di armi partite dagli Stati uniti e dirette in Israele, che han fatto presagire l'apertura di altri fronti, quello iraniano per esempio. Ma molto più semplicemente, Israele non vuole uno stato Palestinese decente, degno di definirsi Stato, vicino a sé. La possibile unificazione di Gaza e Cisgiordania è un’eventualità che alla leadership israeliana non può star bene. Come se fosse la povertà e il sottosviluppo dei suoi vicini di casa a renderli più sicuri e non fosse invece la crescita di una classe dirigente palestinese illuminata, laica, istruita, pacifica, in contatto con il mondo, con l’accesso a dignitose università, che manda i suoi figli alla Hebron University, la quale a sua volta organizza scambi con le università di Betlemme e a Gaza City a garantirgli la più durevole e autentica sicurezza. Se proprio non si può condividere lo stesso territorio, perchè la generazione che ha avuto padri ammazzati nei lager, erede di quel Settimo milione tormentato di terrore nelle viscere e fottuto per l’intera esistenza, e perchè Allah in fondo non è poi così grande se ha bisogno, come tutti i Dio delle vendette (“Dio delle vendette Signore”, Ghemarà) di abbandonare il suo popolo tra i suoi stessi popoli come ebbe a fare per duemila anni anche Yahvé, allora che lascino spazio alle nuove genererazioni, alle parole dei testi sacri più che ai Dio. Certi libri della Torah sono più vicini agli uomini, ai loro bisogni più profondi che non le divinità che gli dovrebbero conferire autorevolezza, che siano Eloim o Yahvé. Nessuno di questi si è dimostrato un buon padre per i rispettivi figli benchè coperti di reverenza. Si crescano le nuove generazioni, si educhino a dire le parole giuste in tutte le lingue conosciute, le si mandi a studiare lontano da lì, vi facciano ritorno dopo. Solo così non eleggeranno più Hamas come partito di governo o sapranno scegliere il leader autenticamente democratico che non fa vergognare di essere cittadino israeliano. Si crei una mentalità nuova in tutte le parti. E le parti siamo anche noi, che dovremmo a nostra volta imparare da un’altra parte, leggere altri libri, usare altri vocabolari, immaginarci le esistenze con uno sforzo di empatia e di realismo più stringenti e autentici. E anche la politica, che di esistenze è fatta. Tutti gli Olmert, Barak, Livni, Ministri di Hamas, oltranzisti thailandesi, iraniani e pakistani, Bush del mondo non potrebbero nulla contro una società che detesta la loro forma mentis e la loro politica, ogni volta sbattendoglielo in faccia. I giovani non accetterebbero facilmente di farsi vittime di un’identità imposta da chi li userà come piloti che lanciano razzi al fosforo bianco o che si fanno razzi essi stessi spargendo i brandelli dei loro corpi sui pavimenti dei ristoranti e degli autobus di Gerusalemme.
La sostanza della laicità
Sono tre settimane che leggo, scrivo, inoltro su questa guerra ignorante con un senso di deprivazione che non vuole abbandonarmi, fino a quando il cessate il fuoco è stato annunciato: “non volevamo colpire i bambini” ha dichiarato Olmert, “solo proteggere i nostri”. “Israele non vi odia, cittadini di Gaza”. Leggevo, scrivevo e inoltravo; quando mi fermavo provavo una preoccupazione rabbiosa che non ho mai conosciuto prima. E continuavo a leggere e scrivere, quasi a comprimere le opinioni personali. A testa bassa, anche piangendo. Io so per chi piangere: per i 410 bambini di alcuni dei quali ho visto le fotografie. Maciullati, tanto che le mie dita non riuscivano a battere sulla tastiera. Ho stretto i denti non so quante volte vedendo le foto dei loro genitori straziarsi dal dolore. Sono stanca, in quei bambini ci voglio vedere solo bambini, in quei genitori solo genitori e in quegli uomini di governo solo desolanti e inetti uomini di governo allo sbaraglio prima e allo sbando ora. Non si rendono nemmen conto che di fronte a 410 bambini si deve solo cospargersi il capo di cenere, nel senso originario del segno. Nessuna giustificazione è possibile, nemmeno la necessaria protezione dei propri bambini. Non ci voglio vedere tutto ciò che ho sentito dire in questi giorni e che hanno aggiunto alle lacrime le strette allo stomaco. Non voglio vederci razzismo, “furia sacrificale”, volontà di genocidio, pulizia etnica. Non ci voglio vedere la mano di tutto un popolo, quello israeliano, che vuole quello. Non ci voglio vedere gli “ebrei sionisti”. Non ci voglio vedere la volontà di ripetere un altro Olocausto perpetrato da parte del popolo che ne è stato vittima. Voglio vederci un popolo con una classe dirigente ridotta alla claustrofobia cieca dopo essersi votata al millenario status e alle secolari prerogative degli stati moderni: l’aggressione per l’accaparramento di territorio, la guerra per la conquista, per vincere elezioni. Uno Stato che vuol essere nazionale in un’epoca di crisi degli stati nazionali come li abbiamo conosciuti negli ultimi due secoli. Israele è nato vecchio pur essendo uno dei Paesi più giovani al mondo. E’ nato come nessun altro Paese al mondo. Si è formato una cittadinanza il cui vissuto non ha paragoni nella storia. Ma i suoi governanti non hanno respiro, e lo tolgono. Anche l’ultimo studentello appena uscito da una facoltà di Scienze politiche comprenderebbe che ciò che ha fatto Israele non ha senso per Israele stesso. Solo un profondo e inconscio nichilismo può aver portato Israele a concepire un’operazione come “Piombo fuso” (vi sembra un nome dato da persone presenti a se stesse e al mondo?). “Israele non vi odia” dice Olmert ai cittadini di Gaza. Con queste poche parole implicitamente ammette che ciò che hanno distrutto, massacrato, umiliato in questi tre anni lo hanno fatto per inettitudine politica, per aver perso di vista ogni statuto morale plausibile per un paese occidentale, se questo termine ha ancora un senso storico. Vi sembra concepibile che una figura conosciuta e importante in quel Paese scriva nei primi tre giorni di guerra che a loro non gliene poteva fregar di meno dell’opinione pubblica mondiale? Di cosa pensa di poter vivere Israele se non di quello? Il problema essendo proprio il vivere o sopravvivere solo per un po’. Israele non sa come farlo. E’ annichilente l’incapacità dei leader israeliani nel concepire un futuro per sé. Non essendo in grado di farlo per se stessi, massacra i bambini di Gaza togliendo futuro anche ai Palestinesi. Che futuro potrebbe mai avere un Paese che si stava tirando addosso l’odio di mezzo mondo e tutto il peggio del bagaglio antisemita e razzista che la peggior tradizione dell’ignoranza più profonda ci ha consegnato? Mi sono aggrappata alle voci di Gideon Levy, Uri Avnery, a quella delle associazioni che hanno mantenuto il contatto con il mondo e la realtà, le Ong globalizzate che hanno superato da un pezzo il bisogno di giustificare la politica omicida di quel che rimane degli Stati nazionali. Hanno la loro
road map, l’unica percorribile: la legalità internazionale e l’universalità dei diritti fondamentali.
Le patrie
Sono il linguaggio delle Ong e quello della politica come spazio pubblico ormai globale ad essere vitali insieme a quello della laicità piuttosto che quello dell’antropologia etnica. Si devono concepire le diversità come politiche piuttosto che antropologiche, immutabili e arcaiche poichè in tal modo si evita il rischio di far proprio il linguaggio e i punti di vista di coloro contro i quali combattiamo o di cui non condividiamo nulla. Nel 1948-50, Hannah Arendt scrivendo della propria esperienza nel campo di transito di Drancy nella Francia occupata, dove era stata per qualche mese prima di emigrare negli Stati Uniti, ha a mio parere chiarito una volta per tutte l’importanza di Israele, per tutti non solo per gli ebrei. In mancanza di una legislazione internazionale che protegga gruppi sociali dalla sopraffazione che può portare allo sterminio, essendo i nostri diritti legati al luogo ove si nasce (dalla Rivoluzione francese in poi), avere uno Stato che garantisca i diritti fondamentali è cruciale. Hitler prima di sterminare gli ebrei d’Europa ha tolto loro la cittadinanza tedesca. Non avrebbe in tal modo sterminato cittadini tedeschi, ma apolidi per i quali nessuno avrebbe rivendicato il diritto alla vita. Non sono cambiate le cose da allora. E se Israele è stato cruciale per gli ebrei, uno stato palestinese diventa cruciale per i Palestinesi. Fino a quando, ripeto, la legislazione internazionale non cambierà e i nostri diritti basici non troveranno garanzie in altri organismi sovranazionali. Quando ad Auschwitz ho visto gli studenti delle scuole israeliane con legata al collo la bandiera con la Stella di David, mi sono bloccata terrea lasciandoli passare perchè a quei diritti ho pensato, a quell’idea di patria di cui in quel momento mi si parava davanti la sostanza. Arendt ha espresso un concetto laico, di una logica laica che nulla ha a che fare con la territorialità sacra o i comportmaneti sacrificali e con l’idea di patria come luogo dell’anima e del martirio. La patria è laddove vengono garantiti a me e a Tutti gli altri intorno a me i diritti, dove trovo persone che reclamano quei diritti per me quando non mi sono garantiti, qualunque sia l’origine del mio nome e il Dio che prego. E se la mia patria massacra bimbi e innocenti non è più la mia patria e ciò urlerò fino a quando non ritornerà ad esserlo, rinunciando ad uccidere e violare le esistenze con l’umiliazione e l’abbrutimento materiale.
Non umiliare e non collaborare con chi ti vuole umiliare
Dalle macerie non crescono intelletti liberi, rispettosi e sereni, ma individui con l’odio tra i denti. La stessa Arendt ha scritto d’essere stato Hitler a ricordarle la sua origine ebraica avendola perseguitatia come tale. L’errore feroce commesso Israele, e da molti altri, è d'aver alimentato la diffusa convinzione che quello in atto fosse un conflitto contro il popolo palestiense in quanto tale, rendendo quasi scontati i parallelismi con la Shoah. Che errore fatale è stato portare i Palestinesi a cementarsi intorno ad un’identità culturale e tradizionale facendo così prevalere l'integralismo, evocando nell'universo dell’inconsistenza storica la vittima che si fa carnefice avendo di quei carnefici i medesimi presupposti. Eppure c’era stata chi glielo aveva detto chiaro come funziona il meccanismo. Ma quei governanti non hanno saputo concepir di meglio che rendersi complici dell’uccisione di bambini e al contempo bandire due partiti arabo-israeliani che chiedevano che Israele fosse uno Stato per i cittadini che lo abitavano che fossero ebrei, arabi o altro, non uno Stato ebraico. Israele non può uscire da solo da questo micidiale
loop, ma le leadership internazionali non sono state finora all’altezza di raccogliere quello che in fondo in questi tre anni di embargo di Gaza, è stato il sotteso messaggio di Israele: da soli non ce la facciamo, da soli sappiamo fare solo la guerra, e male. Sia i governi israeliani sia i palestinesi e i loro governi non potranno, dopo aver intrecciato le loro storie in questo modo, condurre da se stessi i negoziati. Entrambi devono sgomberare il campo troppo pesantemente occupato da ciò che con la politica e la pace non c’entrano nulla. Non c'è più nemmeno un sentimento positivo in comune, non un linguaggio che possa andar oltre la violenza.
I bambini e le bandiere
Olmert ha sostenuto che volevano solo proteggere i loro bambini e non colpire quelli di Gaza. Per quel che mi riguarda i bambini sono bambini, e i civili civili, prima di essere ebrei o palestinesi.
Come i soldati sono prima soldati e poi israeliani. Mentre i cittadini di Gaza non hanno avuto alcuna possibilità di disertare, i soldati dell'Idf l'hanno avuta eccome in quanto individui con una coscienza e responsabilità.

Se i bambini sono prima bambini, e poi altro che non sanno, i 410 bambini morti a Gaza non avevano in mano una bandiera; mettergliela significa contrapporli ad altre bandiere, soffiare sul fuoco dell'odio perenne e delle vendette. In ultima e dolorosissima analisi significa per molti contrapporre il milione e mezzo di bambini uccisi durante la Shoah, ai bambini uccisi a Gaza dall'esercito israeliano. I bambini non lo meritano. Questa guerra è mossa dalla paura di perdere territorio, dall'incapacità dei governanti israeliani degli ultimi anni di fare diplomazia internazionale e di parlare con interlocutori che fanno arrivare i messaggi laddove devono arrivare. Comprenderei perfettamente il popolo Palestinese nel caso non mi comprendesse o non accettasse questa osservazione. Per molti di coloro che ritengono per essenza Israele "razzista" o "nazista" non ci saranno mai sufficienti argomentazioni per farli ricredere. Comprendere però quel delicato aspetto, disinnescherebbe il potenziale distruttivo di coloro che quel conflitto lo hanno in gloria politica e in auge negli slogan depositati in cantina e spolverati all’uopo: “ebrei sionisti" vs Hamas "resistente". Solo gli slogan, nulla di più che potrebbe complicare la scheletrica linearità del pensiero.
La Memoria
Alcuni, non pochi, si stanno chiedendo come comportarsi durante la prossima Giornata della Memoria, il 27 gennaio, data nella quale il campo di sterminio di Auschwitz fu liberato. Per quel che mi riguarda non ho dubbi: celebrerò la Giornata della Memoria come da anni a questa parte. Ritengo quei 6 milioni di vittime non responsabili di quello che è successo a Gaza. Come non ho mai ritenuto quei sei milioni responsabili della morte di uno di loro duemila anni fa. Di ciò erano invece convinti i seguaci di Hitler. Sulle pietre di Auschwitz, di fronte ai resti dei Crematori I, II, III, IV, V è scritto: “
Here lay their ashes. May their souls rest in peace” [“Le loro ceneri sono qui. Possano le loro anime riposare in pace]. Loro non sono in guerra e non hanno mai fatto una guerra. Non sanno nemmeno che lo Stato nato oltre l'Europa e dopo di loro ha occupato la terra dove c’era un altro popolo. Mentre hanno potuto sapere a cosa porti l'odio della secolare ignoranza e del pregiudizio.
Irene Campari
[Foto Der Spiegel e Haaretz]