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La Gandina di Pieve


Assolutamente nulla da cambiare!

di Frédéric Lordon (Le Monde diplomatique)

[Traduzione di Giuseppe Zapelloni]


*1.I "timonieri" nella nebbia

*2.Finanza: Iceberg a babordo, no a tribordo, oddio siamo circondati!

*3.Oscenità senza limiti

*4.Attenzione, rabbia montante

*Qualcuno ha un'idea?...

*Per una nuova rotta

*I. Rifondare le strutture bancarie e finanziarie

*II. Le condizioni di medio temine del rilancio salariale

*III. Giustizia sociale subito

Si tratta delle istruzione per l'uso di una bomba H politica, e non c'è affatto bisogno di andare a cercare in un oscuro sito internet quali siano i componenti chimici, perché sono tutti qui sotto i nostri occhi, basta osservare ed attendere che precipitino. Elementi di chimica detonante: 1) il tragico disorientamento degli uomini al comando; 2) l'ostinato perseverare nell'oscenità da parte dei finanzieri, anche in vista del naufragio; 3) la rabbia montante in una parte crescente della popolazione; 4) la cecità, per esitazione o mera incapacità, della quasi totalità dei protagonisti, amministratori, politici e sindacalisti, incapaci di cogliere quale sia la reale posta in gioco. La situazione non può infatti essere riscattata con una semplice riforma, neppure politica, ma con una nuova partita allargata, come quella giocata nel secondo dopoguerra.

*1.I "timonieri" nella nebbia

Si dice che i dirigenti dirigano perchè dotati di una chiaroveggenza superiore alla media. Evidentemente, ci sono miti in attesa di urgente revisione, visto che ad ogni livello di potere, politico come economico, regnano confusione e smarrimento. La somma dei rovesci e dei testa a coda mascherati per correzioni di rotta, se proprio non ci si vuole interrogare sulla legittimità dei governanti a governare, è indice di uno stato di confusione strategica che dovrebbe perlomeno inquietare.

Per quanto concerne la finanza, la salvezza in principio è sembrata passare attraverso la cessione delle banche d'affari in via di fallimento alle banche commerciali: Bear Stearns è stata riscattata da JP Morgan Chase, Merrill Lynch dalla Bank of America, Morgan Stanley, valutata la fusione con Wachovia, passa poi ad allearsi con Mitsubichi UFJ Financial Group [1] etc. Se ne intuisce facilmente il perchè: a tutte queste banche d'investimenti disastrate, incapaci di rifinanziarsi sul mercato dove in molti, a partire da quelli che contano, non ne vogliono più sentir parlare, non è parso vero ritrovarsi seduti sul mucchio d'oro dei depositi! E questa è proprio la spiegazione fornita dagli stessi interessati: i depositi sono materassi di liquidità che permettono d'ammortizzare più facilmente i rovesci speculativi. I riparmiatori saranno perciò contenti di scoprire che i loro depositi servono oggi ad ammortizzare le perdite di mercato salvando gli operatori dalla crisi di liquidità. La crisi del 1929 era almeno servita ad insegnare qualcosa ed aveva portato alla netta separazione in campo bancario tra le attività di mercato e quelle di prestito commerciale (Glass Steagall Act), evitando così che i debiti dei primi compromettessero quelli degli altri, diffondendo, attraverso i canali di credito, i loro effetti sull'intera economia. Ora non solo il Glass Steagall Act è stato giudicato rottamabile dalla gioiosa deregolamentazione, e felicemente abrogato dalla squadra di Clinton, ma lungi dal ripristinarlo il più velocemente possibile, l'attuale politica di ristrutturazione bancaria acuisce ancor di più una tendenza nociva nota da tempo. Questo per tacere della nascità di veri e propri mastodonti bancari - si pensi al nuovo J. P. Morgan Chase Bear Stearns Washington Mutual, l'ultimo chiuderà la porta -, veri focolai di rischi sistemici ambulanti, la cui taglia gigantesca permette per il momento ai titani di non cadere, avendo comunque garantito il salvataggio pubblico per una prossima occasione.

Nonostante tutto lo “spirito” finisce per venire in soccorso ai banchieri, meglio tardi che mai. Bisogna infatti ricordare che la consolidazione d'urgenza del sistema bancario non ha tardato a rivelare d'essere avvenuta a scapito del buon senso. Quanti si erano qualificati come "supermercati della finanza", integrando tutte le attività, dal mercato al credito commerciale, passando attraverso fusioni ed acquisizioni, hanno compreso che era tempo di abbandonare questo modello ed hanno incominciato a proteggere braccia e gambe per ritornare a configurazioni meno tentacolari e più gestibili. Da questo punto di vista le "riduzioni" più spettacolari sono state senza dubbio quelle di UBS e Citigroup, rispetivamente la prima e la seconda banca in classifica nel palmares delle perdite sui subprimes. Quanto a Bank of America, scopre un pò tardi di aver acquistato insieme a Merryl Lynch soprattutto delle perdite, 15 miliardi di dollari nel quarto trimestre 2008, e ovviamente solo dopo che i dirigenti di Merryl avevano giurato ai futuri compratori che i conti erano stati passati al setaccio. Il Wall Street Journal la cita, meritatamente, come la fusione più velocemente volta in disastro; ma che fare adesso che non sembra possibile altra scelta se non quella tra il morire da soli e il morire confusi? Sicuramente, ora più che mai, tornare allo Stato...

Tuttavia anche su questo versante non si può dire che la chiarezza delle idee sia maggiore. Il TARP (Trouble Asset Relief Program) che è ora diventato il nome comune del salvataggio pubblico in campo finanziario negli Stati Uniti, nel corso di soli tre mesi è stato infatti ribattezzato con non meno di tre differenti nomi. Concepito all'inizio (fine settembre 2008) come un vasto programma di riacquisto di attivi bancari avariati, dopo solo qualche settimana ha dovuto allargare il proprio campo d'intervento, visto che la strategia dell'accantonamento era stata sottovalutata rispetto a quella della ricapitalizzazione; le prime iniezioni di capitali pubblici cominciamo a metà ottobre, in totale disprezzo, va ricordato en passant, di quanto previsto per i 700 miliardi di dollari (!) stanziati dal Congresso... La ricapitalizzazione a lungo termine, del resto, non sembra funzionare meglio, ed il credito resta bloccato a dispetto delle vagonate di denaro pubblico riversate nelle banche. Dopo i primi di gennaio si annuncia dunque un'altra brusca virata, quando l'amministrazione americana, prima ancora della transizione, considererà nuovamente l'opzione di una gigantesca struttura di accantonamento, la stessa pensata tre mesi prima e successivamente messa da parte a causa della sua evidente inefficacia. Attendiamo fiduciosi il prossimo mezzo giro col freno a mano tirato...


*2.Finanza: Iceberg a babordo, no a tribordo, oddio siamo circondati!

E' un gran peccato che i governi non sappiano davvero dove andare a parare perchè, da parte della finanza, il meno che si possa dire, è che non ci si possono aspettare migliorie spontanee. La recessione occupa il dibattito pubblico al punto da aver fatto quasi pensare che la crisi finanziaria propriamente detta fosse alle nostre spalle, non restava dunque "nient'altro" che digerire il disastro. Lungi dall'aver raggiunto gli ultimi gradi della scala Mercalli, come si poteva credere guardando le macerie fumanti, il disastro finanziario riserva invece ancora qualche seria conseguenza. Con la puntualità di un orario ferroviario, i convogli di cattivi debiti sfilano gli uni dietro gli altri... ed in modo non meno prevedibile arrivano a sfracellarsi contro il fermacarro. Quello dei crediti immobiliari detti Alt-A [2] promette da un momento all'altro un gran bell'ammasso di ferraglia: ecco che i primi vagoni arrivano in stazione. Su una media storica di qualche punto percentuale il tasso negativo sugli Alt-A, pegni morti, è balzato intorno al 10 %.

Per dire le cose come stanno, è esattamente la storia dei subprime che rincomincia di nuovo. In sequenza: insolvenza dei mutuatari iniziali e trasmissione dello choc ai prodotti strutturati derivati, annichilimento garantito delle loro tranche più subordinate (equity e a medio termine), probabili e cospicue perdite sulle tranche senior, nonostante siano considerate le più sicure e pertanto classificate tripla A. Goldman Sachs ipotizza perdite complessive per 600 miliardi di dollari... "arrotondabili" ad un trilione di dollari nell'eventualità fossero coinvolte le opzioni ARM [3]. La prospettiva di una seconda botta mentre la finanza nasconde ancora la testa nella pentola dei subprime sa di film dell'orrore. Ecco perchè, nel breve periodo, non ci si può aspettare di vedere le banche risollevare la testa. UBS, che non cessa di sprofondare, non ha ancora finito di annunciare qualcosa come 7 miliardi di dollari di perdite in più nel quarto trimestre 2008, che già preconizza "una discesa agli inferi".

Questa, piuttosto che dall'eccesso dell'indebitamento noto - subprime immobiliare o Alt-A, ratei auto, LBO, carte di credito, eccetera - dipenderà dagli effetti che molto presto saranno prodotti dalla stessa crisi, nella fattispecie ed essenzialmente fallimenti d'impresa. La cartolarizzazione, che ha incendiato l'intero bosco, è del pari responsabile di questa specie di debito, disseminato ai quattro angoli dell'universo finanziario con prodotti particolarmente sofisticati che si chiamano CDO sintetici e che hanno la particolarità di essere ancor più sensibili ai fallimenti dei CDO ordinari (dove erano "collocati" i crediti subprime) [4]. Ma di CDO sintetici, fabbricati essenzialmente con debiti corporate, ce ne sono per 1,2 trilioni di dollari nei castelli per cui gli investitori della fine dell'ottobre 2008 prospettavano perdite fino al 90 % [5]… Si lascerà al lettore immaginare da solo e, se possibile, in raccolto silenzio, quel che ne resterà dopo qualche mese di recessione selvaggia. Ancora una terza portata e poi un digestivo.

*3.Oscenità senza limiti

Potrebbe essere il nome di un'operazione dell'esercito americano, ma si tratta solo dello stato morale della finanza. Di tutti gli ingredienti del disastro, si tratta paradossalmente del più prevedibilmente anedottico ed esplosivo. Che l'ingordigia della finanza non conoscesse alcun freno nonostante la recessione e che i bonus continuassero una danza miliardaria a suon di aiuti pubblici, dal punto di vista macroeconomico è un non-avvenimento. Ma da quello politico, scusate! il fatto è che il 2009 incomincia con la finanza in fanfara trionfale. Prima ancora che sia formalizzato il suo riacquisto da parte di Bank of America, John Thain, presidente della Merryll Lynch, stabilisce che lui e la sua squadra meritano un ultimo piccolo extra bonus per la gestione tra i 4 e i 5 miliardi di dollari, visto che Merryll portava in dote al matrimonio solo 15 miliardi di perdite, che hanno spinto il Tesoro statunitense a fornirle 20 miliardi di dollari supplementari di denaro pubblico ed un'ulteriore garanzia di riscatto delle perdite per... 118 miliardi. Nel frattempo il signor Thain ha ritenuto importante anche ridecorare il proprio ufficio: 1,2 milioni di dollari, tanto il denaro pubblico non mancava... La direzione della banca Citi, da parte sua, non ha saputo resistere al capriccetto di un nuovo jet da 50 milioni di dollari (ed anche a qualche elicottero). Attenzione, l'apparecchio valeva la spesa: "un confort esclusivo" garantisce il depliant, e non si stenta a crederlo. Citi che ha perso più di 50 miliardi di dollari in subprime, è oggetto di uno dei maggiori piani di salvataggio pubblici privati, trecento miliardi di dollari.

Anche l'Economist, che difficilmente passerebbe per un nemico della finanza ne è nauseato e parla di "saccheggio"[6], pure per gli accaniti difensori della meritocrazia finanziaria, il fatto che il 2008 sia il sesto anno in crescendo quanto a bonus - nel cuore di una crisi secolare - è difficilmente giustificabile. E per noi allora? Lasceremo ai partigiani dell'autoregolamentazione virtuosa apprezzare l'efficacia dei loro pronostici. A tutti gli altri è ormai abbastanza chiaro che, essendo l'elementare decenza un concetto assolutamente incomprensibile alla coscienza della finanza, per farle intendere ragione non restano che le vie legali e dopo, in caso contrario, la forza fisica.
 

*4. Attenzione, rabbia montante

L'opinione pubblica da segno che il limite è stato raggiunto. Due decenni di scervellata promozione ininterrotta del valore del capitale fine a se stesso, condotti da TF1 e M6, non sono bastati ad impedire che i corpi sociali vedessero rosso di fronte ad un simile spettacolo. Alla fine della manifestazione del 29 gennaio, BFM da la parola ad "un grande esperto sociale", Bernard Brunhes [7]. Come Sarkozy, e tutti i prezzolati di UMP insieme ai valletti dei sondaggi, Brunhes "ha inteso", ma che cos'ha davvero compreso? "l'angoscia e l'inquietudine". Ma Brunhes ed i suoi simili devono essere un pò duri d'orecchi. Infatti più che all'angoscia, i corpi sociali sono in preda ad una terribile collera. La versione socialista per bocca di Fabius parla di "malcontento"[8], ma no, no, no signor Fabius, la gente non è "malcontenta": è folle di rabbia. La crisi in cui non hanno alcuna parte, è pagata di tasca loro, con conseguenze sui loro impieghi e l'erosione delle loro rendite, e questo mentre le banche continuano ad andare in carrozza perseverando in un'inossidabile arroganza che forza quasi all'ammirazione. Ma basterà solo ancora un pò di regressione, anche il popolo più placido del mondo uscirebbe dai gangheri, e non è davvero certo che la Francia sia così. Piuttosto ci sarebbe di che stupirsi, anzichè materia su cui speculare, che i corpi sociali siano stati finora così mansueti, considerando quel che hanno passato durante gli ultimi due decenni. I duri d'orecchi non tarderanno ad accorgersene, perchè questo furore, che non è nè improvviso nè circostanziale, è il terribile risultato di un lungo accumulo di dolori e proteste, che non si sono volute intendere e si sono sempre disprezzati. Ma, il troppo è troppo, e sono ormai degradati in una rabbia che finirà per far male e che i potenti, incapaci di trattenersi dall'abusare delle propria forza, potrebbero presto conoscere, perché la rabbia, al contrario del resto, è qualcosa che non hanno potuto rubare.

*Qualcuno ha un'idea?...

Le conseguenze di questo diluvio dipenderanno dall'esistenza, o meno, di un canale di sfogo alternativo. Però, per il momento, quanti dovrebbero indicare la via non hanno alcuna idea in merito. Non citeremo il governo attuale, la cui fine analisi ha concluso come fosse urgente approfondire la configurazione neoliberista del capitalismo (concorrenza generale, restrizioni salariali travestite da incentivo alla competitività, aumento della durata del lavoro)... esattamente gli stessi che hanno generato la catastrofe dei subprime.

La cosa chiamata abitualmente, o piuttosto per carità, "opposizione", cerca invano la maniera di far dimenticare la perfetta opportunità storica che ha portato a celebrare, attraverso interposte dichiarazioni di principi, il "mercato", nel momento in cui il capitalismo senza regole andava a pezzi. Ma, dopo due decenni di profonda convinzione della sacralità del modello presente, ci si è sentiti dispensati dall'immaginare un qualcosa di nuovo, come si potrebbe dunque avere la minima nuova idea? Il caso dei sindacati "negoziatori" non potrebbe essere esempio migliore, come dimostra l'inconsistente parola d'ordine incollata alle manifestazioni del 29 gennaio, che pur non mancando di elementi interessanti non offrono purtroppo alcuna coerenza d'insieme, e quindi non delineano alcun progetto politico.

È in questo preciso momento che l'innesco esplosivo rivela tutta la sua pericolosità, poichè una collera senza obbiettivi specifici e senza sbocchi anticipati è una marea errante che nessuno sa cosa possa produrre, e questa è davvero gigantesca. Qui non ci sono riforme da ritirare, nessun ministro da dimissionare, e neppure una politica d'insieme da rimpiazzare, sempre nell'accezione socialista di "rimpiazzo". E soprattutto sullo scacchiere politico non c'è nessun uomo o partito "schierato" che abbia percepito la portata del presente momento storico. Solo i corpi sociali, per la forza straordinaria del loro rigetto, dicono chiaramente che il mondo deve cambiare, ma nessuno sembra intenderlo, anche le grida orripilate degli editorialisti del protezionismo, senza saperlo, stanno per essere relegate sui libri di storia, anche alla loro esasperazione manca un tratto propositivo.

*Per una nuova rotta

Non ci sono trentasei soluzioni per uscire da questa terribile situazione, nella realtà ce n'è una sola: inscrivere chiaramente sull'agenda politica una nuova rotta. Ma l'idea di una nuova rotta non può tener conto che dei risultati dell'analisi della situazione attuale, non quelli dei governanti e neppure del partito socialista. Essa è infatti a portata di mano, a condizione d'esser pronti a mettere sul tavolo quelle questioni che le forze politiche si sono sforzate di eludere con una costanza pari solo alla convergenza. Ridiscutendo la liberalizzazione dell'economia, operata in Francia dal socialismo governativo. Mettendo in discussione i modi della concorrenza, imposti dalla costruzione dell'Europa e difesi al grido di "protezionismo" e di "guerra", ormai divenuti sinonimi secondo quella stessa logica servita per l'Europa, visto che si tratta del loro ultimo argomento. "Il mondo com'é" o ancor meglio "la guerra"... sono le due costrizioni della finanza basata su redditività azionaria e concorrenza della competitività dei prezzi, che hanno stritolato i salari e fatto esplodere le disuguaglianze. Di queste la destra si fa scherno apertamente, mentre la sinistra "socialista", proprio lei, le deplora a calde lacrime, ma senza voler cambiare nessuna delle cause che le hanno prodotte.

 

 

*I. Rifondare le strutture bancarie e finanziarie

 

 

Per quanto riguarda la finanza, anche i più inclini alla cecità volontaria si accorgeranno dolorosamente che le idee stanno accumulandosi: lo SLAM per rimettere in carreggiata la finanza azionaria [10], ed un pacchetto di proposte articolate per ricondurre la finanza dal mercato alla ragione. Ma se una "nuova via" vuole avere un senso, è altrettanto evidente che che essa deve muovere dalle radici delle stesse strutture bancarie. In questo campo, il primo passo è quello della nazionalizzazione su grande scala. Una questione di principio avrebbe dovuto imporla senza colpo ferire già dallo scorso 15 settembre, nel momento in cui il fallimento della Lehman Brothers e l'imminenza della rovina totale del sistema finanziario hanno mostrato il costo del salvataggio degli enti privati, sprofondati nell'instabilità dei mercati, salvaguardando questo bene pubblico vitale per la società che consiste nella riscossione della valuta, dal crollo del sistema bancario di cui ha rischiato di generare la completa evaporazione. Ma davanti allo spettacolo di una devastazione mai prima d'ora così estrema (11), ai devoti del liberismo gli argomenti di principio non bastano. Fortunatamente la storia è più forte e sarà il peso schiacciante della necessità a forzargli la mano. La necessità della nazionalizzazione si è imposta loro, nonostante la loro ritrosia,. E nonostante continuino, per riflesso congiunturale, a proclamarla "parziale" e "temporanea", la nazionalizzazione s'imporrà loro come completa e definitiva.

Completa perchè i governi non tarderanno ad accorgersi dell'inefficacia del reindebitamento cui sono condannati dalle variazioni senza fine dei loro "piani di salvataggio", tutti sottovalutano infatti la dinamica stessa della crisi ed i suoi meccanismi di inabissamento totale. A partire da un focolaio locale, i debiti immobiliari degli Stati Uniti si sono propagati grazie alla proprietà diffusiva delle cartolarizzazioni e vanno devastando uno dopo l'altro tutti gli altri comparti a causa della corsa alla liquidità. La crisi è stata perciò voluta, perchè mettendo le banche in prima linea e per effetto della violenta contrazione del credito, ha scatenato un meccanismo recessivo impazzito che ha procreato in maniera endogena debiti inesigibili. Nei fatti le conseguenze della recessione sono di far precipitare verso l'insolvenza anche le produzioni virtuose e vitali, è solo questione di qualche mese. Ecco perchè i piani pubblici sono costantemente superati sul filo di lana dall'esplosione dei fallimenti, perchè come per uno smottamento di terreno che spinge inanzi quantità crescenti di detriti, il propagarsi del fronte della crisi somma agli iniziali debiti immobiliari inesigibili, i vecchi e virtuosi debiti strutturali e d'impresa, inevitabilmente destinati a divenire a loro volta inesigibili.

Ugualmente, perciò, gli aiuti pubblici alle banche private sono condannati a restare senza effetto, perchè il fallimento economico è di una tale brutalità da creare un quadro generale così avverso che nessuna banca, quale che sia il sostegno esterno, si azzarderà da sola a nuove emissioni di credito, salvo che non voglia ben presto iscriverle nelle negatività. Evidentemente, se tutte le banche agissero insieme e di concerto creerebbero con un gioco di squadra (globale) le premesse per il loro successo e per l'uscita dalla crisi. Quest'azione coordinata limiterà essenzialmente quell'economia di mercato che permette a ciascun attore di decidere isolatamente, cioè nell'incertezza di quanto faranno gli altri.

Laddove i piani pubblici attuali non sanno far altro che riacquistare come possono pacchetti di debiti inesigibili in crescita esponenziale, solo la totale nazionalizzazione, vale a dire la presa di controllo dell'intero settore, può produrre un'azione coordinata che miri al rilancio del credito generale rompendo questa dinamica altrimenti fatale.

La nazionalizzazione non può che essere completa, e non può che essere definitiva, ma nelle forme adeguate. Se, forti dell'esperienza della rovina totale rasentata dal sistema, la sicurezza dei beni liquidi pubblici impone delle strutture bancarie deprivatizzate, non è certo, al di la dell'urgenza della presa di controllo del credito per un suo rilancio coordinato, che la soluzione statalistica pura sia la migliore a lungo termine. Molti argomenti contribuiscono infatti ad ipotizzare un superamento della nazionalizzazione in socializzazione (12), vale a dire il passaggio a strutture bancarie sottratte all'azionariato privato così come al diretto controllo dello stato, e la cui amministrazione coopterà tutte le parti beneficiarie interessate dalle decisioni del credito: salariati, imprese, associazioni diverse, rappresentanti delle comunità locali, eccetera, nella forma di un abbozzo di democrazia locale del credito.


*II. Le condizioni di medio temine del rilancio salariale

Il partito socialista ha un bel pretendere il rilancio dei salari, quando non gli passa per la mente di interrogarsi un solo istante sulla struttura della concorrenza che gli pone non pochi ostacoli. Infatti la grande trasformazione liberista ha avuto per effetto di creare le condizioni dell'invalidità oggettiva del sistema. In un mondo dominato dalla costrizione alla redditività per gli azionisti, e dove ci si è premurati di far concorrere sullo stesso livello sistemi produttivi dagli standard sociali ed ambientali completamente diseguali, è chiaro che il rilancio salariale fine a se stesso ha molti argomenti contro. Bisogna che un giorno gli ipocriti paladini della giustizia sociale uniscano quel che deve essere unito, se vogliono essere presi sul serio nella loro denuncia delle ineguaglianze, mettendo al centro del loro progetto la trasformazione delle strutture che continuamente le rigenerano: la concorrenza perfetta sull'intero pianeta, la perfetta libertà, e l'incoraggiamento nei fatti alla delocalizzazione - in breve l'Europa nella sua forma attuale, appendice di OMC e AMI.

 

Il distacco relativo dall'obbiettivo, non impedisce che sia immediatamente identificato e delineato come elemento centrale della "nuova via". Scommettiamo che anche in questo caso, come per la nazionalizzazione, la storia prenderà i bastioni della competizione estrema, perchè lo spettacolo dell'esplosione di tutte le inuguaglianze d'origine finanziaria e concorrenziale non era mai arrivato a raggiungere l'antinomia, "la mondializzazione" o "la Corea del Nord", per quelli che gridano al "protezionismo". Bisogna essere capaci di accedere ad un'idea di apertura modulata, e in questo senso, assolutamente letterale, abbiamo bisogno di un'organizzazione del commercio internazionale (...CIO!), e non di un'agenzia di promozione del libero scambio come nel caso attuale dell'OMC.

*III. Giustizia sociale subito

Bisogna perciò essere chiari: è l'articolazione a sistema dello sfruttamento degli uni e della fortuna degli altri, che ha sollevato un'indignazione sulla soglia di superare il punto critico. La rabbia sociale è provocata dall'ingiustizia aperta e insultante. Non ci si accontenterà di mezze misure. Fortunatamente però, molto si può ancora fare e velocemente. Infatti non si è ancora raggiunto l'estremizzazione delle differenze che farebbe risorgere dalle ombre della storia il fantasma del capitalismo degli anni venti, la cui stravagante polarizzazione di rendite e fortune è stata ricostituita quasi esattamente dal neoliberismo contemporaneo (13).

La citazione storica ripropone allo stesso tempo sia la memoria del veleno, che quella dell'antidoto. Paul Krugman ricorda in quale semplicissima maniera il New Deal roosveltiano abbia mozzato il capo all'osceno dislivello delle remunerazioni: attraverso la redistribuzione fiscale (14). Miracoli della crisi, le cose proibite si possono di nuovo dire. E Sarkozy, che si trova a proprio agio nell'infrangere tabù, dovrebbe essere di conseguenza lietissimo avendone così tanti da stravolgere: tassi d'imposizione marginale al 90%, inserimento dei profitti da capitale nella dichiarazione dei redditi ordinaria, chiusura delle nicchie fiscali, tabella fortemente progressiva dell'ISF, legge di limitazione dello scarto salariale all'interno dell'impresa (da 1 a 20 per esempio), proibizione di bonus e stock option (15). Un vasto programmo di redistribuzione delle risorse così raccolte. Subito.

Riduzione della finanza di mercato, instaurazione di un sistema sociale di credito, riapertura delle restrizioni societarie (SLAM), cessazione delle forme di concorrenza più esasperate attraverso la riorganizzazione del commercio internazionale secondo un principio di "apertura modulata", giustizia socio-fiscale redistributiva immediata: sono i primi elementi di una nuova coerenza che abbia la vocazione ad affermarsi come tale, vale a dire come risposta alla situazione congiunturale di una forma di organizzazione economica, e si potrebbe anche dire di un sistema sociale, divenuta odiosa. E' tutta qui la bozza per un programma realistico, l'alternativa, per governanti e aspiranti tali, è il rischio di non comprendere ciò che sta per capitare loro. Questo governo, nonostante tutti i suoi rapporti generali, la sua sbirraglia onnipresente ed il suo terrorismo "antiterrorista", non ha evidentemente la minima idea del numero di persone di solito molto pacate e senza alcuna inclinazione alla violenza, che hanno superato la soglia dell'indignazione privata, vale a dire silenziosa, e che hanno ormai voglia di spaccare tutto.
   

1) Correggo la prima versione di questo testo che erroneamente faceva menzione ad una fusione consolidata con Wachovia. La fusione è stata rigettata quando la Riserva Federale ha concesso lo status di banche di deposito alle banche d'investimento sopravvissute (Goldman Sachs e Morgan Stanley) consentendogli così di accedere a facilitazioni nel rifinanziamento che il loro vecchio statuto non permetteva. Ringrazio Paul Jorion che mi ha fatto notare come la fusione con Wachovioa non avesse avuto luogo. 13 gennaio 2009


2) Vedi "Le jour où Wall Street est devenu socialiste", Le Monde Diplomatique, ottobre 2008.

3) Le opzioni ARM sono prestiti immobiliari per i quali il mutuatario ha facoltà di pagare per i primi anni un tasso d'interesse molto basso (fissato al  momento della stipula scegliendo tra diverse opzioni)... ovviamente ricaricando sulle condizioni a venire le facilitazioni di partenza.

4) Per gli appassionati di meccanica, i CDO sintetici sono veicoli alimentati con prime CDS emessi sui debiti iniziali (prime rifinanziati, ndt). In conformità al meccanismo standard della finanza strutturata è la reimissione di questa massa di prime CDS in differenti tranches a costituire il difetto del veicolo. La particolare vulnerabilità dei CDO sintetici deriva dal fatto che quando i difetti si materializzano, il veicolo ha un doppio problema, non soltanto s'interrompe l'alimentazione a base di flussi finanziari, ma s'innescano anche i surplus delle indennità assicurative emesse a garanzia... Per quanti ritenessero questa spiegazione scritta in cinese, qualche elemento chiarificatore sulla finanza strutturata si trova nel secondo capitolo di "Jusqu’à quand ? Pour en finir avec les crises financières,  Raisons d’agir", 2008.

5) Neil Unmack, Abigail Moses et Shannon Harrington, “CDO Cuts Show $1 trillion Corporate-Debt Toxic Bets”, Bloomberg, 22 ottobre 2008.

6) "Looting stars", The Economist, 31 gennaio.


7) Anche noto come propagandista delle emissioni.

8) Inter, 30 gennaio 2009.

9) Si veda in merito: Jusqu’à quand ?, op. cit., epilogo.

10) Si legga: Frédéric Lordon, "Une mesure contre la démesure de la finance : le SLAM", Le Monde Diplomatique, febbraio 2007.
 
11) Ricordiamo che la crisi ha prodotto perdite generalizzate di una grandezza che il capitalismo non ha mai conosciuto prima, tra i 20 e i 30 trilioni di dollari.

12) Vedere su questo blog, "Pour un système socialisé du crédit".

13) Thomas Piketty e Emmanuel Saez,"The evolution of top income: a historical and international perspective" (PDF), American Economic Review, Papers and Proceedings,  2006.

14) Paul Krugman, L’Amérique que nous voulons, Flammarion, 2008.

[15] Per quanti temessero la fuga dei nostri competenti trader e dei nostri brillanti imprenditori, qualche elemento sostanziale per delle risposte future si trova in "Bonus: la résistible prise d’otage des compétents", La pompa di benzina della finanza, presto su questo sito.
lunedì, 23 febbraio 2009, 17:22 *** link *** inserito da circolopasolini *** commenti

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