Nessuno conosce quanti asset tossici siano tuttora nei loro bilanci e per quanto ancora si dovrà pagare per accaparrarsi la montagna montante dei mutui corrotti – chiara conseguenza della deregulation finanziaria. C’erano una volta, sembra, banchieri che avevano una bella e facile vita. Sottoscrivevano il principio vigente negli Stati Uniti “3-6-3”: prendo al 3%, presto al 6% e vado a giocare a golf alle 3. Non ci volevano eserciti di matematici armati di modelli econometrici per applicare questo semplice esercizio. Nel 1980, ogni cosa è cambiata. La diversificazione, l’assunzione di rischio, l’apertura e la rimozione di barriere erano le parole d’ordine. Nel 1933 il Glass-Seagall Act proibì alle banche di aver a che fare con le Borse. Questo nonsense del New Deal fu abolito con l’euforia della neweconomy. La modernità ha imposto che le banche non dipendessero più dalla fiducia dei risparmiatori. Molti di loro sono accorsi a investire in nuovi prodotti: i derivati, consistenti in pacchetti di mutui che le banche stesse asseveravano. Gli stessi banchieri non tutto sapevano di ciò che stava accadendo (un libro di 150 pagine sarebbe talvolta necessario per questo breve esercizio) benché essi apprezzassero la liquidità che quel sistema generava. Prestare di più e di più, nel buio e con sempre meno rischi privati, è stata certamente una chance. Ma quelli erano giorni di bolle, di espansione senza limiti, di piramidi finanziarie e di retribuzioni astronomiche, tutte incoraggianti la politica del ripetersi del medesimo (1). Alla fine del 2007, alcune banche prestarono in misura 30 volte superiore a ciò di cui disponevano. Alcune compagnie di assicurazione come l’American International Group (AIG) rimasero in questa posizione d’azzardo come funamboli su di una corda. (1) In 2008 Goldman Sachs, Merrill Lynch, Lehman Brothers and Bear Stearns awarded their employees $20bn in bonuses after losing $26bn and calling on the state to rescue them. At Goldman Sachs, every employee received an average of $362,000, including salary, The Wall Street Journal, New York, 20 March 2009.
(2) Editorial, “In knots over nationalisation”, The Economist, 28 February 2009.
"Le monde diplomatique", aprile 2009
