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La nazionalizzazione delle banche

 di Serge Halimi, Le Monde diplomatique, aprile 2009 [Traduzione di Irene Campari]

La malattia che sta minando il sistema finanziario sta divorando anche l’economia globale sulla quale poggia. Quando una banca fallisce un’altra la compera, assicurandosi che lo stato dovrà salvarla essendo diventata troppo grande per farla affondare. Improvvisamente, con un coltello alla loro gola, i contribuenti stanno elargendo migliaia di miliardi di dollari per riscattare le istituzioni finanziarie. http://www.skmagazine.eu/upload/images/20090127121338_financial_crisis_1.jpgNessuno conosce quanti asset tossici siano tuttora nei loro bilanci e per quanto ancora si dovrà pagare per accaparrarsi la montagna montante dei mutui corrotti – chiara conseguenza della deregulation finanziaria.  C’erano una volta, sembra, banchieri che avevano una bella e facile vita. Sottoscrivevano il principio vigente negli Stati Uniti “3-6-3”: prendo al 3%, presto al 6% e vado a giocare a golf alle 3. Non ci volevano eserciti di matematici armati di modelli econometrici per applicare questo semplice esercizio. Nel 1980, ogni cosa è cambiata. La diversificazione, l’assunzione di rischio, l’apertura e la rimozione di barriere erano le parole d’ordine. Nel 1933 il Glass-Seagall Act proibì alle banche di aver a che fare con le Borse. Questo nonsense del New Deal fu abolito con l’euforia della neweconomy. La modernità ha imposto che le banche non dipendessero più dalla fiducia dei risparmiatori. Molti di loro sono accorsi a investire in nuovi prodotti: i derivati, consistenti in pacchetti di mutui che le banche stesse asseveravano. Gli stessi banchieri non tutto sapevano di ciò che stava accadendo (un libro di 150 pagine sarebbe talvolta necessario per questo breve esercizio) benché essi apprezzassero la liquidità che quel sistema generava. Prestare di più e di più, nel buio e con sempre meno rischi privati, è stata certamente una chance. Ma quelli erano giorni di bolle, di espansione senza limiti, di piramidi finanziarie e di retribuzioni astronomiche, tutte incoraggianti la politica del ripetersi del medesimo (1). Alla fine del 2007, alcune banche prestarono in misura 30 volte superiore a ciò di cui disponevano. Alcune compagnie di assicurazione come l’American International Group (AIG) rimasero in questa posizione d’azzardo come funamboli su di una corda.

Ma un giorno la corda si è rotta. Alcuni debitori, rovinati e incapaci di ottenere altri prestiti, smisero di pagare i mutui. Le banche erano in una posizione debole: se una frazione dei mutui che loro avevano garantito non avrebbe potuto essere ripagata, avrebbero dichiarato anche la loro bancarotta – e i loro assicuratori pure. Con il prezzo delle case in caduta libera, le attività economiche arrivare ad uno stop, la disoccupazione in aumento, come possono le istituzione finanziarie recuperare? La risposta è: lo stato si prenderà cura di loro, lo stesso stato che troppo spesso ha lasciato certi geni dirigere il timone tra le banche. E’ venuto il momento per lo stato di indirizzare il problema. In ogni caso, il settore finanziario non può più guardare agli shareholders per la sua salvezza. Questi ritornano alla vita solo quando il governo annuncia una nuova iniezione di soldi. Nazionalizzare le banche – solo ieri un anatema per i fautori della deregulation – è diventato ora un sentimento così ovvio che anche i membri repubblicani del Congresso Usa e il settimanale neoliberal The Economist ne fanno la loro linea. (2). Sembra però che appena le banche vengono rimpinguate con i soldi dei contribuenti, ritornano ai loro shareholders. In breve, metti la casa in ordine e poi ritorna a chi l’ha saccheggiata. Del resto, il sistema bancario nazionalizzato ha incontrato decenni di espansione, cos’ha fatto di pari valore il sistema bancario privato?

(1) In 2008 Goldman Sachs, Merrill Lynch, Lehman Brothers and Bear Stearns awarded their employees $20bn in bonuses after losing $26bn and calling on the state to rescue them. At Goldman Sachs, every employee received an average of $362,000, including salary, The Wall Street Journal, New York, 20 March 2009.

(2) Editorial, “In knots over nationalisation”, The Economist, 28 February 2009.

"Le monde diplomatique", aprile 2009

[Immagine da www.skmagazine.eu]
lunedì, 13 aprile 2009, 19:45 *** link *** inserito da circolopasolini *** commenti

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