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Il pudore in estinzione

A proposito di pudore si veda anche di Jonathan Franzen, L'amore al tempo dei telefonini, disponibile su questo blog (qui).http://farm4.static.flickr.com/3162/2627848030_ca406bf710.jpg
L'Iliade e Jane Austen: McInerney riflette sull'orgoglio. «No a un mondo dove il pudore rischia l’estinzione» di Jay Macinerney

L’orgoglio viene prima della rovina, ma è anche vero che segue un grande suc­cesso. È una virtù oltre che un peccato, e questo crea dei problemi diagnostici. C’è un confine sottile fra il giusto orgoglio e la superbia, così come i suoi malevoli figliastri: la presunzio­ne, la vanità e l’arroganza. E il suo aspet­to esteriore può dimostrarsi illusorio: a volte lo si indossa come maschera. In letteratura e nella vita, un’aria di eccessi­va autostima è il più delle volte una pro­iezione dovuta a una paralizzante insi­curezza. Anche se l’orgoglio non sembrereb­be mai scarseggiare, espressioni come Gay Pride e Black Pride, Orgoglio Omo­sessuale e Orgoglio Nero, lasciano in­tendere che, storicamente, alcuni grup­pi umani ne hanno sofferto la mancan­za, e che l’orgoglio è un aspetto vitale della dignità dell’individuo. Un senso ipertrofico dell’orgoglio è la virtù carat­teristica della cosiddetta Hip Hop Na­tion, una repubblica basata sulla spaval­deria e le spacconate. Il giusto orgoglio può essere un concetto relativo, deter­minato dal contesto culturale e storico. Sarebbe interessante decidere a che punto decidiamo di accusare di super­bia un rapper come 50 Cent o Eminem. Il concetto greco di hybris, anche se non è identico a quello cristiano di su­perbia, senz’altro copre in parte lo stes­so terreno. Il trattamento brutale che Achille riserva nell’Iliade al corpo di Et­tore è un atto di hybris, che Aristotele definiva come l’umiliazione della vitti­ma al fine dell’esaltazione di se stessi. Ma il concetto di hybris si estende an­che a un crimine senza vittime come il volo di Icaro, che col suo gesto usurpa il territorio e le prerogative degli dei.Nella gerarchia cristiana del peccato come si sviluppò agli albori della storia della Chiesa, la superbia è il più impor­tante fra i peccati capitali. --br--Sono la super­bia di Lucifero e il suo desiderio di com­petere con la preminenza di Dio che lo portano alla caduta e alla trasformazio­ne in Satana. Dante definisce la super­bia come l’amore di sé pervertito in odio e disprezzo per il prossimo. Quasi tutti gli altri peccati si possono conside­rare derivati da questa condizione.

Nell’Inghilterra georgiana, la questio­ne dell’orgoglio sembrava essersi ridot­ta quasi a una questione di galateo. I let­tori contemporanei potrebbero far fati­ca a distinguere il giusto orgoglio dalla superbia in una delle più famose testi­monianze letterarie sull’argomento, Or­goglio e pregiudizio di Jane Austen. Quando lo incontriamo per la prima vol­ta a un ballo campestre, l’altolocato si­gnor Darcy ostenta un atteggiamento superbo: in mezzo alla folla di provin­ciali ignora tutti coloro che non cono­sce già da prima e parla addirittura ma­le di Elizabeth Bennet, la vivace protago­nista del libro. In seguito, dopo averle chiesto la mano per la seconda volta, le spiega: «Sono sempre stato un egoista, di fatto, se non per principio. Da bambi­no mi insegnarono ciò che è giusto, ma non mi insegnarono a correggere il mio carattere. Mi diedero sani principi, ma mi lasciarono seguirli come mi dettava­no l’orgoglio e la presunzione. Fui vizia­to dai miei genitori che, pur essendo brave persone (...) mi permisero, m’in­coraggiarono, m’insegnarono addirittu­ra ad essere egoista ed altero, a non cu­rarmi di nessuno all’infuori della mia cerchia familiare, a disprezzare tutto il resto dell’umanità, o quantomeno a de­siderare di disprezzare il senno ed il va­lore altrui a paragone del mio».

Per la Austen, a quanto pare, l’orgo­glio per la propria posizione sociale, in questo caso per il proprio lignaggio, non era in sé qualcosa di disdicevole: è la noncuranza di Darcy per gli altri - che rasenta il disprezzo - a trasforma­re il suo orgoglio in superbia. I lettori americani contemporanei, che vivono in un contesto relativamente meritocra­tico, potrebbero avere difficoltà a com­prendere questo orgoglio di nascita, che la Austen sembra dare per sconta­to. Va benissimo che Darcy sia orgoglio­so della propria famiglia, sembra dire l’autrice, ma non fino a quel punto. Per i contemporanei della Austen era senza dubbio più facile capire la posizione di Darcy sull’orgoglio familiare. Per i letto­ri americani di oggi, come fonte di orgo­glio sono più accettabili le conquiste in­dividuali. Gli osservatori della società america­na contemporanea potrebbero chieder­si se è probabile che in un prossimo fu­turo la superbia venga declassata e de­pennata dalla lista dei sette peccati capi­tali, più o meno nello stesso momento in cui i suoi opposti, il pudore e l’umil­tà, scivolano verso l’estinzione.

I recenti sondaggi mostrano che molti giovani americani considerano la fama come il massimo traguardo a cui può aspirare l’esistenza umana. Una società di que­sto tipo esalta la celebrazione di sé, la proiezione e l’amplificazione dell’ego, a discapito dei tradizionali valori giudai­co- cristiani. Nel mondo secondo Do­nald Trump e 50 Cent, la superbia è la massima virtù, l’umiltà è una debolezza e il pudore è roba da sfigati. Tale sem­brerebbe la situazione della cultura di massa, almeno sulla nostra sponda del­l’Atlantico. Fra le molte sfide che si pro­spettano al narratore contemporaneo, nel suo porsi come una specie di inter­mediario fra la cultura di massa e la tra­dizione letteraria, fra le esigenze in con­tinua accelerazione del momento stori­co attuale e la saggezza accumulata del­la storia, c’è quella di mantenere vivi nel nostro tempo i concetti di superbia e di pudore.

"Il Corriere", 22 giugno 2009

(Traduzione di Martina Testa)

[Dipinto di Vilhelm Hammershøi]

lunedì, 22 giugno 2009, 18:27 *** link *** inserito da circolopasolini *** commenti

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