
Nell’Inghilterra georgiana, la questione dell’orgoglio sembrava essersi ridotta quasi a una questione di galateo. I lettori contemporanei potrebbero far fatica a distinguere il giusto orgoglio dalla superbia in una delle più famose testimonianze letterarie sull’argomento, Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen. Quando lo incontriamo per la prima volta a un ballo campestre, l’altolocato signor Darcy ostenta un atteggiamento superbo: in mezzo alla folla di provinciali ignora tutti coloro che non conosce già da prima e parla addirittura male di Elizabeth Bennet, la vivace protagonista del libro. In seguito, dopo averle chiesto la mano per la seconda volta, le spiega: «Sono sempre stato un egoista, di fatto, se non per principio. Da bambino mi insegnarono ciò che è giusto, ma non mi insegnarono a correggere il mio carattere. Mi diedero sani principi, ma mi lasciarono seguirli come mi dettavano l’orgoglio e la presunzione. Fui viziato dai miei genitori che, pur essendo brave persone (...) mi permisero, m’incoraggiarono, m’insegnarono addirittura ad essere egoista ed altero, a non curarmi di nessuno all’infuori della mia cerchia familiare, a disprezzare tutto il resto dell’umanità, o quantomeno a desiderare di disprezzare il senno ed il valore altrui a paragone del mio».
Per la Austen, a quanto pare, l’orgoglio per la propria posizione sociale, in questo caso per il proprio lignaggio, non era in sé qualcosa di disdicevole: è la noncuranza di Darcy per gli altri - che rasenta il disprezzo - a trasformare il suo orgoglio in superbia. I lettori americani contemporanei, che vivono in un contesto relativamente meritocratico, potrebbero avere difficoltà a comprendere questo orgoglio di nascita, che la Austen sembra dare per scontato. Va benissimo che Darcy sia orgoglioso della propria famiglia, sembra dire l’autrice, ma non fino a quel punto. Per i contemporanei della Austen era senza dubbio più facile capire la posizione di Darcy sull’orgoglio familiare. Per i lettori americani di oggi, come fonte di orgoglio sono più accettabili le conquiste individuali. Gli osservatori della società americana contemporanea potrebbero chiedersi se è probabile che in un prossimo futuro la superbia venga declassata e depennata dalla lista dei sette peccati capitali, più o meno nello stesso momento in cui i suoi opposti, il pudore e l’umiltà, scivolano verso l’estinzione.
I recenti sondaggi mostrano che molti giovani americani considerano la fama come il massimo traguardo a cui può aspirare l’esistenza umana. Una società di questo tipo esalta la celebrazione di sé, la proiezione e l’amplificazione dell’ego, a discapito dei tradizionali valori giudaico- cristiani. Nel mondo secondo Donald Trump e 50 Cent, la superbia è la massima virtù, l’umiltà è una debolezza e il pudore è roba da sfigati. Tale sembrerebbe la situazione della cultura di massa, almeno sulla nostra sponda dell’Atlantico. Fra le molte sfide che si prospettano al narratore contemporaneo, nel suo porsi come una specie di intermediario fra la cultura di massa e la tradizione letteraria, fra le esigenze in continua accelerazione del momento storico attuale e la saggezza accumulata della storia, c’è quella di mantenere vivi nel nostro tempo i concetti di superbia e di pudore.
"Il Corriere", 22 giugno 2009
(Traduzione di Martina Testa)
[Dipinto di Vilhelm Hammershøi]
