di Irene Campari

La società senza differenze è una società diseguale; la più diseguale, la più associabile a quella che ha dato luogo e alimentato i totalitarismi. Il concetto di uguaglianza tra i cittadini è il più nobile che la storia dalla Rivoluzione francese in poi ci abbia consegnato. Tuttavia, occorre intendersi. La perdita di memoria storica e cultura civile delle giovani generazioni potrebbe portare ad una micidiale interpretazione di quel principio. A consegnare la falsa interpretazione sono state anche le leadership politiche degli ultimi decenni, la cui pochezza valoriale ha permesso che si confondesse la loro misera dimensione politica e morale con le istituzioni che rappresentavano e i principi ai quali dichiavano di ispirarsi. Se ne stanno sentendo e dicendo di ogni colore in questo periodo; lasciare però che certe osservazioni e punti di vista – benchè impresentabili – rimangano senza risposta o riscontro sarebbe pericoloso. Roberto Malini in un commento ha scritto che visti dalla luna siamo tutti puntini (formiche ed esseri umani, il giudice antimafia Scarpinato e Totò Riina, la stuprata e lo stupratore?). Lascerei volentieri questa visione a Dio, l’unico che potrà punire dopo, quando tutti si troveranno al suo cospetto. Lui ha anche questo potere. Io no, noi no. Lo sguardo politico sul mondo non è quello che si rivolge a Dio, ma quello che punta alla Chiesa. Con tutte le aggiustatine che, dostoevskianamente, le sono state inflitte in duemila anni. E come tante aggiustatine sono state date dal primo stato assoluto del mondo al portavoce mistico della nonviolenza mediorientale e mediterranea, così ne sono state date al concetto di polis, democrazia, giustizia e eguaglianza, società e comunità, universalità e universalismo.
Il
Cantico delle creature di san Francesco era dedicato agli animali. Nessun cantico può essere dedicato alle creature “cattive”, se non nella visione oceanica dell’umanità e delle mentalità che aveva Dante. E per quelli trova luoghi ben precisi dove far trascorrere loro il tempo necessario a persuaderli circa il concetto di infinito, parola derivata da “polvere” nella lingua accadico-sumera. Ciò che io vedrei della Terra se fossi sulla luna, sarebbe molto simile a polvere coperta da nuvole. In questo senso siamo tutti uguali. Ma dovendo viveve una vita tutta terrena insieme a furbi e lestofanti, buoni onesti e profitattori, rifletto sulle memorie del sottosuolo, lasciando ai singoli di giocarsi con Dio la personale bontà e l’intima cattiveria, ma richiedendo che se la vedano anche con me se questi caratteri deturpano il mondo concreto in cui vivo con i mie figli, lasciano cascate di sangue dietro i traffici di droga e scie di tossicità dietro i rifiuti avvelenati che spandono a piene mani come il seminatore di Van Gogh. A questi non chiedo di aiutarmi a far più bella la parte del mondo che mi interessa, mentre chiudo opportunamente gli occhi per non vedere la produzione di cattiveria in altri luoghi. Perché questa cattiveria produce disuguaglianza; quella che dalla luna non si vede, ma con i piedi ben piantati su questa terra si può vedere benissimo. Quella disuguaglianza per cui un mio raccomandato è garantito e chi non lo è non lo è. Quella disuguaglianza che fa sì che qui siano prodotte opere benefiche e mattanza da un’altra parte. Le case solide – le società autentiche - si costruiscono con mattoni non inquinati dalla monnezza della criminalità e della disonestà. Essere tutti uguali, in una certa concezione, significa che il peggio è uguale al meglio; a rimetterci in questa equazione è il meglio. Di solito non sono idee queste che vengono ai migliori; piuttosto ai peggiori essendo chiaro il vantaggio immediato. Abolire qualsiasi differenza in vista della “soluzione di un problema”, vorrebbe dire, nella sequenza infinita di problemi, imbarcare e sdoganare alla fine tutti i peggiori. E non solo per qualità umane, ma anche politiche.
L.A. Confidential di Quentin Tarantino lo abbiamo visto tutti; c’era anche Harvey Kietel, il risolutore di problemi. Negli anni Trenta stava accadendo qualcosa di simile a ciò che sento e leggo ora: certi decaloghi (si veda quello grilliano) in cui si inneggia alla democrazia diretta e alla distruzione delle mediazioni istituzionali e dei partiti, all’omologazione e al fasullo concetto di eguaglianza virtuale, all’asservimento al “
problem solving” meccanicistico e profittevole e per nulla analitico. E’ già stato tutto liquidato come ciarpame (da intellettuali che hanno subito persecuzioni per ciò che hanno scritto e pensato e per una delle identità che portavano: ebraicità, come Emil Lederer autore de
Lo Stato delle masse). Ciarpame tossico però. Perché coloro che inneggiano all’assenza di mediazioni e conflitti, all’uguaglianza di una società senza classi (permettendo però “a chi vorrà” di arricchirsi) in realtà stanno pensando (senza averne cognizione storica) alle masse manipolate dei totalitarismi novecenteschi. Il conflitto sociale palese è democrazia. Tuttavia il conflitto è presente laddove ci sono differenze nell’eguale dignità e stato giuridico degli attori del conflitto. Dov’è l’emancipazione se siamo tutti uguali? Dov’è l’anelito a migliorarsi se il migliore è come il peggiore, il fascista come il democratico, il razzista come l’antirazzista, l’opportunista come il sincero? Dobbiamo proprio essere costretti per sempre nei panni in cui siamo stati nel più desolato momento della nostra esistenza e delle nostre oscurità? O a guardare infelici il mondo cementato nel grigio delle velleità degli arroganti senza altra qualità? Temo che la selezione invero ci sia, anche per chi ha quei balzani pensieri, e sia selezione dei valori – che non devono più avere respiro - e dei loro portatori. “Prima vennero a prendere gli Zingari …”. Attenzione che agli Zingari non si fermano; e ciò vale anche per chi difende gli Zingari attenendosi al per niente nonviolento “il fine giustifica i mezzi”. Nel
Talmud è ben vero che è scritto: “Chi salva una vita salva il mondo intero”. Ma non è aggiunto al precetto di fare propaganda pubblica al politico o allo strumentalizzatore che ha contribuito all’impresa. Temo che qualcuno possa interpretare la difesa del “cattivo” associandola alla difesa dei negletti storici e dei discriminati. Perché infatti c’è questo accanimento contro “il politico” come categoria? Tutti vanno bene, disonesti e farabutti basta che collaborino alla “soluzione del problema” (quale?), tranne che “il politico”, anche quello che rappresenta degnamente il proprio ruolo di rappresentanza, anche se tiene alto l’onore delle istituzioni in cui è delegato a sedere. E sì, poiché se è nell’indifferenziazione qualitativa che voglio far cadere la società, non posso tollerare che ci siano forme di rappresentanza e delega. Tutti devono essere portatori diretti del proprio interesse, piccolo o grande. Tuttavia, la somma di tutti gli interessi non fa l’interesse generale; la somma di tutti i beni non fa il Bene comune. Ma intanto per certi
maitre à penser improvvisati, il concetto di “comune” esiste fino a quando tutti non saremo completamente sciolti nell’acido dell’individualismo e nella solitudine dell’e.commerce. Trionfo dell’eguaglianza davanti all’immagine della
Coca-cola biologica che spunta dal
banner di un
social network. Un
click per la partecipazione democratica e una
standing ovation all'eguale
on my public Facebook page.
[Nell'immagine: Mordillo philosophy]