di Petra Reski, Die Zeit, Germania
[Alla cosca mafiosa dei Pelle-Vottari-Romeo di San Luca appartiene anche Ciccio Pakistan alias 
Francesco Pelle - un boss di prim'ordine - arrestato a Pavia esattamente un anno fa, alla Clinica Maugeri, dove era in attesa di un'operazione chirurgica. Ciccio Pakistan era stato ferito durante un agguato, rimanendo paralizzato alle gambe. Una scarica di Kalashnikov gli aveva bucato la spina dorsale. Dal luglio 2008 fino al settembre dello stesso anno è rimasto in cura presso la clinica pavese per i postumi di un incidente stradale. Nessuno ha mai dato spiegazioni. Era stato trasferito a Pavia da Messina. E' stato arrestato in clinica a Pavia in seguito ad indagini internazionali riguardanti un colossale traffico di droga dall'America centrale. La Dia ha accertato a Roma ingenti proprietà immobiliari che risalirebbero alla cosca Pelle-Vottari. Sulla banda laterale è disponibile un servizio audio riguardante Ciccio Pakistan. Da ciò che scrive Petra Reski, sembra che la Germania stia mantenendo nei confronti del pericolo mafioso lo stesso atteggiamento che Saviano descrive per la Spagna. Il servizio di Reski è impressionante. Si basa sul rapporto del Bka che ha potuto leggere integralmente e su interviste al Procuratore Gratteri e al capo della Dna Macrì. Irene Campari]
Kaarst dorme ancora. Nella cittadina della Renania il riposo domenicale è sacro: qualsiasi attività, a parte comprare il giornale, è considerata un sacrilegio. I giardini da favola, con i prati rasati alla perfezione e pozzi inti con tanto di carrucole, le case di mattoni rossi, il negozio di caschi da ciclista, il ristorante Bollerwagen: tutto è avvolto dal silenzio. Non si muove nulla: non un’auto, non un bus, non un sacchetto di carta. Nulla, a parte una bandiera tedesca che pende floscia in un giardinetto e si agita appena quando sofia un po’ di vento. L’ex pizzeria del presunto killer di mafia Giovanni Strangio oggi si chiama O sole mio e si trova quasi esattamente alla stessa distanza dalla bandiera loscia, dal ristorante e dal negozio di estetista Ladiseba. Accanto all’insegna c’è scritto “Lass die Seele baumeln”, lascia ciondolare l’anima. Sotto il cielo azzurro pallido anche il nome della pizzeria, O sole mio, sembra un invito a godersi la vita. All’interno del locale, però, della tipica gioia di vi vere italiana non c’è traccia: c’è solo una grande sala spoglia, piena di tavolini lucidi e con le inestre disadorne. Dietro al bancone, una catasta di cartoni di pizza. Fino a due anni fa lo chef era Giovanni Strangio, un bel ragazzo di 28 anni. Oggi Strangio è sospettato di far parte di uno dei clan più potenti della criminalità organizzata italiana e di essere stato tra i killer della strage di Duisburg. Nel più grave massacro compiuto dalla mafia italiana in Germania furono uccisi sei giovani calabresi di età compresa tra i 16 e i 38 anni. Gli assassini li sorpresero alle due del mattino del 15 agosto 2007 a bor do delle loro auto, davanti al ristorante Da Bruno: cinque morirono sul colpo, il sesto durante il trasporto in ospedale. La strage sconvolse la Germania e ricordò a tutti che la mafia non è un problema solo italiano. Da queste parti è arrivata da un pezzo. Dietro il bagno di sangue di Duisburg si nasconde una guerra decennale tra i due clan della cittadina calabrese di San Luca, i Pelle-Romeo e i Nirta-Strangio. Una guerra culminata proprio negli omicidi del 15 agosto. Emigranti o criminali? Giovanni Strangio era il cugino della moglie del boss calabrese Giovanni Nirta, uccisa a San Luca il giorno di Natale del 2006, quando aveva 33 anni. Il suo presunto assassino è morto nella sparatoria di Duisburg. È stata, probabilmente, una vendetta. Per oltre un anno, Giovanni Strangio è stato tra i criminali più ricercati d’Europa, inché nel marzo 2009 una pattuglia di poliziotti italiani, tedeschi e olandesi lo ha catturato alla periferia di Amsterdam insieme al cognato Francesco Romeo, che aveva lavorato per qualche tempo in un altro ristorante di Duisburg, La Gioconda. Nel loro appartamento sono state trovate armi e 575mila euro in contanti. A maggio Strangio è stato estradato in Italia. All’inizio del 2010 sarà processato per mafia insieme ad altre quaranta persone del suo clan. La polizia tedesca e quella italiana hanno annunciato la sua cattura con due conferenze stampa, a Duisburg e a Reggio Calabria. Il procuratore antimafia Pietro Grasso si è congratulato con gli investigatori, mentre il ministro dell’interno del land Nord Reno Vestfalia, Ingo Wolf, ha sottolineato l’importanza della collaborazione internazionale. La mafia in Germania: la storia di un successo. Soprattutto per i mafiosi. Fino ai morti di Duisburg, in Germania la mafia era rimasta invisibile. Se a San Luca, infatti, i mafiosi sparano con il mitra contro le insegne stradali e i cassonetti dell’immondizia per dimostrare tutto il loro disprezzo verso lo stato, a Kaarst Giovanni Strangio e Francesco Romeo probabilmente portavano il casco anche per andare in bicicletta. I morti di Duisburg erano stati sepolti da poco quando i servizi segreti italiani rivelarono che i due clan rivali, i Pelle-Romeo e i Nirta-Strangio, avevano proclamato una tregua. Trovato l’accordo, le due famiglie hanno cominciato a collaborare, occupandosi di pubbliche relazioni: per fare in modo che gli affari continuassero senza intoppi, era urgente rifarsi un’immagine. Così, durante la latitanza, Giovanni Strangio ha cominciato a concedere interviste in cui parlava di sé come di p un italiano ingiustamente perseguitato dalla giustizia e la cui unica colpa era essere nato a San Luca. Un collaboratore di Kurier, un quotidiano di Berlino, si è vantato di averlo intervistato per email. A quanto pare, però, Kurier non è stato l’unico megafono involontario, certo usato dalla mafia. Anche il giornale Rheinische Post ha pubblicato notizie sui poveri pizzaioli ingiustamente perseguitati, e alcuni cronisti hanno abboccato alle storie strappalacrime raccontate dai boss. Si è parlato dei pregiudizi verso gli italiani e del razzismo dei tedeschi, ma non dei 229 clan e delle 900 persone che in un rapporto del Bundeskriminalamt (il Bka, la polizia della Germania Federale) sono accusate di essere un’estensione della ’ndrangheta in Germania. Con un giro d’affari annuo stimato in 44 miliardi di euro, la ’ndrangheta calabrese non è solo la più ricca organizzazione mafiosa d’Italia, ma anche la più flessibile. In Germania si è stabilita fin dagli anni sessanta, nelle zone in cui gli immigrati dall’Italia meridionale trovavano lavoro alle catene di montaggio, nelle acciaierie o nelle miniere. Le roccaforti della mafia in Germania sono sempre state il Nord Reno-Vestfalia, la Baviera, l’Assia e il Baden-Württemberg, e in particolare le città di Duisburg, Bochum, Oberhausen, Stoccarda e Monaco, oltre che, dalla metà degli anni novanta, Erfurt, Lipsia ed Eisenach. Secondo il rapporto del Bka, circa duecento affiliati ai clan di San Luca hanno preso la residenza in Germania. L’anno scorso il Bka, in collaborazione con gli investigatori italiani, la polizia, i carabinieri, la guardia di inanza e la polizia giudiziaria dei land tedeschi coinvolti, ha stilato un rapporto (di cui la Zeit è venuta in possesso) sulle attività della ’ndrangheta in Germania. Le famiglie Pelle-Romeo e Nirta-Strangio sono risultate le più potenti di tutta la Germania. Nelle 396 pagine del documento (contrassegnato dalla sigla VS, cioè conidenziale, e dalla dicitura: “Nur für den Dienstgebrauch”, solo per uso interno) si parla di traffico d’armi, omicidi, riciclaggio, trafico di droga, smaltimento di riiuti tossici ed estorsioni. Ci sono informazioni anche sulle famiglie maiose, sui capiclan e i loro tirapiedi, sugli affiliati alle varie cosche e i loro uomini di fiducia tedeschi: dagli avvocati ai iscalisti, dai consulenti bancari fino alle mogli tedesche dei boss. Ma il rapporto del Bka è anche una specie di guida Michelin della criminalità organizzata: elenca infatti centinaia di ristoranti gestiti dalla ’ndrangheta. Sessantuno appartengono al clan dei Pelle-Romeo e solo nove a quello dei Nirta-Strangio. Un minimo di invidia era inevitabile. Un fioraio del centro di Duisburg, che non vuole rivelare il suo nome, parla bene del defunto gestore del ristorante Da Bruno, quel Sebastiano Strangio di cui si legge nel rapporto del Bka. Era un ottimo vicino, dice, un ristoratore che si occupava scrupolosamente del suo locale e che ogni mattina alle 11, quando usciva di casa, lo salutava sempre con gentilezza. Che poi Sebastiano Strangio (nessuna parentela con il suo presunto assassino, Giovanni Strangio) appartenesse alla mafia, il fioraio in realtà lo sospettava già da quando il ristorante si trovava ancora in Tonhallenstrasse, dove nel frattempo è stata inaugurata una libreria specializzata in testi giuridici. Prima di Natale, quando rimaneva a lavorare fino a tardi per realizzare le corone dell’avvento tipiche della tradizione tedesca, il fioraio aveva notato che ogni tanto il locale veniva circondato dai poliziotti. A quanto pare una volta sono arrivati in sessanta e hanno ordinato ai clienti di uscire per fare una perquisizione. Questi episodi spiacevoli, però, non scoraggiavano la clientela: fuori c’era spesso la fila per accaparrarsi un tavolo. Dopo il trasloco dalla Tonhallenstrasse alla nuova sede nel Klöcknerhaus, un grande palazzo moderno dietro la stazione ferroviaria, il cordiale mafioso Sebastiano Strangio ha più volte invitato il fioraio nel suo nuovo locale. E una volta il fioraio ha accettato. Ma, mi racconta, quando si è seduto a tavola si è sentito terribilmente a disagio, soprattutto perché non gli hanno permesso di pagare il conto. Nel rapporto del Bka ci sono ben 17 Sebastiano Strangio, dieci Antonio Romeo e 13 Domenico Giorgi. Spesso sono nati nello stesso paese e nello stesso anno. Per questo gli inquirenti hanno dovuto confrontare i nomi, i luoghi e le date di nascita con quelli delle madri. Come se non bastasse, a confondere ancora di più le cose c’è il fatto che alcuni affiliati a un clan hanno il cognome di un clan avversario. In passato c’è stato perfino il ramo di una famiglia che è passato dalla parte dei nemici. I mafiosi di San Luca, insomma, sono tutti imparentati. Anche per questo la ’ndrangheta è impenetrabile come le triadi cinesi. La criminalità organizzata italiana è presente in Germania dagli anni sessanta. Le sue roccaforti sono in Nord Reno-Vestfalia, Assia, Baviera e Baden-Württenberg. Dopo il crollo del muro di Berlino la mafia ha cominciato a fare affari anche nell’ex Germania est. Secondo gli ultimi dati del Bundeskriminalamt (la polizia federale tedesca, Bka), oggi nella Repubblica Federale ci sono 229 clan e 900 persone legate alla ’ndrangheta.
La sfida di Gratteri
Nicola Gratteri, calabrese di nascita, è procuratore aggiunto presso il tribunale di Reggio Calabria. Nel suo uficio – una stanza luminosa con una bella vista sullo stretto di Messina – sono accumulate decine di fascicoli e montagne di ordini di custodia cautelare, perfino sul pavimento dell’ingresso. La decisione di promuoverlo al ruolo che occupa oggi non è stata presa all’unanimità: un dettaglio di cui il magistrato non si preoccupa. In quest’ambiente, mi dice, l’unanimità ha sempre un prezzo. Di pomeriggio, dalla finestra dello studio il mare luccica come un diamante, ma Gratteri ha occhi solo per i suoi fascicoli. Probabilmente sta pensando a quanti arresti non riuscirà a portare a termine per colpa della nostra conversazione. Il procuratore non sta indagando solo sui responsabili della strage di Duisburg, ma anche sui due clan di San Luca. Ha già fatto arrestare più di quaranta persone. A giugno è riuscito a catturare il capoclan Antonio Pelle. Nella sua casa l’anno scorso erano stati sequestrati 150 milioni di euro: una piccola parte del suo patrimonio, che consiste anche di immobili, automobili e terreni. “Ma in fondo non è stata una vittoria così importante”, commenta. I mafiosi si riproducono come cellule tumorali. San Luca ha quattromila abitanti e 39 clan mafiosi. Nemmeno la cattura di Giovanni Strangio ha cambiato nulla. È stata però un indizio importante del peso della mafia calabrese in Germania. Nella Repubblica Federale il reato di associazione mafiosa non esiste e riciclare denaro sporco è molto più facile che in Italia. Finché le leggi non cambieranno, dice Gratteri, in Germania sarà impossibile combattere la mafia in modo eficace. In Italia i beni di una persona sospettata di appartenere alla mafia possono essere coniscati. In Germania, invece, la polizia è tenuta a dimostrare che il denaro investito è di provenienza illecita. Le intercettazioni telefoniche, inoltre, sono proibite, sia nei locali pubblici sia nelle abitazioni private. L’articolo 129 del codice penale tedesco, che rende penalmente perseguibile la costituzione di un’associazione criminale, non fa cenno all’affiliazione mafiosa: in tutti i casi bisogna dimostrare che l’associazione a delinquere su cui si indaga stia preparando concretamente un piano criminale. In Italia è punibile anche solo l’appartenenza ai clan. “Chi vive a Duisburg, Francoforte o Copenaghen non deve preoccuparsi: lì i mafiosi non sparano, non ammazzano, non chiedono il pizzo e non bruciano le automobili”, dice Gratteri. Per riciclare denaro occorre solo agire con calma e non dare nell’occhio. Per questo, continua il magistrato, nei Paesi Bassi e in Germania gli inquirenti dovrebbero subito mettersi al lavoro: dove viene catturato un mafioso latitante, c’è sempre anche una cellula mafiosa. Secondo quanto è emerso dopo l’arresto, Giovanni Strangio si trovava ad Amsterdam già da un anno. Aveva consolidato nuovi rapporti criminali e si era occupato di spaccio di droga, senza insospettire nessuno. A volte Gratteri dà l’impressione di cedere allo sconforto. Dal 2001, l’anno in cui sono stati aboliti i controlli alle frontiere in base al trattato di Schengen, la criminalità organizzata ha conosciuto una forte espansione in tutta Europa, dalla Germania ai Paesi Bassi, dal Belgio alla Francia, dalla Spagna al Portogallo: tutti paesi in cui l’opinione pubblica è convinta che una mafia locale non esista. Almeno inché non ci sono sparatorie e regolamenti di conti. “I mafiosi agiscono come se si trovassero sotto una campana di vetro”, spiega Gratteri. “Senza crimini, la mafia non esiste. E se la mafia non esiste, allora non esiste neanche il riciclaggio. Perciò non si fanno indagini. E se non si fanno indagini non si scopre l’esistenza della criminalità. È un cane che si morde la coda”. Il procuratore sospira: denunce simili le avrà fatte centinaia di volte. L’Europa, si chiede, troverà il coraggio di dichiarare penalmente perseguibile l’appartenenza alla mafia? E i tedeschi capiranno finalmente che anche in Germania la ’ndrangheta si è infiltrata nelle pubbliche amministrazioni e nei governi locali per controllare la gestione degli appalti? Oppure credono ancora che i mafiosi siano una sorta di eroi romantici alla Robin Hood? Se si legge il rapporto del Bka non mancano i dettagli raccapriccianti. Prendiamo il caso di Giuseppina Cariati, moglie di un boss del clan Farao. Mentre il marito era in carcere, è stata uccisa dal cognato perché aveva tradito il suo uomo con un mafioso di un clan rivale. I suoi assassini le hanno prima sparato in bocca, perché aveva parlato troppo; poi l’hanno accoltellata ai genitali, perché era stata infedele; e alla fine l’hanno sepolta con una gamba che spuntava fuori dal terreno. L’omicidio è stato commissionato dal clan Farao, famiglia attiva dai primi anni ottanta a Kassel, Stoccarda, Monaco, Francoforte e Dortmund. Ma è stato commesso in Italia: in Germania avrebbe fatto troppo scalpore.
Estorsioni e spaccio di droga
Hiltrup è una cittadina nei pressi di Münster. Sede di un’antica università, è un universo fatto di casette di mattoni rossi e castagni secolari: a prima vista il rischio più grave che si corre da queste parti è essere investiti da un ciclista imprudente. Un gruppo di agenti si dirige verso il Piccolo mondo, l’unico ristorante della città raggiungibile a piedi dall’istituto superiore di polizia, dove è appena cominciato un seminario sulla criminalità organizzata. Sul menù ci sono alici marinate, melanzane alla griglia, pasta agli asparagi selvatici e vino bianco siciliano. I tavoli si riempiono rapidamente di uomini dallo sguardo impassibile, tipico dei poliziotti che non vogliono far capire quello che sanno. Per esempio che a Münster il clan egemone è quello dei Grande-Aracri, originario della provincia di Crotone e impegnato in attività tradizionali come il traffico di stupefacenti, le estorsioni e il riciclaggio. Nel 2005, durante un’indagine internazionale, nel porto di Rostock sono stati trovati 126 chili di cocaina. Erano nascosti in tre sacche da marinaio sistemate nel vano timone di una nave venezuelana che trasportava carbone. In quegli stessi giorni la polizia ha anche sequestrato 600 grammi di cocaina all’aeroporto di Francoforte. A differenza delle indagini condotte fino ad allora dalla polizia tedesca, e sempre sfociate in un nulla di fatto, quell’operazione, realizzata con la collaborazione di agenti stranieri, ha portato all’arresto di oltre cento mafiosi. Uno di loro viveva a Münster e dirigeva una società di commercio all’ingrosso. Ai tavoli del Piccolo mondo commissari, agenti e dirigenti di polizia sono ancora concentrati sui loro piatti di pasta. Ognuno diffida rispettosamente degli altri. Alcuni pensano che la cosa più importante sia la prevenzione, altri sono convinti che serva maggiore repressione. “Chi sta dietro le sbarre non commette reati”, dice un poliziotto. “E comunque qui da noi i giudici e i procuratori non finiscono ammazzati. Se fosse così, le leggi sarebbero diverse”. In Germania, afferma un altro investigatore, la mafia non è percepita come una minaccia concreta perché si dedica ad attività criminali apparentemente pulite: per i cittadini comuni il furto in appartamento è molto più grave di un’operazione di riciclaggio da dieci milioni di euro. Come gli altri con cui ho parlato, il mio interlocutore non vuole che il suo nome finisca sul giornale: non per paura della mafia, ma del ministero dell’interno.
Imprenditori sospettabili
A Monaco, l’ultima indagine sul pagamento del pizzo ai clan mafiosi risale al 1993. Come spiega un inquirente che lavora nel capoluogo bavarese, da questo si intuisce che la città è già stata conquistata e divisa tra i clan. A Monaco i mafiosi non si occupano più di estorsioni, ma si dedicano ad affari puliti, senza dare nell’occhio, “non come quegli idioti dei russi, che continuano a mettere in piazza le loro rivalità”. Di fronte a tutto questo, come si comporta la politica? Per adesso, dice un poliziotto, è più preoccupata del terrorismo islamico. Quando un inquirente che indaga sulle strutture maiose viene trasferito non se ne accorge nessuno. Tranne i mafiosi, ovviamente. Molte pagine del rapporto del Bundes kriminalamt sembrano un compendio di miracolosi successi imprenditoriali. Come la vicenda di quel rappresentante di tessuti che si è stabilito a Monaco nel 1981 e oggi dichiara un fatturato di 665 milioni di euro all’anno ed è proprietario di immobili di pregio in tutto il paese. Da qualche tempo l’uomo è sospettato di ripulire denaro sporco per conto della sacra corona unita, l’organizzazione mafiosa della Puglia. “Non è facile determinare in che modo questo italiano sia potuto diventare multimilionario nell’arco di quindici anni”, si legge nel rapporto. “Le somme di denaro che ha investito a Lipsia sono colossali e non possono provenire dalle attività della sua impresa, neanche immaginando che abbia fatto ottimi affari. Quest’uomo ha anche contatti influenti nel mondo economico e politico. Per questo sarà difficile proseguire gli accertamenti in Germania”. C’è poi la storia singolare di un boss della camorra ricercato dalla polizia di diversi paesi. L’uomo si è prima nascosto da un cameriere di Lipsia, poi ha preso i suoi documenti – i due si somigliavano in modo impressionante – ed è scappato in Mongolia, dove avrebbe investito dieci milioni di dollari nel settore minerario. Oltre a questi casi eclatanti, in Germania è attiva una nebulosa di mafiosi meno importanti e apparentemente innocui. Come quell’affiliato alla ’ndrangheta che faceva l’operaio in un’acciaieria di Herne e che poi si è licenziato per diventare pizzaiolo e occuparsi meglio degli affari del clan. Le autorità tedesche lo hanno scoperto durante un controllo di polizia stradale perché la sua auto era senza assicurazione. Contro di lui è stata sporta denuncia: non per associazione mafiosa, ma per violazione della legge sull’obbligo dell’assicurazione auto.
Dati discordanti
Berlino, università Humboldt. È in corso un dibattito sul tema “La lotta alla mafia”. Tra le organizzazioni invitate a partecipare c’è anche Viva, la prima associazione antimafia fondata in Germania. Nata a Berlino poco dopo la strage di Duisburg, è gestita da Bernd Finger, direttore del dipartimento criminalità organizzata del Landeskriminalamt (l’ufficio di polizia giudiziaria del land che ospita la capitale), e da Laura Garavini, una deputata italiana del Pd che rappresenta al parlamento di Roma i suoi connazionali residenti in Germania e fa parte della commissione parlamentare antimafia. Finger racconta che poco dopo la strage di Duisburg 53 ristoratori italiani di Berlino hanno ricevuto richieste di pizzo. In quel caso, spiega, gli estorsori sono stati arrestati e processati perché più della metà dei ristoratori ha deciso di denunciare il fatto alla polizia. Tutto questo è stato possibile grazie a un accordo, concluso pochi giorni dopo gli omicidi di Duisburg, tra la polizia di Berlino e i proprietari di ristoranti italiani. Laura Garavini sottolinea che la legislazione anti mafia europea dovrebbe essere unificata. Cita le statistiche sui patrimoni sequestrati alla mafia in Italia – un miliardo di euro nella sola Palermo tra il 2005 e il 2007 – e mette in guardia dall’infiltrazione della criminalità organizzata nell’economia legale. L’uomo che le siede accanto, il deputato della Spd Uwe Benneter, guarda l’orologio. Le cifre sulle dimensioni della criminalità organizzata in Germania di cui dispone non coincidono con quelle appena citate, dice con un sorriso indulgente, come se avesse appena ascoltato le idee di simpatici complottisti. Benneter fa parte della commissione diritto e affari interni del Bundestag, il parlamento federale. Come lui la pensano molti altri funzionari. Dopo il 2001, spiega, è ovvio che la lotta contro il terrorismo islamico sia diventata la priorità. Tuttavia, ammette, sembra che anche in Germania qualcuno stia cercando di riciclare denaro. “Sembra”, dice Benneter prima di congedarsi: è atteso da un altro impegno più importante.
La Direzione nazionale antimafia italiana ha sede a Roma, in un palazzo che ricorda una fortezza barocca. Il procuratore aggiunto è Vincenzo Macrì. Nel suo ufficio sulla tv sempre accesa scorrono senza interruzione le notizie. Macrì conosce la ’ndrangheta meglio di chiunque altro. Con tono sommesso mi racconta che gli investimenti dei clan calabresi in Germania hanno fatto un salto di qualità grazie ai riscatti dei sequestri degli anni settanta e ottanta, tra cui quelli del nipote di Paul Getty e di altri industriali del nord Italia. Dopo aver investito in ristoranti, alberghi e proprietà immobiliari, negli ultimi tempi la mafia ha rafforzato la sua presenza nel settore dell’edilizia e oggi è specializzata nel controllo degli appalti pubblici. Il suo affare migliore è sempre la corruzione. Macrì mi spiega che la cooperazione internazionale funziona e che, considerate le leggi vigenti, la polizia tedesca non può fare di più. Il pericolo più grave per la Germania, sostiene, sta nel fatto che l’opinione pubblica non è in grado di leggere i segnali che arrivano dal mondo mafioso. Troppo spesso i mafiosi sono considerati imprenditori che si limitano a gestire ristoranti, alberghi o imprese. Macrì spiega di aver osservato lo stesso fenomeno in Lombardia. Nell’Italia del nord molti uomini d’affari affermano di non conoscere la parola ’ndrangheta. Quando la procura anti mafia di Milano ha denunciato iniltrazioni maiose in città, il sindaco Letizia Moratti ha protestato, sostenendo che così si infangava il buon nome di Milano. Lo sguardo di Macrì torna a posarsi sulla tv: il parlamento italiano ha votato una legge che vieta le intercettazioni telefoniche. In futuro potranno essere intercettati solo i telefoni dei sospettati sui quali esistono già altri indizi rilevanti. Da quando il numero dei pentiti di mafia è drasticamente diminuito, le intercettazioni telefoniche sono diventate l’arma principale degli inquirenti. Giovanni Strangio sarebbe ancora libero ad Amsterdam se le telefonate tra la moglie e la sorella non fossero state registrate. Sullo schermo compare il testo di una dichiarazione del ministro della giustizia italiano: con la nuova legge sulle intercettazioni, finalmente anche l’Italia rispetta la Convenzione europea dei diritti umani. “Eh, già”, commenta Macrì.
La roccaforte della ’ndrangheta
Se a Erfurt non ci fossero strade intitolate a Jurij Gagarin e a Clara Zetkin si potrebbe pensare che la città abbia superato l’ultimo secolo chiusa in un bozzolo da cui è appena stata liberata. Ediici, strade, piazze, facciate e portali storici: tutto risplende come nuovo. Nel centro di Erfurt quasi in ogni strada ci sono gelaterie, pizzerie o ristoranti italiani. I tavolini all’aperto, sistemati negli angoli più belli della città, sono pieni di clienti serviti da solerti camerieri con lunghi grembiuli bianchi. Le orecchiette alla Norma costano 8 euro, per dessert c’è la Gondola Veneziana, una coppa di gelato, e chi lascia qualche avanzo nel piatto può farselo impacchettare e portarlo a casa. Secondo il rapporto del Bka, negli ultimi due anni ben 65 ragazzi di San Luca sono arrivati a Erfurt per lavorare nei ristoranti italiani. Tutti hanno la fedina penale pulita, ma sono igli, nipoti o fratelli di boss mafiosi già processati per estorsioni, rapimenti, traffico di stupefacenti o di armi. Hanno scelto di trasferirsi nelle città dove i membri del loro clan possiedono attività commerciali e ristoranti. E adesso si spostano tra Erfurt, Duisburg, Weimar e Monaco di Baviera. Erfurt è diventata una roccaforte della ’ndrangheta calabrese nella metà degli anni novanta, quando il clan dei Pelle-Romeo ha spedito qui da Duisburg due dei suoi luogotenenti per acquistare proprietà immobiliari e ristoranti. Alla base degli investimenti della mafia a Erfurt, si legge nel rapporto del Bka, c’è un sistema complesso: “Le trattative sono condotte da persone di iducia dei clan. Per le compravendite a volte vengono create società ad hoc. Di solito i soci sono semplici prestanome, che occupano i gradini più bassi nella gerarchia mafiosa. Dietro di loro ci sono i boss, che si tengono prudentemente nascosti. Anche la provenienza dei capitali investiti è poco chiara”. Per quanto riguarda le attività dei clan Romeo e Pelle bisogna tenere conto della suddivisione tra i diversi settori operativi, che è tipica della mafia. In Germania, a occuparsi di stupefacenti potrebbe essere un affiliato che gestisce ristoranti e negozi di delikatessen vicino alla frontiera con i Paesi Bassi, mentre il coordinatore di tutti gli affari di famiglia potrebbe essere suo cugino, da poco raggiunto da un mandato di cattura internazionale. I luogotenenti del clan si occupano di investire i proventi del trafico di droga. La strage di Duisburg, si legge nel rapporto, non fa che sottolineare “gli stretti legami tra i clan di San Luca e gli affiliati residenti in Germania”. Karsten Rudolph, deputato dell’Spd al parlamento del land Nord RenoVestfalia, si occupa di politica interna, ma non ha avuto accesso al rapporto del Bka. Quando chiede informazioni sui provvedimenti antimafia adottati a livello locale si sente rispondere semprenello stesso modo: “Non ci sono novità”. Per questo prima dell’estate ha presentato al governo del land una complessa interrogazione. Quanti dei 61 ristoranti tedeschi di proprietà dei clan calabresi si trovano in Nord Reno-Vestfalia? E quanti affiliati dei clan sono stati arrestati dalle autorità federali o locali negli ultimi dieci anni? “Non possiamo continuare ad avere un’immagine solo romantica dell’Italia”, dichiara Rudolph, prima di chiedersi sulla base di quali dati si sia mosso il parlamento, in mancanza di informazioni sulla reale penetrazione della criminalità organizzata nel land. L’airone di Sprenger Heinz Sprenger è il capo della sezione omicidi della polizia di Duisburg. Siede nel verde del suo giardino e vigila sui suoi pesci rossi. Accanto a un grande acero c’è un piccolo stagno dove ogni tanto viene a posarsi un airone. Da due anni Sprenger lavora all’indagine sulla strage di Duisburg. Mille volte si sarà sentito ripetere la stessa storia da imputati, sospetti e testimoni: i ragazzi coinvolti sono solo poveri lavoratori forestali, abbandonati dallo stato, venuti in Germania per rifarsi una vita e perseguitati dalla giustizia. Nessuno ha mai sentito parlare di ’ndrangheta. Quando poi vengono fuori i soldi, come i 575mila euro trovati a casa di Giovanni Strangio, c’è sempre una scusa: sono gli incassi della pizzeria di famiglia, che ha fatto affari d’oro, o il regalo di qualche parente. A volte viene perfino presentato un atto di donazione proveniente dall’Italia. Negli ultimi due anni il commissario Sprenger è stato più volte a Reggio Calabria. Gli incontri con i colleghi italiani, spiega, hanno rafforzato la collaborazione e hanno fatto nascere vere e proprie amicizie. Di più non vuole raccontare. Vede un’ombra in cielo: “Devo tenere gli occhi aperti!”, esclama balzando in piedi. Ma l’airone è già passato oltre.
PETRA RESKI è una giornalista tedesca. Vive in Italia dal 1989 e si occupa principalmente di criminalità organizzata per Die Zeit. In Italia ha appena pubblicato Santa Mafia. Da Palermo a Duisburg: sangue, affari, politica e devozione (Nuovi Mondi 2009). Il suo sito è petrareski.com.
"Internazionale", n. 811
