Milano, 26 maggio 2009: il Consiglio comunale approva a maggioranza la revoca della Commissione d’inchiesta sugli interessi mafiosi attivi nel territorio milanese, a poco più di due mesi dal voto all’unanimità con il quale era stata costituita. Viene così soppressa la commissione voluta per approfondire il peso della presenza mafiosa in città e avanzare proposte per contenerne l’impatto negativo nel tessuto produttivo, economico e sociale, alla vigilia delle grandi opere pubbliche connesse all’Expo 2015. La maggioranza a Palazzo Marino dichiara di avere recepito le perplessità del prefetto di Milano, Gian Valerio Lombardi, espresse in una lettera inviata al sindaco Letizia Moratti: «L’articolo 42 del Testo unico sugli enti locali che elenca le attribuzioni del Consiglio — scrive Lombardi — non prevede alcuna competenza comunale in materia di antimafia, per il semplice fatto che la relativa attribuzione è affidata in via esclusiva ad organi dello Stato. Conseguente- mente non risulta ipotizzabile la costituzione di una commissione consigliare in tale materia con la partecipazione di magistrati e funzionari delle forze dell’ordine» 1. Poche ore dopo il voto del Consiglio, intervenendo alla trasmissione Annozero dedicata proprio all’Expo, il primo cittadino si impegna a tutelare gli investimenti, prevenendo le infiltrazioni criminali, ma insorge indignata al solo accostamento del fenomeno mafioso al nome della città che amministra, perché Milano e la Lombardia, a suo dire, sono altro rispetto al Sud dell’Italia. Partiti quindi dall’ultima polemica in ordine di tempo sulla presenza delle mafie a Milano e in Lombardia, cerchiamo ora di capire la consistenza del pericolo, ricostruendo nel tempo l’infiltrazione delle cosche nel cuore economico e finanziario del Paese.
Vengono compiuti vari tentativi di annessione della memoria di Leonardo Sciascia. I cattolici, con un articolo pubblicato dall'Avvenire di oggi, a firma di Vincenzo Arnone, descrivono Sciascia alla ricerca di una fede che in effetti non ebbe mai tranne che nella Ragione; i radicali lo ricordano come membro del loro gruppo parlamentare dove lo vollero nella Commissione Moro e come uomo di punta in tante battaglie per "una giustizia giusta". In effetti Sciascia trovava congeniale i radicali nei tanti versanti dei diritti civili negati o calpestati, ma sono convinto che se ne sarebbe allontanato come a suo tempo si allontanò dal PCI. Il suo sentimento di giustizia era troppo profondo perchè continuasse un sodalizio con Pannella ed il suo Partito accettandone tutte le politiche. Non credo che avrebbe condiviso la posizione dei radicali per la spartizione della Jugoslavia e di acritico appoggio agli israeliani nella loro opera genocida del popolo palestinese nè credo che condividesse il liberismo radicale per cui i contratti di lavoro debbono essere individuali e trattati soltanto tra datore di lavoro e lavoratore. Si era allontanato dal PCI non condividendone la somiglianza di comportamenti della DC. Il compromesso storico, la teoria che con il 51% non si possa e non si debba governare, era quanto di più lontano potesse esserci dalla sua cultura ed intelligenza razionalista che rifiutava collaborazionismi che diventerebbero cappe di piombo e prigioni per la società civile. I suoi libri sono popolati da figure di monaci e di preti, ma la fede nel cattolicesimo non c'entra per niente. Quando scrive di Monsignor Ficarra "Dalla parte degli infedeli" parla di un Vescovo originario di Canicattì e poi a Patti che nonostante il divieto di Pio XII e le ingiunzioni mafiose del Cardinale Ruffini sposava in chiesa i comunisti e non faceva da spalla alla DC nella sua diocesi. La figura dell'Abate Vella viene disegnata come quella di un leggendario falsario che si era improvvisato conoscitore della lingua araba fino al punto di inventarsi un testo per fare saltare in aria i privilegi feudali o frate Diego La Mattina che uccide l'Inquisitore che lo tiene prigioniero e pretende la confessione della sua eresia.
Per più di trent’anni nessuno l’ha cercata. E non era lontana, abbandonata lì, nel parcheggio di Villa Borghese. Una Bmw grigio-oro, quella che ha portato Emanuela Orlandi lontano, via per sempre. Da quella automobile che da oltre un anno è a disposizione della polizia scientifica e di chi sta cercando di fare luce sul sequestro è saltato fuori un nome: quello del sequestratore. Gli inquirenti ci sono arrivati attraverso un pista parallela a quella fornita dalla supertestimone Sabrina Mainardi e non è possibile sapere se quest’uomo sia ancora in vita. Il riserbo è massimo. Ma certamente dopo tanto tempo si è a un passo dalla verità. Mario, il telefonista non solo è stato individuato ma sarebbe già stato ascoltato dalla Procura.
PALERMO. Entrano nuovi atti nel processo di Palermo contro Marcello Dell'Utri. Arrivano da Firenze, dove l'inchiesta sulle autobomba di Roma, Firenze e Milano, è in pieno svolgimento e potrebbe portare presto a clamorosi sviluppi sul fronte dell'individuazione dei mandanti esterni a Cosa Nostra. Ieri il procuratore generale di Palermo Nino Gatto ha messo i verbali a disposizione dei legali del senatore del Pdl Marcello Dell’Utri, imputato di concorso in associazione mafiosa e già condannato a nove anni in primo grado. Si tratta delle dichiarazione del pentito Gaspare Spatuzza, da tempo al centro di voci che agitano la politica romana. Spatuzza sarà di nuovo ascoltato, dalla seconda sezione della Corte d'appello di Palermo, il 4 dicembre. L’interrogatorio si terrà, per motivi di sicurezza, lontano dalla Sicilia: a Torino, al palazzo di giustizia. Nelle carte, l'ex reggente del mandamento di Brancaccio fa continui riferimenti ai propri referenti, i capicosca Filippo e Giuseppe Graviano, come fonti delle proprie informazioni su quella che, senza mezzi termini, definisce una trattativa con Silvio Berlusconi e Dell'Utri, per avere una sorta di copertura politica sulle stragi ancora da compiere: dopo gli obiettivi già attaccati si doveva colpire ancora, dare quello che il boss definisce «il colpo di grazia»: il devastante attentato all'Olimpico di Roma, contro i carabinieri. COMUNICATO STAMPA
Lunedì 23 novembre alle ore 21 presso il Collegio Santa Caterina da Siena di Pavia
Presentazione del libro
"L'isola civile - Le aziende siciliane contro la mafia"
di Serena Uccello e Nino Amadore
PAVIA. Lunedì 23 novembre 2009 alle ore 21 presso la Sala Conferenze del Collegio S. Caterina da Siena Via San Martino 17/a si terrà la presentazione del libro "L'ISOLA CIVILE - Le aziende siciliane contro la mafia" di Serena Uccello e Nino Amadore (Einaudi).
Ogni anno circa 160mila imprenditori sono vittime del racket delle estorsioni. Dopo decenni di silenzio alcuni, in Sicilia, hanno deciso di dire basta. Chi sono? Perché hanno fatto questa scelta?
Il volume raccoglie il risultato di due anni di lavoro e racconta “le ragioni storiche ed economiche della ribellione antiracket” che ha coinvolto una parte del mondo imprenditoriale siciliano negli ultimi anni.
Il libro ospita inoltre una proposta di Ivan Lo Bello, presidente di Confindustria Sicilia, per cercare di sostenere le iniziative antiracket, per tentare di sconfiggere, o almeno, ridimensionare, questo fenomeno criminoso che ostacola lo sviluppo della Sicilia.
Sarà presente l’autrice Serena UCCELLO, 37 anni palermitana, dal 2000 vive e lavora a Milano. È giornalista della redazione Economia e Imprese de “Il Sole-24 Ore”.
Con lei dialogherà Mario PORTANUOVA giornalista collaboratore di “Diario”, “l’Espresso”, “Wired” e “Altreconomia” e autore dei volumi Mafia a Milano (1996), Altri mondi (2003), Inferno Bolzaneto (2008).
di Irene Campari
Quella sulle bonifiche è una delle più consistenti e profonde inchieste mai avviate in Lombardia negli ultimi anni, avvicinabile per entità e vastità a quella che ha riguardato l'ex area Omar-Petrol Dragon di Lacchiarella e Dresano, o a quella, per rimanere nel pavese, che ha coinvolto nel 1995 l'ex area Zeta Petroli di Albaredo Arnaboldi e l'ex San Martino immobiliare di Tromello. E' di queste ore la notizia che anche un magistrato antimafia sia stato cooptato nel pool milanese di magistrati inquirenti; si fanno i nomi di figure responsabili di imprese in odore di mafia dedite al movimento terra. In questi mesi, altre inchieste avevano portato in carcere esponenti della 'ndrangheta che da decenni operano nel sud milanese, in particolare a Buccinasco, nel movimento terra e nello smaltimento di rifiuti e che avrebbero fatto di questo business quasi un monopolio territoriale. Alcuni giornalisti ne avevano già fatto oggetto di pubblicazioni, allertando l'opinione pubblica sul pericolo più che reale di integrazione degli interessi criminali nell'economia produttiva dell'area tanto prossima a Pavia. Anche alcuni uomini di teatro hanno offerto il loro contributo alla consapevolezza. Voglio ricordare, per esempio, Giulio Cavalli, attore di Lodi, sotto scorta poichè minacciato dalle cosche che non vedevano (e non vedono) di buon occhio il suo spettacolo teatrale "Do ut des", dedicato alla caricatura della mentalità mafiosa. La settimana scorsa, Cavalli ha allestito il suo spettacolo a Buccinasco. Terra tristemente nota per il radicamento di alcune cosche calabresi, Barbaro e Papalia innanzitutto. Il Comune di Buccinasco è noto anche per aver negato la cittadinanza onoraria a Roberto Saviano. Le cosche Barbaro Papalia sono nominate nell'articolo che oggi Il Giornale dedica alle inchieste sulle bonifiche condotte non solo in Lombardia dalle società di Giuseppe Grossi. Ma un'altra cosca fu nominata direttamente dall'imprenditore quando, nel febbraio scorso, ad inizio indagini, dichiarò che si era liberato dagli 'ndranghetisti del clan Mazzaferro che avrebbero avuto in mano una delle società da lui rilevate. Abbiamo anche letto in reportage informati che spesso di certa manodopera, se si vuol vivere tranquilli, non si può far a meno poiché i mezzi che usano per persuadere sono molto convincenti. I quadri immaginari che suscitano però mozziconi di informazioni che rimbalzano da certe inchieste sono deprimenti e desolanti come l'età che viviamo: migliaia di camion caricati di rifiuti nocivi che di notte percorrono strade su strade per depositare clandestinamente il loro oro (tanto vale) in bui anfratti nascosti spesso in luoghi densamente popolati. E' questa l'Italia produttiva della delocalizzazione nell'Est europeo e nel sud est asiatico? E' anche a questo che ci ha portato la riconversione del territorio da industriale a residenziale e commerciale? E' la parte dell'inchiesta che dovrebbe interessare tutti gli ambientalisti, anche quelli che finora sul fronte delle bonifiche locali non hanno mai detto nulla. Ed è anche quella che dovrebbe far riflettere, in generale, coloro che hanno sostenuto che la mafia nel pavese non esiste, relegando il dramma alle fabule arcaiche dei mafiosi analfabeti e alle terre sfortunate del Sud. Qualcuno si può anche illudere ancora, ma la realtà sembra disgraziatamente smentirlo un giorno sì e l'altro pure.
di Enrico Lagattolla
Il pool di magistrati al lavoro sul caso Santa Giulia si allarga: tra questi anche un magistrato dell’antimafia. È il pm che ha arrestato la cosca calabrese per il racket del movimento terra. Ieri altro interrogatorio per Grossi. Non solo riciclaggio. Non solo fondi neri ed evasione fiscale. Non solo corruzione. Nell’inchiesta sulla bonifica di Santa Giulia si sta aprendo un capitolo ancora più allarmante. È un’ipotesi di smaltimento illegale di rifiuti tossici. E, soprattutto, è l’ombra della criminalità organizzata che si allunga sull’intera vicenda. Per questo, la procura si sta organizzando.
Il Giornale, 19 novembre 2009
di Pietro Salvato (da giornalettismo)
La maggioranza appare divisa su tutto, eppure marcia come un “sol uomo” quando ci tratta di difendere interessi “opachi” o “particolari”. Ecco l’ultimo clamoroso esempio: La vendita dei beni requisiti ai mafiosi.
Sono divisi su tutto. Si minacciano tra loro a colpi d’elezioni anticipate e voti di fiducia in parlamento eppure, quandoc’è da tutelare interessi, diciamo così, quantomeno “opachi” marciano come un “sol uomo”. Così è stato per lo “scudo fiscale” a tutela degli evasori fiscali e cosi, tutto lascia prevedere, sarà pure per quei beni sequestrati ai mafiosi che così non saranno destinati alla collettività. La notizia, almeno nei principali telegiornali, tanto per cambiare, è passata quasi inosservata. Infatti, non è una di quelle informazioni che puoi edulcorare o magari mistificare con facilità come, per esempio, i dati sul nostro Pil oppure, peggio ancora, come nel caso di quei sedicenti tagli “natalizi”di tasse che, in realtà, come da noi dimostrato, sono fasulli . No, questa volta la notizia è semplicemente imbarazzante, perciò va, nel più breve tempo possibile, occultata. Così si è scoperto che quasi di nascosto nella Finanziaria 2010, votata al Senato la scorsa settimana, la solita “manina” ignota del governo ha piazzato il seguente emendamento che prevede che possano essere venduti gli immobili di cui non sia effettuata la destinazione entro i novanta giorni imposti dalla legge. Siccome le procedure da osservare sono piuttosto complesse, mentre le carenza di risorse finanziarie da parte dello Stato sono a tutti note, è assai probabile, se non certo, che per la ristrutturazione di tali immobili non si riesca a rispettare i termini imposti. Dunque, la norma inserita nella Finanziaria, di fatto, nega ogni possibile uso sociale dei beni confiscati e ne impedisce la restituzione alle collettività. Anzi, con tutta evidenza, rischia di restituirli alle stesse organizzazioni criminali, che le posso riacquistare “chiavi in mano”, mediate la “solita” copertura di opportuni prestanome, direttamente da quello stesso Stato che li aveva requisiti.
Giovedì 12 novembre la polizia di Avellino ha annunciato di aver emesso quattro mandati d’arresto e posto sotto sequestro sette parchi eolici per un valore superiore a 153 milioni di euro nell’ambito di un’operazione battezzata “Via col vento” contro le truffe nel settore dell’ambiente in Italia. “Quindici persone sono sotto inchiesta in questa operazione, che ha avuto inizio nel 2007. Un mandato d’arresto è stato emesso contro quattro di loro per estorsione organizzata”, ha dichiarato il comandante della polizia di Avellino. Le quattro persone, tra cui Oreste Vigorito, presidente dell’azienda energetica IVPC, sono accusate di aver trattenuto sovvenzioni pubbliche per la realizzazione dei parchi eolici. Per ottenere maggiori aiuti, gli accusati avrebbero falsificato dei documenti, attestando che erano proprietari dei terreni, e gonfiato con un “complesso meccanismo” i fondi che avevano a disposizione per costruire i parchi. I sette parchi pignorati si trovano in Campania e in Sicilia e, secondo gli addetti ai lavori, ci sono forti sospetti di infiltrazioni mafiose.“Per fare affari con l’eolico, l’Italia ha creato un eldorado, offrendo un prezzo per kilowattora tre volte superiore a quello di altri paesi europei, come la Francia”, ha dichiarato il presidente del Comitato Nazionale del paesaggio, un’associazione di difesa dell’ambiente.
Cal que la justícia espanyola sigui del tot independent i que compti amb més jutges especialitzats per lluitar de manera eficaç contra la corrupció. Ho diu un dels jutges antimàfia més veterans de Sicília, Roberto Scarpinato, que, tot i que no creu que la situació sigui alarmant, sí que apunta que la justícia espanyola no està preparada per a les noves formes, cada cop més opaques i sofisticades, de corrupció.
di Walter Galbiati per "La Repubblica"
«La luce del turchese, il respiro del sole, la poesia del corallo, il suono della tranquillità». E via con una serie di frasi fatte, neanche troppo difficili da trovare per un paradiso terrestre, come Antigua. Sono le parole che campeggiano sul depliant dell´Emerald Cove, un complesso residenziale di lusso che la Flat Point Development starebbe costruendo sull´isola caraibica nella baia di Nonsuch Bay. Golf, tennis, piscine, ristoranti, una parte di alloggi destinata a residence e un´altra ad hotel. Poi ville, direttamente sulla spiaggia con cinque camere da letto, patii e terrazze. Quanto di più esclusivo si possa sognare di avere in riva al mare. Ma chi stia costruendo, e per chi, resta un mistero. Come quei 25 milioni di euro giunti in tre anni sul conto corrente della Flat Point acceso presso la filiale milanese di Banca Arner e subito trasferiti in Svizzera. Di certo l´incaricato del progetto è, come recita il depliant, Gianni Gamondi. Non uno sconosciuto, ma l´architetto, guru della Costa Smeralda, che ha progettato i giardini di Villa Certosa, la residenza sarda del premier Silvio Berlusconi, l´architetto che sempre nei Caraibi, a Barbados, ha realizzato il Krizia K Club di Barbuda. C´è la sua faccia davanti al progetto, ma non si conosce il proprietario reale della Flat Point Development. La società, con sede legale ad Antigua, ovviamente un Paese offshore, ha una sede secondaria a Torino in Galleria San Federico 54.
L'OPPOSIZIONE VUOLE LE DIMISSIONI - Cosentino è accusato dalla procura di Napoli di aver appoggiato il clan dei casalesi, la potente associazione camorristica del casertano, tanto da averne chiesto l'autorizzazione all'arresto alla Camera dei deputati. Un'accusa che ha scatenato l'ira dell'opposizione. «Nicola Cosentino non può rimanere al suo posto di sottosegretario. Ho inviato una lettera a tutti i capigruppo dell'opposizione per presentare una mozione di sfiducia nel caso la Camera respinga la richiesta d'arresto». Lo afferma in una nota il capogruppo dell'Italia dei Valori alla Camera Massimo Donadi. «Il sottosegretario all'Economia - aggiunge Donadi - è accusato di reati gravissimi, di collusione con il clan dei Casalesi e la procura ha chiesto il suo arresto. Cosentino dovrebbe avere la dignità di dimettersi e il governo quella di rimuoverlo, invece nel centrodestra tutti fanno finta che non stia succedendo niente». «Il braccio di ferro - conclude il capogruppo Idv - sulla candidatura di Cosentino alla presidenza della Campania, infine, è stata una farsa. Un minuto dopo la sua eventuale elezione, infatti, Cosentino verrebbe arrestato, perchè perderebbe l'immunità parlamentare».
Corriere, 12 novembre 2009