
Sono comparsi a Pavia i manifesti per le celebrazioni del 4 novembre. Per la prima volta, oltre al rituale tricolore e la scritta cubitale 4 NOVEMBRE, in primo piano campeggia anche: "Grazie ragazzi!". Caro nonno, perdonali, non sanno quello che dicono. Hanno confuso il 4 novembre con la festa per le guerre, tutte le guerre, anche quelle in corso. Hanno confuso soldati mandati allo sbaraglio nel '15-'18, con i soldati di ventura del Terzo Millennio. Hanno confuso i soldati figli del popolo analfabeta dell'inizio del secolo sui quali volenti o nolenti doveva far presa la devastante propaganda interventista, con coloro che partono volontari per il Medio Oriente convinti che con la guerra si ottenga la pace. E quell'offensivo "ragazzi". Come si permettono? Non si sta celebrando un risiko goliardico, un cameratesco e maschilista rito della rigenerazione tramite la distruzione bellica, tanto macha (quando la fanno gli altri). Non si sta ricordando la vittoria al mondiale di calcio, ma uno dei più grandi massacri di massa della storia dove i coach erano generali che guadagnavano medaglie in modo direttamente proporzionale al numero di morti ottenuti tra le file dei loro reggimenti.
Come lo scatto di una fototessera che fissa il volto di una persona in un dato istante, così sono certi momenti nella vita di una comunità. L’altra sera, al Castello Visconteo di Pavia, è stata massiccia l’affluenza all’inaugurazione della mostra «Da Velásquez a Murillo». Dunque la mostra «Il Secolo d’oro della pittura spagnola», nelle collezioni dell’«Ermitage», che si protrarrà sino al gennaio 2010, ha fissato uno scorcio, di Pavia e del suo territorio, sulla soglia di questo autunno 2009. Ad affollare il Castello era un pubblico, anzi, una cittadinanza quanto mai desiderosa di essere parte di una rinnovata stagione - civile e culturale - nella vita di questa comunità. Una stagione in cui le diverse e contrapposte posizioni politiche non ergano barriere ma, al contrario, consentano una franca e feconda dialettica. Una dialettica lontana da ogni inciucio: perchè è giusto che chi ha vinto governi e chi ha perso stia all’opposizione. Una dialettica aliena altresì dall’italica attitudine di andare in soccorso ai vincitori (che sicuramente, come i loro predecessori, sapranno sbagliare benissimo da soli). Ma, anche, estranea all’arroganza - che abbiamo ben conosciuto - di chi, oltre a vincere, vuole stravincere. Sfuggendo ad un confronto dove idee diverse sanno ascoltarsi reciprocamente. Il clima generale - rilassato e propositivo - che si è respirato sotto le volte del Castello, è stato colto da tutti i presenti. E’ stato avvertito dalle persone intervenute. Quelle che, oltre a voler gettare un primo sguardo alle opere esposte che meriteranno poi una visita meno effimera, sicuramente saranno indotte, sulle piste del «Secolo d’oro spagnolo» venuto a fare visita al Castello Visconteo, a mettersi in cammino. A compiere qualche puntata su pinacoteche di città a noi assai prossime - Milano, Genova, Parma, eccetera - dove non pochi eccellenti lavori dei maestri spagnoli giunti sin qui dalle raccolte di San Pietroburgo sono visibili da anni. E non in modo effimero. Perchè una mostra, come ogni vera iniziativa culturale, costituisce un punto di arrivo.
L’assessore leghista all’urbanistica ha aggiunto: «Si tratta di un progetto che si trovava in una fase burocratica già molto avanzata. Addirittura, durante la valutazione del piano regolatore approvato nel 2003, mi pare fosse stato fatto un emendamento dall’ex consigliere comunale Alberto Artuso».PAVIA. La giunta ha approvato ieri il progetto per la costruzione di villette e palazzine ai limiti del parco della Vernavola, in località Montemaino.
controllate o partecipate dal Comune di Pavia è molto interessante. Una boccata d'aria pura, fresca e rinnovata, e ancora priva degli olezzi dei profumi femminili che avrebbero rischiato di ammorbare l'aria. Sono tutti uomini. Sia fatta la Sua volontà. E così sia. Perchè sicuramente li avrà voluti Lui in quei posti. Sono lì per volere divino; quella volontà immanente a cui è perfettamente inutile apporre qualsivoglia politica e brutalmente secolare resistenza. Oggi, 7 ottobre 2009, si sono conosciuti i nomi del nuovo cda dell'Azienda servizi alla persona: Comunione e Liberazione, Cattolici dell'Udc (non si sa bene) e via narrando. Nessuna donna. Nel luglio scorso è stata la volta di Asm: laici Pdl e Pd. Nessuna donna. Giunta comunale: una donna alle pari opportunità e al personale. Quali pari opportunità, Assessore Niutta? Quei cda li ha decisi il suo partito. Questo momento della storia pavese ha il sapore così inebriantemente barocco, pudico ed ipocrita dei fasti controriformistici da farci sperare almeno in una rinascita dell'architettura, dell'iconografia dei doppi sensi, della sensualità malcelata e debordante, del povero additato quale capro espiatorio dei nostri peccati... Che bei tempi, tutto era permesso al potere: cortigiane, trascendere la legge, reprimere il dissenso, salvaguardare i patrimoni, organizzare processioni e cavalierati, apporre crocefissi in ogni dove, mettere da parte un po' il vangelo e prendersela con i buoni trasformati in viziosi "buonisti".
Idroscalo. C'è anche chi lo vorrebbe abbattere. Tanto non c'è più nulla di autentico legato alla vita del fiume Ticino. Lo sostiene oggi un lettore su La Provincia pavese. E poi è brutto. Allora, dico, abbattiamo anche la tettoia di Piazza Vittoria; se della bruttezza dell'Idroscalo non abbiamo responsabilità, di quella della tettoia sì. Questa è una città che ha distrutto tutto ciò che poteva distruggere di legato alla storia del Novecento. Rimangono le lapidi ai caduti, in guerra, perchè quelli morti sul lavoro o nel loro letto, ma a causa del lavoro, pare non debbano avere monumenti a futura memoria. E non appaia una posizione ideologica; ho piuttosto la netta impressione che una certa ideologia abbia operato a Pavia negli ultimi decenni, atta a cancellare ogni segno della memoria del lavoro e di chi faticava. Romantica la statua alla lavandaia, certo, ma non era una categoria troppo sindacalizzata; il suo lavoro, per quanto faticosissimo, non era avvelenato dalla chimica e dalle ferriti che invece aumentavano i profitti degli imprenditori locali e importati; inoltre non lavava su terreni alla portata di ghiotte speculazioni. La lavandaia sì e gli edific
i dell'ex Snia no (costruiti con mattoni di argilla di una cava aperta appositamente); la palazzina Liberty della ex Neca no, l'ex consorzio agrario nemmeno. Ma dove andavano tutti quegli operai e lavoratori che negli anni Cinquanta arrivavano a Pavia da tutta la provincia in bicicletta nel buio e nella nebbia delle mattine d'inverno? Si chiederà qualcuno un giorno davanti a certe fotografie. A pescare a Ticino? Collaboravano con la lavandaia? Ma sì, buttiamo giù anche l'Idroscalo. E spingiamo affinché in sua vece venga impiantato un bel ristorantone galleggiante modello astronave con vista pelo d'acqua. Per l'Expo2015 hanno già riflettuto anche su questo. Nuovo, lucido e bello, con i cavedani di plastica mossi dai molendi vorticosi e inquinati dai residui di abitudini altolocate. Proprio quello che ci vuole per rinfrancarci nell'ormai identitario e salubre torpore. Per riavviare la memoria, dopo un così violento e inesorabile resettaggio, solo dal futuro ci è concesso farlo.
Le domande che ieri ha posto monsignor Gianfranco Poma su questo giornale [riportato in fondo al post, NdR], riflettendo ad alta voce, sulla scelta di una ragazza di diciotto anni - intelligente, consapevole, gentile - di andarsene in modo tragico, sono di quelle che non possono proprio essere rimosse. Riducendo il tutto a molta semplicità, viene chiesto, ci viene chiesto, davanti al gesto di Sara: «A che serve il dolore? Cosa insegna la sofferenza e come si guarisce dalla perdita? Cosa cambiano queste ferite nel vivere di ognuno?». Pare strano che queste domande vengano poste dalle colonne di un giornale. Poiché in questi giorni dei giornali si dice che sono mezzi di disinformazione, di smarrimento, di imbarbarimento. Lo affermano voci autorevoli: tra le altre quella di chi ci governa e che possiede in varie forme buona parte della comunicazione mediatica, a cominciare da quella televisiva, operante in questo Paese. Che smarrimento e barbarie e notizie “teleguidate” imperversino non c’è dubbio. Basta il caso di feroce massacro mediatico orchestrato contro il direttore dell’Avvenire Dino Boffo, al quale non possono non andare che stima e solidarietà, per rendersene conto. E tuttavia senza giornali non c’è più la civiltà da uomini liberi così come l’hanno conosciuta le moltitudini, non piccole élites, per buona parte del Novecento. E senza giornali, e il racconto quotidiano che fanno di cosa avviene in una comunità, s’interrompe la capacità di sapere, di interrogarsi su quanto accade attorno.