Genesi: versione rivisitata di Gustavo Duch Guillot (La jornada)

Al principio il capitalismo creò il suo dio. Un idolo da temere, e lo chiamò, in maniera egocentrica, il Capitale. Un dio maschile che si trova in tutte le cose e in tutti i luoghi, al di sopra di tutte le cose e di tutti i luoghi. Si propagò a dorso del colonialismo economico e del principio del pensiero unico. E si fece sera e albeggiò: primo giorno. Disse il Capitale: “La terra è caos, confusione e oscurità. Che si faccia una Dottrina.” E fondò l’Economia che ordinò il mondo. E tutto andava bene. “Che si faccia una legione di predicatori economisti della buona novella, una Chiesa responsabile del culto della Dottrina”. E così fu. Germogliarono le istituzioni della Banca Mondiale, del Fondo Monetario Internazionale e dell’Organizzazione Mondiale del Commercio che applicano le proprie Leggi. E il Capitale disse che sarebbero state infallibili, ma non molto sicuro di sé – un dio minore debole – partorì gli Ordini Professionali. E si fece sera e albeggiò: secondo giorno.
E disse il Capitale: “Che si facciano i figli a nostra immagine, a nostra somiglianza”. E il Capitale creò, dopo, le Multinazionali a sua immagine per arricchirsi a loro nome. E si fece sera e albeggiò: terzo giorno.
Disse il Capitale alle sue figlie Multinazionali: “Siate feconde, efficienti, redditizie e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela: mandate i pesci del mare e gli uccelli del cielo e ogni creatura che striscia o cammina, sulla terra.” E così fu. I fiumi, le mangrovie, i mari, la terra, gli animali, gli esseri umani, il paesaggio, l’aria, tutto è soggetto a transazione, tutto è nel novero delle distruzioni. E si fece sera e albeggiò: quarto giorno.
Disse il Capitale: “Che si abbiano categorie di persone”.
di Gianfranco D'Atri
La decisione del Tribunale di Milano sul caso Risanamento ha stabilito in maniera rilevante il confine fra azione giudiziaria e crisi aziendale. I giudici della sezione fallimentare hanno deciso di lasciare alle capacità autoregolamentatorie del mercato la ricerca di una soluzione alla crisi della società che, pur in presenza di una elevata leva finanziaria, gestisce un importante progetto di sviluppo. Nello stesso tempo, la responsabilità di portare a buon fine la vicenda è stata interamente accollata alle banche[1], che dovranno ora fare di necessità virtù. Se il timore del fallimento, e della conseguente attività di liquidazione, ha spinto il ceto creditorio ad accettare proposte apparentemente “indecenti”, ora che la decisione è stata assunta, le stesse potranno far valere le ragioni dell’economia, sia limitando le loro perdite che favorendo lo sviluppo.
D’altra parte le maggiori responsabilità per la situazione creatasi é sicuramente da addebitare proprio a loro: esse hanno concesso credito al gruppo Zunino. Ovvero, esse hanno valutato e dato fiducia a un progetto, che non sarebbe stato realizzabile senza il loro supporto: l’assunzione attuale di formali impegni è quindi solo la conseguenza di queste scelte precedenti. Semmai, lo sfiorato fallimento dovrebbe farci domandare quale ruolo abbia avuto la vigilanza di Banca d’Italia, e se i terminali della Centrale Rischi siano adeguati a proteggerci dai crack, almeno fino a quando il governatore Draghi non andrà alla Bce. Ma l’esperienza di Risanamento potrebbe essere persino benefica per il sistema bancario. Occorre che le capacità analitiche degli organi decisionali centrali siano in qualche modo trasmesse in periferia. Situazioni meno gravi di Risanamento, ma con le stesse problematiche, sono diffusissime anche al di fuori della Borsa: piccole e medie imprese, con debiti formalmente scaduti, per le quali occorre individuare soluzioni articolate, ma che alla fine richiedono solamente di riproporre la fiducia a suo tempo concessa.
sabato, 14 novembre 2009, 14:52 ***
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da icebergfinanza.
Se mai qualcuno avesse qualche dubbio sul fatto che ci stiamo avviando a passi solleciti, verso un nuovo decennio perduto, come quello accaduto nella grande crisi giapponese, quando regolatori ed autorità nascondevano continuamente la reale situazione patrimoniale dell'intero sistema finanziario, ebbene date un'occhiata a quanto scrive il WallStreetJournal: "Le banche si stanno muovendo rapidamente per ristrutturare i mutui commerciali, sulla base delle nuove linee guida statunitensi, che permettono di iscrivere a bilancio valori più sopportabili, evitando di subire perdite alle banche più grandi." Citigroup (vi ricordate come vi segnalai alcuni mesi fa come nonostante il crollo del mercato immobiliare questa banca valorizzava ancora i titoli strutturati con sottostante commerciale intorno a 100.....) e altri grandi banche hanno in programma di revisionare il valore dei loro nonperforming loans, per evidenziare quindi una migliore situazione patrimoniale. Circa due terzi degli 800 miliardi di prestiti commerciali che scadranno tra oggi e il 2014 sono "underwater" ovvero l'importo del prestito supera il valore della proprietà. Il che significa che qualcuno pensa realmente che da oggi sino al 2014 tutto sarà finito e che tutti i prestiti andranno a buon fine. La soggettività nella valutazione dei titoli si applica a "soli" 110 miliardi.
venerdì, 13 novembre 2009, 14:06 ***
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12 Novembre 2009 13:35
ECONOMIA
MILANO - Crolla il fatturato di Mondadori nei primi 9 mesi del 2009. Il gruppo editoriale ha fatto segnare un utile netto di 27,1 milioni di euro con un calo del 53,9%, mentre il fatturato e' sceso a 1,11 miliardi di euro, in calo del 18,6%. Per fine anno il gruppo editoriale, si legge in una nota, prevede "una significativa riduzione del risultato operativo rispetto allo scorso esercizio": (RCD)
giovedì, 12 novembre 2009, 14:00 ***
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Lo scrive
Der Spiegel in un interessantissimo articolo dell'edizione online in inglese,
qui. Per affrontarla, sostiene il quotidiano tedesco, gli Usa dovranno sperare che la crescita della Cina continui. E' ciò che sta sullo sfondo della prossima visita di Obama in Cina. (ic)
Graphic: Key economic figures for the US and China (da Der Spiegel)
mercoledì, 11 novembre 2009, 19:34 ***
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Il

rapporto sulla
fame nel mondo 2009, prodotto da Food Policy Research Institute (IFPRI) di Washington, le ONG Welthungerhilfe e Concern Worldwide è stato pubblicato in questi giorni e la versione italiana verrà presentata ufficialmente domani a Roma da Link2007. Nella brochure si legge: "
[...] 29 countries have levels of hunger that are alarming or extremely alarming. The countries with the highest 2009 GHI scores are Burundi, Chad, the Democratic Republic of Congo, Eritrea, Ethiopia, and Sierra Leone. In most of the countries with high GHI scores, war and violent conflict have given rise to widespread poverty and food insecurity. Nearly all of the countries in which the GHI rose since 1990 are in Sub-Saharan Africa.
The current food and financial crises, linked in complex ways, will both have implications for food security, financial and economic stability, and political security. The impacts will be greatest on the poor and hungry, and the countries with the highest levels of hunger are also among the most vulnerable to the global downturn."
(ic)
Dal sito di
IFPRI, la mappa interattiva della fame (sposta la goccia per visualizzare i dati Paese per Paese):
Publisher: International Food Policy Research Institute (IFPRI)
PDF file:
ghi09.pdf(2.7MB) - Rapporto completo in Inglese
mercoledì, 11 novembre 2009, 15:42 ***
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da Wall Street Italia
Lo ha detto al Sunday Times Lloyd Blankfein, chief executive della banca piu' potente e segreta di Wall Street. E c'e' chi pensava che GS fosse il diavolo. Salvata dal governo, quest'anno paga 20 miliardi di bonus. Stipendio medio: $700mila.
Il chief executive officer di Goldman Sachs, Lloyd Blankfein, in un'intervista al quotidiano londinese Sunday Times ha detto che le banche "servono a uno scopo sociale" e che Goldman Sachs in particolare "lavora al servizio di Dio". Questa frase ha suscitato forte indignazione negli Stati Uniti, dopo che Goldman Sachs, la piu' potente e inaccessibile tra le banche di Wall Street, ha annunciato bonus kolossal anche quest'anno, ad appena 12 mesi da un maxi salvataggio del governo americano che ne ha impedito, per un soffio, il collasso durante la fase acuta della crisi finanziaria. Nell'intervista
(LEGGERE IL TESTO INTEGRALE QUI) Blankfein sostiene che i grandi profitti registrati di recente dalle banche americane e i mega-bonus sono un segno che l'economia mondiale sta recuperando. "Noi aiutiamo le aziende a crescere aiutandole a raccogliere capitali.
martedì, 10 novembre 2009, 14:22 ***
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[I dati ufficiali della disoccupazione negli Usa]
Table
A. Major indicators of labor market activity, seasonally adjusted
(Numbers in thousands)
____________________________________________________________________________
| | |
| Quarterly | |
| averages | Monthly data | Sept.
Category |_________________|__________________________| Oct.
| | | | | | change
| II | III | Aug. | Sept. | Oct. |
| 2009 | 2009 | 2009 | 2009 | 2009 |
_________________________|________|________|________|________|________|______
|
HOUSEHOLD DATA | Labor force status
|____________________________________________________
| | | | | |
Civilian labor force ....| 154,912| 154,362| 154,577| 154,006| 153,975| -31
Employment ............| 140,591| 139,518| 139,649| 138,864| 138,275| -589
Unemployment ..........| 14,321| 14,844| 14,928| 15,142| 15,700| 558
Not in labor force ......| 80,547| 81,730| 81,509| 82,316| 82,575| 259
|________|________|________|________|________|_______
|
| Unemployment rates
|____________________________________________________
| | | | | |
All workers .............| 9.2| 9.6| 9.7| 9.8| 10.2| 0.4
Adult men .............| 9.7| 10.1| 10.1| 10.3| 10.7| .4
Adult women ...........| 7.4| 7.7| 7.6| 7.8| 8.1| .3
Teenagers .............| 22.7| 25.1| 25.5| 25.9| 27.6| 1.7
White .................| 8.4| 8.8| 8.9| 9.0| 9.5| .5
Black or African | | | | | |
American ............| 14.9| 15.0| 15.1| 15.4| 15.7| .3
Hispanic or Latino | | | | | |
ethnicity ...........| 12.0| 12.7| 13.0| 12.7| 13.1| .4
|________|________|________|________|________|_______
|
[da F.S.]
lunedì, 09 novembre 2009, 19:11 ***
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da Wall Street Italia
"Ci sono famiglie che non mangiano, alla fine del mese e letteralmente fanno la fila a mezzanotte" ai negozi Wal-Mart aspettando di comprare un po' di cibo. In un articolo del
New York Times, c'e' questa allarmante frase, attribuita a Stephen Quinn, executive vice president e chief marketing officer di Wal-Mart Stores, la catena americana di grandi magazzini piu' vasta degli Stati Uniti e del mondo: "Ci sono famiglie che non mangiano, alla fine del mese e letteralmente fanno la fila a mezzanotte" ai negozi Wal-Mart aspettando di comprare un po' di cibo nel momento in cui gli assegni o i sussidi di disoccupazione del governo vengono versati nei loro conti bancari. Cio' dimostra, se ce ne fosse bisogno, che le statistiche basate sul Pil Usa (terzo trimestre '09 +3.5%) o sugli enormi profitti messi a segno dalle banche (Goldman Sachs utili di
$3 miliardi nel terzo trimestre 2009) falsano la situazione di enorme disagio sociale che sta vivendo l'America in questi mesi a causa della crisi.
[da F.S.]
lunedì, 09 novembre 2009, 14:40 ***
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La crisi è finita? A giudicare da cosa dicono i piccoli imprenditori italiani no. Viaggio dentro una parte d’Italia che sta pagando il conto più salato. E a cui serve fortuna, talento, ma anche la Politica con la P maiuscola per ripartire. “La ripresa è iniziata? Mah…di sicuro non per me!” Alberto P. è il titolare di una micro impresa tessile che lavora in subfornitura e liquida così, davanti al caffè del nostro bar la notizia del balzo positivo del superindice Ocse. “Io non voterò mai per la sinistra, ma quando sento Berlusconi dire certe cazzate mentre sono mesi che lavoro a singhiozzo mi arrabbio” dice Serenella F., socia di una snc che produce componentistica per auto, 9 dipendenti ci cui 6 a casa in cassa integrazione.
L’ALLARME DI CONFINDUSTRIA – Anche nelle stanze dei vertici confindustriali si guarda con scetticismo a certe dichiarazioni trionfali. Qualche segnale positivo c’è, la congiuntura non è più nera come qualche mese fa, ma c’è consapevolezza che non servono solo gli annunci: il sistema paese deve svoltare. Soprattutto pensando alle piccole imprese, spina dorsale dell’economia italiana. Perché anche quelle più solide potrebbero non farcela, nonostante la ripresa prima o poi arriverà. L’allarme lo ha lanciato Giuseppe Morandini, presidente della Piccola industria di Confindustria, in occasione dell’XI forum di Confindustria sulle PMI [1] a Mantova. “Non ci sono ordini. Viviamo in una situazione di straordinaria difficoltà. La ripresa non è chiaro quando ci sarà e comunque sarà lontana” verso i mercati di Cina, India e Brasile. “Fa piacere sentire ripetere che la piccola impresa è la colonna portante del Paese, la spina dorsale dell’Italia, il patrimonio che nessun altro al mondo ha. Ora però vogliamo i fatti”. Secondo lui [2] sono a rischio circa un milione di PMI.
lunedì, 09 novembre 2009, 13:28 ***
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Derivati, una bomba da 203mila miliardi
La grande paura è passata. Nessuna implosione del sistema finanziario mondiale. Ma chi bisogna ringraziare per lo scampato pericolo? Sicuramente i Governi che hanno preso sulle spalle (con aiuti pubblici) il fardello delle banche pericolanti; le autorità monetarie che hanno inondato di liquidità il sistema. E quei mercati (dalle Borse ai bond) che si sono messi a correre all'insù. Dalle banche, quelle di Wall Street in particolare, ben poco è arrivato. Almeno in termini di comportamenti. Già dai primi mesi del 2009 il vecchio vizio di fare della speculazione un'arte è riemerso più forte di prima. Lo dicono i bilanci delle big bank americane che hanno ricominciato ad accumulare rischi come niente fosse. Un dato su tutti è quello dell'attività in derivati che, come ha sottolineato Giulio Tremonti nei giorni scorsi, sono in continua crescita. Come se nulla fosse accaduto. Non era proprio la finanza strutturata e la sua inarrestabile ascesa ad aver causato il pericolo del crack sistemico? Evidentemente a Wall Street hanno la memoria corta. Come spiegare altrimenti che per le prime 25 banche Usa il valore nozionale in derivati è salito nella prima parte del 2009 di altri 1.500 miliardi, portando il totale alla stratosferica cifra di 203mila milardi di dollari. Una cifra quasi impronunciabile: 30mila miliardi in più della stagione pre-crisi Lehman, il doppio del 2006 e dieci volte tanto il valore di questi strumenti solo una decina d'anni fa. Ma non è il valore in sé a preoccupare. È il rapporto con le attività delle banche a far tremare i polsi. Quella montagna di strumenti speculativi siede su un attivo complessivo di appena 7.600 miliardi con un rapporto di 26 dollari in derivati per ogni dollaro di attività. E questo è il dato medio. Poi ci sono le reginette del rischio estremo: come Goldman Sachs che ha un rapporto di 300 volte o Jp Morgan che per ogni dollaro di attivo ha in pancia 48 dollari in derivati. Ma non è solo il continuo ricorso a quelle che Warren Buffet ha definito «armi di distruzione di massa» a gettare una luce inquietante. È la modalità con cui i grandi gruppi bancari sono tornati a macinare utili che dovrebbe far riflettere.
domenica, 08 novembre 2009, 12:48 ***
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L’India scambia dollari contro oro ceduto dal Fondo monetario internazionale e il prezzo del metallo giallo vola al massimo storico. In 6 anni, la Cina ha raddoppiato in silenzio le riserve auree, altri emergenti fanno incetta di lingotti. Numeri piccoli, certo: l'India compra 200 tonnellate per 6,7 miliardi di dollari, la merce è rara. Non torneremo al vecchio
gold standard , ma la nuova febbre dell'oro segnala la tendenza diffusa all’investimento delle riserve non più in valute occidentali ma in materie prime: quasi che i beni reali stiano diventando la moneta di ultima istanza di fronte alla carta di cui Federal Reserve e Bce hanno inondato il mondo sulla base di un patto fiduciario ormai traballante. Dice il ministro delle finanze indiano, Pranab Mukherjee: «Le economie americana ed europea sono collassate». Le economie dove la finanza da serva si è fatta padrona per consentire a pochi di guadagnare tantissimo indebitando i più.
Continua Qui, Corriere, 7 novembre 2009
[Da F.S.]
sabato, 07 novembre 2009, 16:33 ***
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di Mauro Bottarelli
Perle di saggezza. «Le informazioni giunte nell'ultimo mese hanno confermato le attese della Banca centrale europea sulle prospettive dell'economia dell'area euro: un miglioramento durante il secondo semestre di quest'anno che prelude una "graduale ripresa" nel 2010». Lo ha affermato il presidente della Bce, Jean-Claude Trichet, durante la conferenza stampa a seguito della riunione del Consiglio direttivo nella quale è stato deciso di mantenere all'1% il tasso d'interesse nell'eurozona.
Ma, perché c'è sempre un ma, «molti governi dell'area euro stanno assistendo a forti peggioramenti dei conti pubblici, che se non affrontati con la dovuta energia e credibilità potrebbero minare seriamente la fiducia e la ripresa economica». Inoltre i crescenti deficit di bilancio e debiti pubblici potrebbero compromettere «lo stesso compito della Bce di mantenere la stabilità prezzi», ha aggiunto l'oracolo di Francoforte. Per questo l'istituzione monetaria chiede ai governi di approntare e comunicare quanto prima “strategie di uscita credibili” dalle misure anti crisi e dalla deriva dei conti pubblici. Ma non solo. Per Trichet «un dollaro forte è nell'interesse degli Stati Uniti. È importante in questa situazione economica attuale». Alla Fed non attendevano altro che questa geniale intuizione, Washington può finalmente respirare. Ma dopo questa messe di ovvietà, il buon Trichet ha finalmente detto qualcosa di interessante. Ovvero che a dicembre la Banca centrale europea potrebbe decidere se porre termine a una delle sue misure straordinarie sulle liquidità a favore delle banche, la concessione di rifinanziamenti prolungati a tassi fissi su 12 mesi. «Sui rifinanziamenti a un anno vi rinvio al Consiglio del mese prossimo. Il mercato non si attende che proseguiamo e non dirò nulla per cambiare tutto questo».
venerdì, 06 novembre 2009, 18:27 ***
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The Washington Post di qualche minuto fa, riporta che la disoccupazione negli Usa è salita al 10.2%, la più alta dal 1983. Ciò dimostra che nonostante l'economia dia segni di ripresa, il mercato del lavoro rimane in sofferenza. (ic)
THE ECONOMY
U.S. unemployment rate jumps to 10.2 percent; highest since 1983
Employers continue slashing jobs, showing that even though the economy is expanding, the job market remains dismal.
» Neil Irwin | 9:13 a.m. ET
Live, 11:30 a.m. ET: Obama on economy, Fort Hood shooting
venerdì, 06 novembre 2009, 17:09 ***
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«Con 30 euro vinci un contratto» di Laura Matteucci
Lotteria lavoro. Finora era un’auto, un motorino, un viaggio, un servizio stile finto d’antan di posate d’argento. E soldi, certo, a cascata o a piccole gocce, in contanti o monete d’oro. Adesso si aggiunge un posto di lavoro pronta consegna, cedibile all’amico o al parente più bisognoso, un anno a mille euro al mese o giù di lì, e poi chissà non arrivi la riconferma. Prima si vinceva un desiderio, un optional, un sogno. Nell’Italia precaria della crisi nera forse il sogno dei sogni è il lavoro. Che c’è di meglio di toccare un tasto così sensibile per tanti se lo scopo è fidelizzare la clientela e raggiungerne di nuova?
MARKETING “CREATIVO”
Devono averla pensata così alCs&D (Centro distribuzione e servizi) di Villacidro, Cagliari, cui fanno capo decine di supermercati in tutta la Sardegna, tra cui le catene dei marchi Despar e Sigma. È qui che è stato organizzato il concorso regionale partito il primo novembre e in vigore fino ad ottobre 2010. In palio 4 posti di lavoro al mese, per un anno: 48 in tutto.Comecassiere, commesso, magazziniere, addetto al banco gastronomia, o anche negli uffici interni del Cs&D, questo si valuterà poi, a seconda delle esigenze e delle opportunità. Il regolamento è semplice: si entra in uno dei supermercati di cui sopra, si fa una spesa per un minimo di 30 euro, si ha in cambio una cartolina da compilare e imbucare in un’apposita urna (con 60 euro di spesa cartoline e possibilità raddoppiano, con 90 triplicano, e così via), che ogni fine mese verrà aperta alla presenza di un notaio per estrarne i quattro vincitori. A loro (o a chi loro segnaleranno, unico vincolo è l’età, 32 anni al massimo) verrà stipulato un «contratto di inserimento », settore commercio, a tempo determinato per 12mesi.Unprimo passo verso il mitico posto fisso.
mercoledì, 04 novembre 2009, 12:31 ***
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Dagli ingegneri agli operai: in Lombardia uno su 6 senza occupazione. Nelle multinazionali i tagli più pesanti
MILANO - Un lombardo su sei costretto a casa dalla crisi. Licenziato, in cassa integrazione o con un contratto scaduto e mai rinnovato. Mentre gli istituti di ricerca annusano la ripresa, sull’albero del lavoro maturano i frutti della crisi.
Statistica dolente
Secondo i sindacati si possono stimare 100 mila in Regione i flessibili non riconfermati: dai contratti a termine ai collaboratori. Per non parlare degli interinali (in affitto) decimati già a fine 2008. O dei professionisti— dagli avvocati agli architetti — che hanno perso il posto. A fine ottobre, poi, in Regione, i cassintegrati «in deroga» (dipendenti di imprese con meno di 15 dipendenti) erano 75 mila distribuiti su 9.300 aziende. A questi bisogna aggiungere circa 300 mila lombardi che oggi sono in cassa integrazione ordinaria o straordinaria per un totale di 179 milioni di ore di cassa rilevate a fine settembre in regione. Per finire, a fine ottobre, c’erano 43 mila lombardi in mobilità o con indennità di disoccupazione (quindi licenziati). Sommando cassintegrati (in deroga, ordinari e straordinari) con chi ha perso il posto si sfiora quota 520.000 persone che oggi, per colpa della crisi, non stanno lavorando. Pari a un sesto dei 3,325 milioni di dipendenti lombardi.
Bollettino di guerra
Ma più dei numeri parlano i nomi e le facce. Quelle dei 350 ingegneri in cassa della Nokia Siemens di Cassina de’ Pecchi. Le espressioni dei 244 di Lares e Metalli Preziosi di Paderno Dugnano, oggi determinati a ottenere dal prefetto di Milano un tavolo per la soluzione delle loro vicende. Poi i 90 della Amisco e i 50 della Bomet, tutti di Paderno Dugnano. [...]
Continua Qui, Corriere-Milano, 4 novembre 2009
mercoledì, 04 novembre 2009, 12:06 ***
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PAVIA. I sindacati degli inquilini di Cgil e Cisl (Sunia e Sicet) danno l’allarme sfratti per Pavia: agli sportelli le persone a rischio sono più che raddoppiate a ottobre rispetto all’anno scorso. Ma ora la maggioranza dei piccoli proprietari preferisce la conciliazione: «L’affitto è un’entrata troppo importante per poterci rinunciare» afferma Tino Negri del Sicet. Negri avverte: «A Pavia la situazione è più grave di quello che si pensi: ogni giorno allo sportello si presentano almeno 20 persone che non riescono a pagare l’affitto, e a ottobre abbiamo avuto la comunicazione di almeno duecento possibili sfratti per morosità. Sono gli effetti della crisi che dura dall’anno scorso». Senza contare le richieste di convalida presentate al tribunale a Pavia: quello del Sicet è un dato parziale, ma la dice lunga. «Sono state dieci solo la settimana scorsa, mentre l’anno scorso erano al massimo tre a settimana», spiega Negri. Il giudice farà l’udienza entro fine dicembre, il termine di grazia per saldare il debito è di tre mesi e se gli inquilini morosi non pagheranno nè davanti al giudice nè in questi tre mesi, gli sfratti andranno in esecuzione questa primavera. Marco, un nome di fantasia, ha 35 anni e aveva un lavoro. Era stato assunto a tempo indeterminato nel 2007, ma con la crisi la sua azienda ha lasciato a casa alcuni dipendenti. «Ora faccio un lavoro in nero per tre ore al giorno - racconta - ma non riesco a pagare l’affitto e le spese: la proprietaria mi concede un po’ di tempo e sta pagando le bollette ma non so fino a quando potrò andare avanti così». La sua è una situazione comune, spiega Pierluigi Albetti del Sunia Cgil: «In questo periodo la percezione è che una massa di persone ancora maggiore del solito stia arrivando ai nostri sportelli.
mercoledì, 04 novembre 2009, 09:44 ***
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Wall Street, pericolo "bolla" di Maurizio Ricci
A Natale, il re degli gnomi di Wall Street - Goldman Sachs - metterà sotto l'albero dei suoi 30 mila dipendenti una busta che contiene, in media, poco meno di 800 mila dollari a testa. Il premio per un anno di superlavoro: i mercati, infatti - tutti i mercati: borse, petrolio, oro, materie prime, valute - stanno andando a mille. Eppure, l'economia reale è in affanno: la disoccupazione cresce, le famiglie tirano la cinghia, le imprese tagliano, tutti in attesa di una ripresa che stenta a materializzarsi nitidamente. Qualcosa non torna. Dopo il grande tsunami di un anno fa, che ha quasi riportato il mondo ai tempi della Grande Depressione, doveva essere un'era di pentimento e cilicio, di ravvedimento e virtù, di regole stringenti e appetiti misurati. Castigate e imbrigliate, banche e finanziarie dovevano tornare all'umile compito di alimentare l'ordinato sviluppo dell'economia. Beh, riaprite gli occhi: di tutto questo non c'è traccia. Le regole non sono arrivate, i soldi - un fiume di soldi, sotto forma di prestiti, garanzie, tassi stracciati - sì. E la finanza da corsa ha ripreso il largo: i suoi uomini sono tornati a spartirsi un ricco bottino - sotto forma di bonus - e a puntare i soldi in cassa, negati a famiglie e imprese, su scommesse sempre più rischiose nei mercati. Il risultato è che, probabilmente, siamo seduti di nuovo su un'unica gigantesca bolla, che potrebbe esplodere in qualsiasi momento. La madre di tutte le bolle: nel senso che, invece delle singole bolle (della casa, dei subprime, dei derivati, del credito, del petrolio) del passato appena trascorso, questa è un'unica bolla che le riassume tutte: la bolla del dollaro. Il fatto che sia una bolla al contrario (il dollaro scende) non deve trarre in inganno: è proprio la discesa del dollaro che gonfia, tutte insieme, le altre bolle. [...]
Continua Qui, La Repubblica, 3 novembre 2009.
martedì, 03 novembre 2009, 09:56 ***
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di Cath Turner, tradotto da Curzio Bettio di Tlaxcala
Nel primo periodo del 2008, sommosse per il cibo e proteste hanno scosso il mondo, quando i prezzi delle materie prime di base crescevano vertiginosamente fuori controllo e andavano al di là della portata delle risorse di milioni di persone che non potevano più a lungo affrontare l’acquisto di riso, pane ed altri generi alimentari essenziali. Tuttavia, questa insicurezza alimentare non veniva circoscritta alle nazioni in via di sviluppo o sottosviluppate, ma coinvolgeva certamente anche milioni di persone nei paesi occidentali opulenti. Ad esempio, negli Stati Uniti, i centri di distribuzione viveri in tutta New York City riportavano un incremento del numero di persone che cercavano assistenza, con qualcuno che documentava un aumento superiore al 25% rispetto all’anno passato. I servizi giornalistici di Cath Turner del network Al Jazeera da New York City attestano code interminabili ai centri di distribuzione viveri nei sobborghi come il Bronx, con larga presenza di persone a reddito insufficiente. Negli Stati Uniti, la sicurezza alimentare si è progressivamente deteriorata, con milioni di Americani che devono fare riferimento ad organizzazioni caritatevoli e ad istituti di beneficenza per il loro prossimo pasto. Il costo della vita è aumentato troppo rispetto a solo pochi anni fa, e per l’abitazione, l’alimentazione e i servizi di trasporto si paga sempre di più. Però i salari e i redditi fissi, così come l’assicurazione sociale e altri benefici dello stato sociale, sono rimasti allo stesso livello.
lunedì, 02 novembre 2009, 21:54 ***
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«Se anche il credito funzionasse al meglio non basterebbe a risolvere il problema della crescita e della domanda»
COMO - Le cifre sulle aziende a rischio in Italia variano di giorno in giorno, anche se il quadro resta comunque drammatico. L'ultimo allarme era stato quello di Giuseppe Morandini, presidente della Piccola industria di Confindustri, che stimava in un milione le imprese in sofferenza. Secondo Corrado Passera potrebbero invece essere 250mila le imprese a rischio in Italia. L’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo ha messo poi in evidenza come un buon funzionamento del credito non sia una condizione sufficiente per risolvere la situazione. CREDITO - «Il problema del credito - ha rimarcato - è molto sentito: c’è un grandissimo numero di aziende che non hanno problemi, ma c’è anche una fascia in grandissima difficoltà. Il numero cresce: fosse solo il 5% di 5 milioni stiamo parlando di 250mila aziende a rischio di sopravvivenza». «Se anche il credito funzionasse al meglio - ha aggiunto - non basterebbe a risolvere il problema che si chiama crescita e domanda insufficiente dell’economia. Ci sono accenni - ha proseguito - di un fisco "intelligente" che aiuta scelte sagge, come l’internazionalizzazione, ma si tratta ancora di piccole cose rispetto a quello che ci sarebbe bisogno di fare oggi. Chi punta sull’internazionalizzazione potrebbe avere ben’altro beneficio fiscale. È un momento oggettivamente di grande difficoltà in cui ce la fanno solo i sistemi coesi».
"Corriere", 2 novembre 2009
lunedì, 02 novembre 2009, 19:08 ***
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Negli Stati Uniti torna lo spettro della crisi bancaria. Dopo mesi di trattative con i creditori e di interventi governativi per salvarne il bilancio, alla fine Cit Group non ce l'ha fatta. La finanziaria indipendente specializzata nel credito alle Piccole e medie imprese, che eroga finanziamenti a oltre 2000 rifornitori che servono oltre 300.000 commercianti al dettaglio ha ufficializzato nella giornata di ieri il suo ingresso in stato di amministrazione controllata, il Chapther 11. Si tratta della quinta maggior bancarotta di sempre dopo quelle di Lehman Brothers, Washington Mutual, WorldCom e General Motors. Secondo i documenti presentati presso il tribunale fallimentare di New York, Cit aveva attività per 71 miliardi di dollari a fronte di debiti per 64,9 miliardi. La decisione di far ricorso alla bancarotta è stata presa dal board dopo il rifiuto dei creditori di acconsentire a uno scambio debito/azioni che avrebbe permesso di ridurre il passivo di 5,7 miliardi. Grazie al ricorso all'amministrazione controllata, il gruppo spera ora di ridurre il passivo di circa 10 miliardi di dollari e di riuscire a emergere dalla bancarotta nell'arco di pochi mesi. Come effetto del ricorso alla bancarotta, il governo perde i 2,3 miliardi che aveva fornito al gruppo alla fine dello scorso anno in cambio di azioni privilegiate.
lunedì, 02 novembre 2009, 14:05 ***
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I tagli profondi spingono i Californiani sull’orlo del precipizio di Rob Reynold, tradotto da Curzio Bettio per Tlaxcala
Foto Getty Images
Alla domenica mattina, presso la congregazione metodista della Glide Memorial United Methodist Church nel distretto degradato Tenderloin di San Francisco, il tempio vibra sempre di musica gospel di vecchia scuola.
Il Pastore Cecil Williams dichiara: “È cosa proprio buona stare tutti insieme.” La sua è una congregazione di gente tanto diversa – bianchi e afro-americani, stravaganti e seriosi, giovani ed anziani.
Per quarant’anni il Pastore Williams è stato un sincero patrocinatore della causa dei poveri e degli emarginati della città. Di recente, in una splendida domenica di ottobre, pronunciava un sermone sulla compassione e la necessità di una giustizia sociale. Williams si rivolgeva così al suo gregge : “Voi ribadite con fermezza la vostra identità quando vi mettete dalla parte di coloro che stanno nel bisogno. E allora potete affermare che state andando nella direzione del mutamento di questo vecchio mondo per un mondo nuovo.”
Ma in questi giorni in California si prospetta un nuovo mondo ben duro! Uno Stato, fino a questo momento sinonimo di opportunità e prosperità, di sole caldo e surf, di Hollywood e Disneyland, è piombato in tempi amaramente difficili.
domenica, 01 novembre 2009, 17:06 ***
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