GERUSALEMME – Le navi del deserto sono vascelli fantasma. Centinaia di cammelli. Abbandonati. Arrivano dall’Africa carichi d’armi, di droga, di sigarette, guidati dagli spalloni. Servono a contrabbandare lungo le carovaniere che risalgono dal Sudan, dal Sinai. Portano merci proibite nelle oasi beduine, o all’ingresso dei tunnel per Gaza. Scaricano i loro tesori. E poi vengono lasciati al loro destino. A cercare acqua e cibo. A vagare per le spianate del Negev, le sabbie desertiche di Paran, le dune rocciose di Agur. A vagabondare lungo il confine tra l’Egitto e Israele, 266 chilometri. Camminando senza meta. Ruminando sperduti. Resistendo allo stato brado per settimane, mesi. Finché non s’imbattono in qualche guardia di frontiera. Che ha l’ordine di bloccarli. Di legarli per le zampe. E d’abbatterli sul posto.
LA PROTESTA ANIMALISTA - Si uccidono così anche i cammelli. E i dromedari. In uno degli angoli più pattugliati del Medio Oriente, dove la caccia è soprattutto al clandestino o al terrorista, dov’è facile morire per gli uomini e figurarsi se preoccupano gli animali, da anni si consuma una strage silenziosa.

(Irene Campari)

GERUSALEMME - Il governo israeliano ha deciso di cancellare dai libri di scuola per gli studenti arabi ogni riferimento a quella che i palestinesi chiamano 'catastrofe' o 'Al-Nakba', ossia la sconfitta e l'esodo delle popolazioni arabe dopo la creazione dello Stato di Israele il 15 maggio 1948. "Nessun altro Paese al mondo descriverebbe l'evento della sua fondazione come una catastrofe", ha spiegato il ministro dell'Istruzione, Gideon Saar, annunciando al Parlamento l'iniziativa dell'esecutivo. Il deputato arabo-israeliano, Hana Sweid, ha accusato di negazionismo il governo di Tel Aviv. (Il Corriere, 22 luglio 2009)
Su Hareetz la notizia: "Israel bans use of Palestinian term 'nakba' in textbooks" By Reuters è qui.
One month after defensive shield operation
They transferred us to Bethlehem, to the church of Nativity.
What were your orders – the open fire orders?
We were supposed to shoot whoever came out – doesn’t matter if he’s armed or not.
Whoever exits the church of Nativity – Boom?
Yes, at the back gate… We were at the back of the church. There was this gate.
At the gate in front of you, everyone leaving the church – doesn’t matter whether or not he is armed – if he tries to escape, your orders were to shoot in order to kill him, or did you have to shoot him in the legs?
Shoot to kill. This is it. We’ll get to the situation [I want to tell about] in a moment. The orders were very clear.

Per comprendere appieno l’impatto geopolitico della crisi iraniana conviene decrittarne il senso sullo sfondo del braccio di ferro Obama-Netanyahu. La sfida l’hanno lanciata gli Stati Uniti, sulla spinta di almeno tre vettori: lo stato di necessità in cui si dibattono e che li ha indotti ad aprire ai nemici giurati dello Stato ebraico, Iran in testa; la sensazione diffusa nell’establishment washingtoniano di essere stati menati per il naso dagli amici israeliani sempre e su tutti i dossier; e le convinzioni del presidente circa l’oppressione dei palestinesi, assimilata a quella sofferta dai neri d’America, fino ad accostarla all’Olocausto.



Il 2 luglio 2009, Amnesty International ha pubblicato il rapporto sui 22 giorni di Guerra a Gaza e sull'operazione "Piombo fuso". 22 giorni di morte e distruzione. «L'impunità pr i crimini di guerra commessi a Gaza e nel sud di Israele annuncia nuove sofferenze per i civili», è la sintesi a cui giunge il rapporto. Che parla di Israele ma anche di Hamas che viene accusato di crimini di guerra per aver lanciato razzi sulla popolazione civile. In un commento al rapporto che si può leggere su Le monde diplomatique, l'autore sostiene che vi sono riportati dati e contro-verità che fanno piazza pulita delle posizioni e delle narrazioni che durante la guerra fece Bernard-Henri Levy.GERUSALEMME - Amira Hass, giornalista israeliana del quotidiano Haaretz, è stata arrestata dalla polizia israeliana appena ha superato la frontiera con la Striscia di Gaza per aver violato la legge che impedisce dal giugno 2006 ai cittadini israeliani di risiedere a Gaza. Lo riporta lo stesso Haaretz.
ARRESTATA - Hass, 53 anni, la prima e unica giornalista israeliana a vivere nella Striscia, è stata rimessa in libertà su cauzione e si è impegnata a non ritornare a Gaza per i prossimi trenta giorni. La cronista, che ha scritto per organi d'informazione italiani, tra i quali Internazionale, aevenne arrestata anche nello scorso dicembre, quando aveva lasciato la Striscia dove era entrata su un'imbarcazione del movimento europeo Free Gaza. La reporter è diventata famosa per i suoi articoli di denuncia delle condizioni di vita a cui sono costretti i palestinesi a causa del blocco imposto da Israele e ha raccontato l'offensiva di gennaio con la morte di almeno 1.400 palestinesi, in gran parte civili. Hass ha vinto numerosi premi, tra cui nel 2003 il premio Unesco per la libertà di stampa. Hass in Israele è un personaggio molto controverso, accusata da molti di fare aperta propaganda per la causa palestinese e di denigrare lo Stato israeliano.
Ho passato buona parte degli anni '70 a difendere Israele contro gli scrittori latinoamericani di sinistra che per conformismo attaccano il sionismo e l'imperialismo americano. Non mi sono mai pentito di aver combattuto quest'esagerazione e di aver difeso il diritto di Israele a esistere e a garantirsi la sicurezza. Inoltre, ho sempre creduto, e scritto, che tale diritto a mio giudizio gli israeliani se lo sono guadagnato non per ragioni divine (nelle quali, essendo agnostico, non credo) ma per il fatto di aver costruito Israele praticamente dal nulla, con il loro sudore e le loro lacrime. Da allora, ogni volta che sono stato in Israele — tranne l'ultima, della quale tratta questo libro — ho sempre trovato un settore significativo della società israeliana che, mentre lottava per la sopravvivenza del Paese contro coloro che si impegnavano nel distruggerlo, voleva la pace e il dialogo con i palestinesi e riconosceva il diritto di questi ultimi ad avere un proprio Stato sovrano.
Gli accordi di Oslo (1993-1995) rappresentarono il momento più avanzato per questa corrente di pensiero grazie alla quale le forze democratiche e progressiste di Israele e Palestina furono sul punto di sconfiggere i fanatici e gli estremisti di entrambe le parti. Dall'assassinio di Yitzhak Rabin e, soprattutto, dal fallimento dei negoziati di Camp David e di Taba del 2000, tutto è tornato indietro. Sia in Israele che in Palestina coloro che hanno guadagnato terreno sono stati i falchi e i violenti, come dimostrano la vittoria elettorale di Hamas, con cui ottenne il controllo della Striscia di Gaza, e il dominio quasi assoluto in Israele da parte della destra di Kadima, della destra estrema del Likud e dei partiti religiosi. Il movimento «Pace Subito» è praticamente estinto e i promotori della pace e della convivenza sono gruppi e figure isolate senza alcun reale significato nell'opinione pubblica.
Dirigentes de Al Fatah y Hamás se han reunido hoy en El Cairo (Egipto) en un acto sin precedentes en muchos meses y han declarado su voluntad de llegar a una reconciliación entre los distintos grupos palestinos. También han prometido que a partir de ahora no habrá más detenciones de palestinos a manos de fuerzas de seguridad palestinas, ya sean las que controlan Cisjordania (la ANP) o en Gaza.
El compromiso ha sido anunciado después de una reunión de cuatro horas en la que han estado presentes, entre otros, el ex primer ministro de la Autoridad Nacional Palestina (ANP) Ahmed Qurea, también conocido como Abu Ala, y el número dos de Hamás, Musa Abu Marzuk. También han asistido el dirigente de Al Fatah, Nabil Shaath, y representantes de Hamás que participaron ayer, jueves, en un diálogo con mediadores egipcios para alcanzar un acuerdo de tregua de larga duración con Israel.
Ma quella che era una battuta si è trasformata in una dottrina di morte citata spesso nel dibattito israeliano: per scoraggiare i nostri nemici dobbiamo comportarci come dei pazzi furiosi, uccidendo e distruggendo senza pietà. Nel giro di qualche settimana è diventata un dogma politico e militare: solo se li uccidiamo in misura sproporzionata – mille dei “loro” per dieci dei “nostri” – capiranno che con noi non si scherza. Gli abbiamo dato una lezione che resterà “impressa a fuoco nella loro coscienza” (altra espressione molto usata dagli israeliani nelle ultime settimane): d’ora in poi ci penseranno due volte prima di spararci addosso un altro razzo Qassam. La prima guerra del Libano è durata 18 anni e ha causato la morte di oltre 500 soldati israeliani. In seguito, gli strateghi della seconda guerra del Libano hanno deciso di evitare un conlitto così lungo e perdite così ingenti, e hanno inventato il principio del “padrone impazzito”: demolire interi quartieri, devastare intere aree, distruggere le infrastrutture. Nel 2006 in 33 giorni di guerra sono stati uccisi circa mille libanesi, per la maggior parte civili. Nella guerra di Gaza questo record è stato battuto già al diciassettesimo giorno. Il fumo della seconda guerra del Libano è ancora nell’aria. In Israele tutti avevano giurato che non avrebbero ripetuto gli stessi errori e, soprattutto, che non avrebbero più rischiato la vita neanche di un solo soldato israeliano. Una guerra senza vittime: tra le nostre ila, s’intende. Come? Usando la schiacciante potenza di fuoco del nostro esercito per polverizzare tutto ciò che gli si para davanti e uccidere chiunque capiti a tiro. Tutto questo sarebbe stato impossibile se l’intero paese non fosse diventato completamente insensibile. Ormai la gente non è più sconvolta dalla vista di un neonato ferito o di bambini rimasti giorni e giorni accanto al cadavere della madre perché l’esercito non gli ha permesso di fuggire dalle macerie della loro casa.
Dos niñas con uniforme escolar observan un edificio destruido en Beit Lahiya, Gaza.- EFE [El Pais]

Rescatede del cadáver de una niña palestina entre los escombros, en Gaza- AP
