Una ricorrenza che ci siamo buttati decisamente dietro le spalle. Tanto che buona parte di chi vive qui, in questa provincia - sia nei paesi sia nelle località più grandi - non solo non usa più, ma non saprebbe neppure dare senso all’espressione, un tempo assai diffusa, di «fare San Martino». Un modo di dire profondamente legato alla realtà contadina lombarda. «Far San Martino» era l’equivalente di un tracollone esistenziale. Rappresentava un duro girare di pagina nelle vite degli individui e delle famiglie visto che univa all’azione del traslocare, del cambiare casa, quella del cambiare posto di lavoro. O di perderlo. Proprio alla data dell’11 novembre, in cui si rinnovavano tradizionalmente i contratti agricoli, i lavoranti - se avevano cambiato o perso il posto di dipendenti delle grandi proprietà - «facevano San Martino». E visto che la casa in cascina, dove vivevano con le loro famiglie, costituiva parte del corrispettivo del loro lavoro, in questo giorno, chi aveva perso, o cambiato lavoro, doveva lasciare anche l’abitazione. Faceva trasloco, appunto. E sulle strade polverose i convogli di carri con le masserizie si incrociavano lungo percorsi densi di timori, di insicurezze, di rimpianti che parlavano agli occhi di tutti.

Once again Mr. Karadzic is not present. Ancora una volta Mr. Karadzic non è presente in aula. Con queste parole il presidente della Corte, O-Gon Kwon, ha espresso il suo disappunto per l’assenza dell’imputato anche nella seconda udienza di martedì, così come accaduto lunedì.
Martedì 27 ottobre, ore 14.15. I quattro giudici hanno fatto ingresso nella Courtroom I. Alla loro sinistra, di fronte, il procuratore Alan Tieger è già al suo posto. L’emisfero destro, destinato all’imputato e alla difesa, è deserto. Mentre il giudice affronta le questioni procedurali, le telecamere del circuito interno indugiano a più riprese sulla poltrona blu, vuota, dove Karadzic dovrebbe sedere. L’udienza di lunedì 26 è durata solo 15 minuti. Il tempo necessario di prendere atto e mettere a verbale l’assenza dell’imputato che ha scelto di difendersi da solo.
Ma nella seconda udienza, la Corte è molto chiara: “L’autodifesa è un diritto concesso all’imputato, ma se ciò dovesse intralciare il regolare svolgimento del processo, questo diritto può essere revocato e si può procedere alla nomina di un avvocato d’ufficio”, dice O-Gon Kwon dallo scranno più alto dell’aula, prima di passare la parola al procuratore. Alan Tieger può così cominciare a illustrare l’impianto accusatorio, costituito da 11 diversi capi d’imputazione tra cui genocidio e crimini contro l’umanità. In quasi cinque ore Tieger, avvalendosi di video, stralci di intercettazioni telefoniche, verbali dell’Assemblea Nazionale della Repubblica Srpska, documenti interni dei comandi militari, ha ricostruito punto dopo punto il disegno criminoso, di quella che viene indicata agli atti come una vera e propria organizzazione criminale al cui vertice c’è una mente e un comandante supremo indiscusso: Radovan Karadzic.
Sono comparsi a Pavia i manifesti per le celebrazioni del 4 novembre. Per la prima volta, oltre al rituale tricolore e la scritta cubitale 4 NOVEMBRE, in primo piano campeggia anche: "Grazie ragazzi!". Caro nonno, perdonali, non sanno quello che dicono. Hanno confuso il 4 novembre con la festa per le guerre, tutte le guerre, anche quelle in corso. Hanno confuso soldati mandati allo sbaraglio nel '15-'18, con i soldati di ventura del Terzo Millennio. Hanno confuso i soldati figli del popolo analfabeta dell'inizio del secolo sui quali volenti o nolenti doveva far presa la devastante propaganda interventista, con coloro che partono volontari per il Medio Oriente convinti che con la guerra si ottenga la pace. E quell'offensivo "ragazzi". Come si permettono? Non si sta celebrando un risiko goliardico, un cameratesco e maschilista rito della rigenerazione tramite la distruzione bellica, tanto macha (quando la fanno gli altri). Non si sta ricordando la vittoria al mondiale di calcio, ma uno dei più grandi massacri di massa della storia dove i coach erano generali che guadagnavano medaglie in modo direttamente proporzionale al numero di morti ottenuti tra le file dei loro reggimenti.Questa mattina all’Aja si è aperto e subito chiuso (o meglio, aggiornato a domani) il processo contro il leader serbo bosniaco Radovan Karadzic. Il box degli accusati, infatti, era vuoto, perché l’imputato ha deciso di boicottare le udienze del tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia. Secondo Karadzic, la corte dell’Aja è solo “il braccio giudiziario della sua eliminazione politica”, e lui non ha avuto abbastanza tempo per preparare la sua difesa. La settimana scorsa, in preparazione del processo, il Gurdian aveva pubblicato un’inchiesta su uno dei crimini di cui Karadzic è accusato. La strage di Srebrenica. Duncan Staff racconta com’è andato il massacro ma soprattutto la storia di un sopravvissuto e della sua ricerca dei resti dei familiari uccisi. Mentre l’autore materiale dell’eccidio, il generale Ratko Mladic, è ancora libero, Hasan Nuhanovic continua la sua ricerca insieme agli esperti della Comissione persone scomparse. Ma il suo obiettivo è più largo: “Una volta ritrovati e sepolti i suoi familiari dedicherà il resto della sua vita a rendergli giustizia: ‘Se dovessi scegliere tra seppellire i miei cari e avere giustizia in tribunale, sceglierei sempre la giustizia. Non ci può essere riconciliazione senza giustizia’”.
Internazionale, 26 ottobre 2009

L'intento del libro Genocidio di Georges Bensoussan, ora tradotto in italiano, è indagare quali sono le origini culturali del nazismo: si occupa cosí di un tema classico nella storia delle idee, in cui questa disciplina dispiega la sua grande importanza per comprendere la storia, ma anche tutti i suoi trabocchetti e i suoi terreni scivolosi, tutte le sue soluzioni facili e ingannevoli. È possibile trattare delle origini culturali del Terzo Reich solo se si è convinti che il fenomeno nazionalsocialista non rappresenti una malattia repentina nella storia tedesca, ma sia stato preparato da autori, temi, discussioni, che in qualche modo lo hanno reso possibile. È opportuno chiedersi subito se "origini" sia da intendere come "cause": ricostruire le correnti intellettuali che stanno a monte della nascita del regime hitleriano significa rintracciare il punto di partenza di atteggiamenti, stili di pensiero, convinzioni, che hanno avuto quel regime come effetto? Ovvero: la storia delle idee può essere illuminata a posteriori dall'esito al quale le idee individuate come origini hanno condotto? La forza della cultura uscirebbe molto rinvigorita da una simile convinzione, ma anche con una responsabilità che non sappiamo quanto sia lecito attribuirle.
Il termine "origini" non si impegna in una simile affermazione, ma suggerisce in realtà, anche quando non lo dice in modo esplicito, che le premesse culturali sono essenziali nella formazione e nell'affermazione di un simile regime. Preparano il terreno indispensabile mettendo in circolazione questioni e accenti che formano il contenuto ideologico del regime a venire, predispongono ad ascoltare con attenzione e con favore parole d'ordine altrimenti inaccettabili, insegnano a non reagire in modo decisamente negativo ai provvedimenti del governo che assume il potere. In definitiva, ogni ricerca che si incammini per questa strada tenta di rintracciare quali parti delle premesse intellettuali siano state messe in pratica dal regime che poi si è affermato. Una volta che le ha identificate, definisce quelle parti come le origini culturali di tale regime.
I – Espirare
“Ci troviamo di fronte a trame intessute segretamente, da chi ha mezzi e obbiettivi precisi…” La voce del sindacalista Cisl Franco Castrezzati si leva nitida e profonda nella mattinata del 28 maggio 1974, una voce che si diffonde all’interno del peri
metro delimitato da palazzi, arcate e decorazioni scultoree, le parole accompagnate dalla palpabile vibrazione collettiva che attraversa la folla radunata per la manifestazione antifascista indetta dai sindacati e dal Comitato Antifascista.“…Sono così venuti alla luce “uomini di primo piano”, “mandanti” e “finanziatori” che, senza scoprirsi, possono camuffare le loro trame, con tinte diverse da quella vera”. Piove, piove sulla speranza di pacificazione civile e sociale di una città, di un popolo, di una nazione. Piove sugli impermeabili, sui maglioni e sulle giacche. I portici, unico riparo dalle intemperie della natura, sono gremiti di manifestanti. Di solito durante le manifestazioni il porticato è occupato dalle forze dell’ordine, pronte ad intervenire nel caso qualcosa vada storto. Ma non quel giorno. “Si vogliono cioè sovvertire le istituzioni democratiche della nostra repubblica”. Piove, ed è una pioggia che in ogni singola, funesta goccia racchiude la spaventosa escalation di violenza innescata a Brescia, nei mesi precedenti, da gruppi della destra radicale. La svolta terroristica è arrivata tra il 3 e il 4 febbraio 1973, un terribile sfolgorio nell’oscurità: un ordigno al tritolo ha sventrato completamente la Federazione provinciale del Psi. A seguire, un’impressionante serie di attentati in parte riusciti, in parte mancati. “A questo fine si strumentalizzano i giovani, i meno responsabili, spesso ancora adolescenti, come avviene in ogni parte del mondo quando si vogliono soffocare le aspirazioni di progresso, di giustizia e di democrazia dei popoli”. Da una mano ignota ed ignobile scivola un pacco dentro un cestino sotto il porticato accalcato. Una bomba. L’ennesima. Qualche altra mano, o forse la stessa, la aziona con un congegno elettronico. Mutare tutto per non mutare nulla. Ancora, per sempre. “Sembra che la storia si ripeta, e cioè che anche oggi non si scavi in profondità, che non si affondi il bisturi risanatore fino alla radice del male”. Sono le 10.12 in Piazza della Loggia, Brescia, e in quel preciso istante un boato sordo risucchia nel vortice della deflagrazione terroristica 8 vite umane e ne ferisce 94.
La frana che si staccò alle ore 22.39 dalle pendici settentrionali del monte Toc precipitando nel bacino artificiale sottostante aveva dimensioni gigantesche. Una massa compatta di oltre 270 milioni di metri cubi di rocce e detriti furono trasportati a valle in un attimo, accompagnati da un'enorme boato. Tutta la costa del Toc, larga quasi tre chilometri, costituita da boschi, campi coltivati ed abitazioni, affondò nel bacino sottostante, provocando una gran scossa di terremoto. Il lago sembrò sparire, e al suo posto comparve una enorme nuvola bianca, una massa d'acqua dinamica alta più di 100 metri, contenente massi dal peso di diverse tonnellate. Gli elettrodotti austriaci, in corto-circuito, prima di esser divelti dai tralicci illuminarono a giorno la valle e quindi lasciarono nella più completa oscurità i paesi vicini.
La forza d'urto della massa franata creò due ondate. La prima, a monte, fu spinta ad est verso il centro della vallata del Vajont che in quel punto si allarga. Questo consentì all'onda di abbassare il suo livello e di risparmiare, per pochi metri, l'abitato di Erto. Purtroppo spazzò via le frazioni più basse lungo le rive del lago, quali Frasègn, Le Spesse, Cristo, Pineda, Ceva, Prada, Marzana e San Martino. La seconda ondata si riversò verso valle superando lo sbarramento artificiale, innalzandosi sopra di esso fino ad investire, ma senza grosse conseguenze, le case più basse del paese di Casso. Il collegamento viario eseguito sul coronamento della diga venne divelto, così come la palazzina di cemento, a due piani, della centrale di controllo ed il cantiere degli operai. L'ondata, forte di più di 50 milioni di metri cubi, scavalcò la diga precipitando a piombo nella vallata sottostante con una velocità impressionante. La stretta gola del Vajont la compresse ulteriormente, facendole acquisire maggior energia.

[L'Amministrazione provinciale di Pavia ha diffuso un concorso nelle scuole superiori della Provincia promosso da una associazione di Donne di Vigevano: gli studenti che presenteranno il miglior elaborato sul tema "Il potere e gli ideali" saranno premiati con un biglietto omaggio (7€) per assistere alla proiezione del film "Barbarossa". Una pubblicità colossale e a costo quasi zero per un film sugli ideali della Lega Nord. Complimenti. ic]
Idroscalo. C'è anche chi lo vorrebbe abbattere. Tanto non c'è più nulla di autentico legato alla vita del fiume Ticino. Lo sostiene oggi un lettore su La Provincia pavese. E poi è brutto. Allora, dico, abbattiamo anche la tettoia di Piazza Vittoria; se della bruttezza dell'Idroscalo non abbiamo responsabilità, di quella della tettoia sì. Questa è una città che ha distrutto tutto ciò che poteva distruggere di legato alla storia del Novecento. Rimangono le lapidi ai caduti, in guerra, perchè quelli morti sul lavoro o nel loro letto, ma a causa del lavoro, pare non debbano avere monumenti a futura memoria. E non appaia una posizione ideologica; ho piuttosto la netta impressione che una certa ideologia abbia operato a Pavia negli ultimi decenni, atta a cancellare ogni segno della memoria del lavoro e di chi faticava. Romantica la statua alla lavandaia, certo, ma non era una categoria troppo sindacalizzata; il suo lavoro, per quanto faticosissimo, non era avvelenato dalla chimica e dalle ferriti che invece aumentavano i profitti degli imprenditori locali e importati; inoltre non lavava su terreni alla portata di ghiotte speculazioni. La lavandaia sì e gli edific
i dell'ex Snia no (costruiti con mattoni di argilla di una cava aperta appositamente); la palazzina Liberty della ex Neca no, l'ex consorzio agrario nemmeno. Ma dove andavano tutti quegli operai e lavoratori che negli anni Cinquanta arrivavano a Pavia da tutta la provincia in bicicletta nel buio e nella nebbia delle mattine d'inverno? Si chiederà qualcuno un giorno davanti a certe fotografie. A pescare a Ticino? Collaboravano con la lavandaia? Ma sì, buttiamo giù anche l'Idroscalo. E spingiamo affinché in sua vece venga impiantato un bel ristorantone galleggiante modello astronave con vista pelo d'acqua. Per l'Expo2015 hanno già riflettuto anche su questo. Nuovo, lucido e bello, con i cavedani di plastica mossi dai molendi vorticosi e inquinati dai residui di abitudini altolocate. Proprio quello che ci vuole per rinfrancarci nell'ormai identitario e salubre torpore. Per riavviare la memoria, dopo un così violento e inesorabile resettaggio, solo dal futuro ci è concesso farlo.