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Dossier Festival 2006

Pogrom 2007
La Gandina di Pieve


"Aprire gli armadi non basta…"

Manifesto
per l’accessibilità e la trasparenza degli archivi
nell’interesse dei cittadini


PREMESSA

Il 12 dicembre 2009 ricorre il 40° anniversario della strage di piazza Fontana. Di questa storia, oggi non esiste ancora una narrazione consolidata e condivisa. Così come non esiste per tantissime altre pagine dolorose della storia del nostro Paese. L’Italia, purtroppo è stata segnata da fenomeni eversivi di diversa matrice. Di questo passato tragico, esistono memorie divise e in conflitto tra loro. La ricerca storica è un terreno essenziale su cui impostare un confronto civile superando antiche divisioni. Per scrivere la storia, servono i documenti, ossia le “tracce” concrete dell’attività delle istituzioni, delle forze dell’ordine, dei servizi di sicurezza e di tutti i soggetti protagonisti della vita democratica Questa ricostruzione passa necessariamente attraverso la buona gestione degli archivi. In Italia dal 2007 il segreto di Stato è limitato a un massimo di trent’anni. Ma questo non ha risolto il problema: molti armadi in teoria sono aperti, ma non per questo sono accessibili. L’accesso ai documenti necessari alle ricostruzioni storiche resta in moltissimi casi assai  difficoltoso. Spesso ci si scontra con un segreto di stato “strisciante”, anche se, formalmente, il segreto non c’è. Esiste un nesso profondo tra la conoscenza della verità e la  convivenza civile: costruire onestà intellettuale attraverso la memoria storica è essenziale per una Nazione se vuole avere cittadini attivi e consapevoli dei propri diritti e dei propri doveri. La conoscenza non formale della storia recente della nostra Repubblica è uno degli elementi portanti del nostro diritto di cittadinanza. Solo uno Stato che non teme la verità e il confronto sugli errori del  proprio passato è uno Stato veramente democratico, in cui tutti possono riconoscersi pienamente. Per queste ragioni, abbiamo individuato quattro aree di intervento sulle quali vogliamo richiamare l’attenzione per migliorare l’accessibilità e la trasparenza degli archivi.
lunedì, 23 novembre 2009, 22:26 *** link *** inserito da irenecampari ***

Per le strade di Berlino

Mercoledì 11 novembre, ore 21
Aula Goldoniana del Collegio Ghislieri, Pavia


Per le strade di Berlino

Voci, suoni e immagini di una città
Incontro letterario a vent'anni dalla caduta del Muro

In collaborazione con Libreria il Delfino

Elisa Califano, voce narrante
Martino Panizza, arpa
fotografie di Giorgio Caione

Introduce Andrea Grisi
mercoledì, 11 novembre 2009, 12:40 *** link *** inserito da circolopasolini ***

Incidenti lavoro: richiesta giudizio per 28 dirigenti Italsider e Ilva

09 Novembre 2009 20:38 CRONACHE

TARANTO - La pubblica accusa ha chiesto il rinvio a giudizio di 28 ex dirigenti dell'Italsider e dell'Ilva, accusati - in un arco di tempo di 35 anni - di cooperazione nell'omicidio colposo plurimo di 30 dipendenti e di omissione colposa di cautele o difese contro gli infortuni sul lavoro. All'udienza preliminare, che si e' svolta oggi al tribunale di Taranto, e' stata citata come responsabile civile la Fintecna. (RCD)

 

lunedì, 09 novembre 2009, 21:40 *** link *** inserito da circolopasolini ***

She comes in colours



Da El Pais, 9 novembre 2009
lunedì, 09 novembre 2009, 21:12 *** link *** inserito da circolopasolini ***

Il potere discreto

Nei giorni successivi la caduta del Muro c'era chi andava ad ammirare - potendosi permettere solo questo - le ricche vetrine dei negozi dell'occidente; c'era anche chi si inoltrava all'Est cercando di evitare Kgb e Stasi per conoscere la "terra dei fratelli". Un viaggio compiuto da un gruppo di giovani arrivato fino in Russia è stato documentato con fotografie e immagini raccolte recentemente in un volume. Quelle che seguono appartengono a quel viaggio e sono proposte da Der Spiegel. (ic)



lunedì, 09 novembre 2009, 18:42 *** link *** inserito da circolopasolini ***

Dove cadde il primo pezzo

in Bornholmer Strasse, Berlino, 9 novembre 1989.

Da Der Spiegel

domenica, 08 novembre 2009, 16:56 *** link *** inserito da circolopasolini ***

Gli obbligati

Far San Martino oggi, vita vera di Giorgio Boatti

Una ricorrenza che ci siamo buttati decisamente dietro le spalle. Tanto che buona parte di chi vive qui, in questa provincia - sia nei paesi sia nelle località più grandi - non solo non usa più, ma non saprebbe neppure dare senso all’espressione, un tempo assai diffusa, di «fare San Martino». Un modo di dire profondamente legato alla realtà contadina lombarda. «Far San Martino» era l’equivalente di un tracollone esistenziale. Rappresentava un duro girare di pagina nelle vite degli individui e delle famiglie visto che univa all’azione del traslocare, del cambiare casa, quella del cambiare posto di lavoro. O di perderlo. Proprio alla data dell’11 novembre, in cui si rinnovavano tradizionalmente i contratti agricoli, i lavoranti - se avevano cambiato o perso il posto di dipendenti delle grandi proprietà - «facevano San Martino». E visto che la casa in cascina, dove vivevano con le loro famiglie, costituiva parte del corrispettivo del loro lavoro, in questo giorno, chi aveva perso, o cambiato lavoro, doveva lasciare anche l’abitazione. Faceva trasloco, appunto. E sulle strade polverose i convogli di carri con le masserizie si incrociavano lungo percorsi densi di timori, di insicurezze, di rimpianti che parlavano agli occhi di tutti.
domenica, 08 novembre 2009, 10:47 *** link *** inserito da irenecampari ***

Auch drüben ist Deutschland

La cortina a Eicholz nel 1984: sul cartello è scritto: "E' Germania anche al di là"


Da Der Spiegel, Jürgen Ritter
(ic)
sabato, 07 novembre 2009, 18:06 *** link *** inserito da circolopasolini ***

Novembre 1989, Berlino Est


Da Spiegelonline
mercoledì, 04 novembre 2009, 19:44 *** link *** inserito da circolopasolini ***

Berlin

http://www.berlin101.com/wp-content/uploads/2007/09/berlin-wall4.jpg
mercoledì, 04 novembre 2009, 12:46 *** link *** inserito da circolopasolini ***

West Berlin on Aug. 13, 1961

AP
An elderly East German couple is prevented from crossing the border from East Berlin to West Berlin on Aug. 13, 1961, the day the Berlin Wall went up.
lunedì, 02 novembre 2009, 20:52 *** link *** inserito da circolopasolini ***

Vent’anni dopo piccoli muri crescono

di Ilvo Diamanti

Mancano pochi giorni all’anniversario della caduta del muro di Berlino. Ma, vent’anni dopo, l’entusiasmo non è più lo stesso. Anche se il 1989 ha segnato il nostro tempo. Perché quel muro marcava una divisione al tempo stesso geopolitica, economica, ideologica. Fra sistemi democratici e regimi comunisti, liberismo e dirigismo. Fra mercato e statalismo. La sua caduta ha prodotto effetti violenti. Anche da noi. In Italia. Il regime più socialista dell’Occidente. Visto l’intreccio fra economia, politica e stato. Il muro, in Italia, è crollato qualche anno dopo. Nel 1992. Ha seppellito la prima Repubblica. Il partito comunista più importante dell’Occidente costretto a cambiar nome, pelle e identità. I partiti di governo, spazzati via da Tangentopoli, ma anche dalla fine della rendita di posizione garantita dall’anticomunismo. Vent’anni dopo la caduta del muro di Berlino, quindici anni dopo il crollo della prima Repubblica, l’emozione si è un po’ raffreddata. Non solo per effetto del tempo, della routine. È l’impressione che altri muri siano sorti al loro posto. Alcuni, negli stessi luoghi del passato. Anzitutto, il comunismo. In Italia non se n’è mai sentito parlare così tanto come da quando non c’è più. Comunisti. Tutti coloro che stanno a sinistra. Di Berlusconi. Anzi: tutti quelli che sono contro di lui. D’altronde, il suo successo politico si deve anche – e in buona misura – a questo. Aver tenuto vivo l’anticomunismo senza – e dopo – il comunismo. Al posto del muro di Berlino: il muro di Arcore. Per costringere l’elettorato di centrosinistra dentro gli stessi confini del Fronte Popolare nel 1948. Anche se da allora è cambiato tutto, nella politica e nella società. Proprio per questo, però, le passioni si scatenano – talora – più violente di prima. Perché non sono in gioco diverse idee della storia e del futuro. Ma stili di vita, opinioni, valori che riguardano la vita quotidiana. E al posto dei partiti ci sono le persone. I leader. Pubblico e privato: senza soluzione di continuità. Sotto gli occhi di tutti. Comunicati sui media. Per cui le differenze vengono ribadite, gridate. Scavano solchi profondi. Mentre ieri erano (auto) evidenti e riconosciute.
domenica, 01 novembre 2009, 09:39 *** link *** inserito da circolopasolini ***

Case No. IT 95 5 18 PT, Il processo Karadzic. Seconda Udienza

Dopo la prima udienza, il processo entra nel vivo con la parola all'accusa.

Once again Mr. Karadzic is not present. Ancora una volta Mr. Karadzic non è presente in aula. Con queste parole il presidente della Corte, O-Gon Kwon, ha espresso il suo disappunto per l’assenza dell’imputato anche nella seconda udienza di martedì, così come accaduto lunedì.

Martedì 27 ottobre, ore 14.15. I quattro giudici hanno fatto ingresso nella Courtroom I. Alla loro sinistra, di fronte, il procuratore Alan Tieger è già al suo posto. L’emisfero destro, destinato all’imputato e alla difesa, è deserto. Mentre il giudice affronta le questioni procedurali, le telecamere del circuito interno indugiano a più riprese sulla poltrona blu, vuota, dove Karadzic dovrebbe sedere. L’udienza di lunedì 26 è durata solo 15 minuti. Il tempo necessario di prendere atto e mettere a verbale l’assenza dell’imputato che ha scelto di difendersi da solo. 
Ma nella seconda udienza, la Corte è molto chiara: “L’autodifesa è un diritto concesso all’imputato, ma se ciò dovesse intralciare il regolare svolgimento del processo, questo diritto può essere revocato e si può procedere alla nomina di un avvocato d’ufficio”, dice O-Gon Kwon dallo scranno più alto dell’aula, prima di passare la parola al procuratore. Alan Tieger può così cominciare a illustrare l’impianto accusatorio, costituito da 11 diversi capi d’imputazione tra cui genocidio e crimini contro l’umanità. In quasi cinque ore Tieger, avvalendosi di video, stralci di intercettazioni telefoniche, verbali dell’Assemblea Nazionale della Repubblica Srpska, documenti interni dei comandi militari, ha ricostruito punto dopo punto il disegno criminoso, di quella che viene indicata agli atti come una vera e propria organizzazione criminale al cui vertice c’è una mente e un comandante supremo indiscusso: Radovan Karadzic.

venerdì, 30 ottobre 2009, 14:40 *** link *** inserito da circolopasolini ***

"Grazie ragazzi", del '99 (1800)

http://www.valsesiascuole.it/crosior/1_vercellese/primo_2.jpgSono comparsi a Pavia i manifesti per le celebrazioni del 4 novembre. Per la prima volta, oltre al rituale tricolore e la scritta cubitale 4 NOVEMBRE, in primo piano campeggia anche: "Grazie ragazzi!". Caro nonno, perdonali, non sanno quello che dicono. Hanno confuso il 4 novembre con la festa per le guerre, tutte le guerre, anche quelle in corso. Hanno confuso soldati mandati allo sbaraglio nel '15-'18, con i soldati di ventura del Terzo Millennio. Hanno confuso i soldati figli del popolo analfabeta dell'inizio del secolo sui quali volenti o nolenti doveva far presa la devastante propaganda interventista, con coloro che partono volontari per il Medio Oriente convinti che con la guerra si ottenga la pace. E quell'offensivo "ragazzi". Come si permettono? Non si sta celebrando un risiko goliardico, un cameratesco e maschilista rito della rigenerazione tramite la distruzione bellica, tanto macha (quando la fanno gli altri). Non si sta ricordando la vittoria al mondiale di calcio, ma uno dei più grandi massacri di massa della storia dove i coach erano generali che guadagnavano medaglie in modo direttamente proporzionale al numero di morti ottenuti tra le file dei loro reggimenti.

Una piana senza nulla di particolare, nuda e bruna
non un filo d'erba, non un segno di vicinanze abitate
niente da mangiare e non un posto dove sedersi
e tuttavia, radunata nel suo vuoto, stava
un'inintelligibile molltitudine
Un milione di occhi, un milione di carponi allineati
senza espressione, in attesa di un segno.

W.H. Auden, Lo scudo di Achille.

Irene Campari
mercoledì, 28 ottobre 2009, 21:24 *** link *** inserito da circolopasolini ***

Per le vittime di Srebrenica non c’è ancora giustizia

Questa mattina all’Aja si è aperto e subito chiuso (o meglio, aggiornato a domani) il processo contro il leader serbo bosniaco Radovan Karadzic. Il box degli accusati, infatti, era vuoto, perché l’imputato ha deciso di boicottare le udienze del tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia. Secondo Karadzic, la corte dell’Aja è solo “il braccio giudiziario della sua eliminazione politica”, e lui non ha avuto abbastanza tempo per preparare la sua difesa. La settimana scorsa, in preparazione del processo, il Gurdian aveva pubblicato un’inchiesta su uno dei crimini di cui Karadzic è accusato. La strage di Srebrenica. Duncan Staff racconta com’è andato il massacro ma soprattutto la storia di un sopravvissuto e della sua ricerca dei resti dei familiari uccisi. Mentre l’autore materiale dell’eccidio, il generale Ratko Mladic, è ancora libero, Hasan Nuhanovic continua la sua ricerca insieme agli esperti della Comissione persone scomparse. Ma il suo obiettivo è più largo: “Una volta ritrovati e sepolti i suoi familiari dedicherà il resto della sua vita a rendergli giustizia: ‘Se dovessi scegliere tra seppellire i miei cari e avere giustizia in tribunale, sceglierei sempre la giustizia. Non ci può essere riconciliazione senza giustizia’”.

Internazionale, 26 ottobre 2009

lunedì, 26 ottobre 2009, 19:50 *** link *** inserito da circolopasolini ***

Berlino contro il Muro

di Carlo Bastasin

«Compagno ministro è davvero così – scrive incredulo il luogotenente di Lipsia Manfred Hummitzsch al suo superiore il capo della Stasi Erich Mielke a inizio settembre 1989 –, Da qualsiasi situazione accidentale può scoccare una scintilla e mettere ogni cosa in moto».C'era stata una pausa di sei settimane nelle manifestazioni attorno alla Nikolaikirche concordata con il vescovo e i pastori, ma alle ore 17 del 4 settembre mille persone erano già raccolte attorno alla chiesa pronte a riprendere la protesta. Anziché spegnersi l'incendio aveva ripreso vigore. Il fuoco passava di mano in mano tra le migliaia di partecipanti ai comitati civicie nei collettivi sociali e religiosi delle grandi città, aveva ormai rinsaldato gli animi, bruciato gli argini della paura, abbattuto le casematte dell'obbedienza. A Berlino dalle cantine del Neues Forum e dai digiuni nella Chiesa di Getsemani, la protesta arrivò finalmente ad Alexanderplatz, visibile anche dalle finestre del Politburo. Bisogna tornare a Berlino come si torna nella casa perduta, alla ricerca di un'epoca senza pari, in cui il coraggio dei giusti ha vinto per poi subito essere dimenticato. La capitale scintilla dove prima più era opaca, si agita dove era immota, gioiosa dove era muta.
domenica, 25 ottobre 2009, 20:27 *** link *** inserito da circolopasolini ***

Le origini culturali del nazismo

di Michela Nacci

[Riprendiamo questa recensione da La Rivista dei Libri, ottobre 2009, ic]

George Bensoussan, Genocidio. Una passione europea, a cura di Frediano Sessi, trad. di Carlo Saletti e Lanfranco Di Genio, Venezia, Marsilio, pp. 396, €21,00

http://www.europaorientale.net/sez9_2009_bensoussan.JPGL'intento del libro Genocidio di Georges Bensoussan, ora tradotto in italiano, è indagare quali sono le origini culturali del nazismo: si occupa cosí di un tema classico nella storia delle idee, in cui questa disciplina dispiega la sua grande importanza per comprendere la storia, ma anche tutti i suoi trabocchetti e i suoi terreni scivolosi, tutte le sue soluzioni facili e ingannevoli. È possibile trattare delle origini culturali del Terzo Reich solo se si è convinti che il fenomeno nazionalsocialista non rappresenti una malattia repentina nella storia tedesca, ma sia stato preparato da autori, temi, discussioni, che in qualche modo lo hanno reso possibile. È opportuno chiedersi subito se "origini" sia da intendere come "cause": ricostruire le correnti intellettuali che stanno a monte della nascita del regime hitleriano significa rintracciare il punto di partenza di atteggiamenti, stili di pensiero, convinzioni, che hanno avuto quel regime come effetto? Ovvero: la storia delle idee può essere illuminata a posteriori dall'esito al quale le idee individuate come origini hanno condotto? La forza della cultura uscirebbe molto rinvigorita da una simile convinzione, ma anche con una responsabilità che non sappiamo quanto sia lecito attribuirle.

Il termine "origini" non si impegna in una simile affermazione, ma suggerisce in realtà, anche quando non lo dice in modo esplicito, che le premesse culturali sono essenziali nella formazione e nell'affermazione di un simile regime. Preparano il terreno indispensabile mettendo in circolazione questioni e accenti che formano il contenuto ideologico del regime a venire, predispongono ad ascoltare con attenzione e con favore parole d'ordine altrimenti inaccettabili, insegnano a non reagire in modo decisamente negativo ai provvedimenti del governo che assume il potere. In definitiva, ogni ricerca che si incammini per questa strada tenta di rintracciare quali parti delle premesse intellettuali siano state messe in pratica dal regime che poi si è affermato. Una volta che le ha identificate, definisce quelle parti come le origini culturali di tale regime.

domenica, 25 ottobre 2009, 13:38 *** link *** inserito da circolopasolini ***

La mappa non è il territorio

Oggi su La Provincia pavese è pubblicata una lettera che pare essere di risposta ad una mia di qualche giorno fa (qui) apparsa sulle stesse pagine. L'oggetto è la conservazione della memoria materiale. L'articolo è piuttosto provocatorio e mi sollecita un'ulteriore replica.

Gentile signor Mainardi,

la memoria non è un ricordo, non è solo un testo, non è solo rappresentazione. Essendoci il Ticino, i panni
a Pavia si lavavano sulle sue rive; non possiamo quindi far altro che dedicare solo sculture alle lavandaie. Sculture che, nella sua personale accezione, più che alla lavoratrice paiono tributi all'autore. In altri luoghi della nostra immemore Patria, dove c'erano lavatoi pubblici, si sono conservati questi senza troppo indugiare sulle statue. I luoghi di lavoro dicono molto di più del lavoro e dei lavoratori che non le loro rappresentazioni. Di certo le statue sono molto più pulite e pulibili dei muri delle fabbriche e non offendono il ricordo di nessuno, nè del padrone nè del tempista, nè dell'inquinatore o smaltitore abusivo. Abbattendoli, inoltre, si fa spazio per altro di più appetibile e meno compromissorio con il passato. Demolendo tutto ciò che testimonia sul terreno i modi di produzione, si potrà raccontare un giorno ciò che lei gradisce si racconti: qualunque fossero le condizioni di lavoro nelle fabbriche, gli operai stavano molto meglio che a lavorare la terra (deve essere per questo che si consuma e distrugge così tanto terreno agricolo!). Anche al "reparto cornuti" della ex Snia si stava meglio? Di certo molti operai hanno potuto mandare i figli all'Università e l'etica moderna del lavoro ha permesso anche che avessero una casa. E questo, a suo parere, dovrebbe bastare a zittirli. Lei sembra infatti chiedersi cosa vogliano ancora quei lavoratori, perchè la menino sulla memoria. Sui libri di storia secondo Lei ci starebbero bene le foto di sculture innocue di scultori celebri dalla brillante biografia (rivendicandone magari la personale conoscenza), piuttosto che quelle dei corpi di fabbrica delle vecchie industrie con, sullo sfondo, qualche addetto - anonimo - agli altoforni. Lo capisco signor Mainardi: in tal modo non si rischia di dover narrare l'altra parte della Storia o dar conto ai nipoti della reale natura del loro benessere che poggia anche su terreni avvelenati, fiumi non balneabili, aree trasformate in edilizia residenziale dopo bonifiche pagate da tutti pur essendo l'inquinamento provocato da pochi. Le città europee sono prodotti di stratificazioni millenarie - anche avvelenate - non di targhe salubri, signor Mainardi. Seguendo il suo punto di vista non ci resta che fare il monumento alla giacca-e-cravatta, alla ventiquattrore e morta lì, o, un giorno come un altro, sostituire quell'ingombrante San Michele (che sarà pur costato qualche ora di lavoro) con una bella dedica (griffata) di granito affissa sul fronte del condominio sorto sui suoi ruderi. Ma signor Mainardi, chi si occupa di spazio e di memoria sa che "la mappa non è il territorio".

Sua, Irene Campari


SNIA E SACRARIO
Il Novecento a Pavia, cosa conservare e cosa no


Gentile signora Campari, nulla quaestio sul monumento alla lavandaia, ottimo e imperituro lavoro dell’indimenticato Giuanin Scapolla: un monumento alla fatica fisica di una casta tutta pavese di donne coraggiose e splendide e delle quali si è perduto per sempre lo stampo. Mi par strano che lei citi anche vestigia che, più che ricordi o reliquie, mi appaiono semplici scatole di cemento che potrebbero ben lasciare posto in questa piccola e ormai stretta Pavia a spazi più usufruibili.
mercoledì, 14 ottobre 2009, 09:39 *** link *** inserito da circolopasolini ***

Le lucciole non ci illumineranno più

Inchiesta di Blicero, da Giornalettismo

I – Espirare

Ci troviamo di fronte a trame intessute segretamente, da chi ha mezzi e obbiettivi precisi…” La voce del sindacalista Cisl Franco Castrezzati si leva nitida e profonda nella mattinata del 28 maggio 1974, una voce che si diffonde all’interno del perimetro delimitato da palazzi, arcate e decorazioni scultoree, le parole accompagnate dalla palpabile vibrazione collettiva che attraversa la folla radunata per la manifestazione antifascista indetta dai sindacati e dal Comitato Antifascista.“…Sono così venuti alla luce “uomini di primo piano”, “mandanti” e “finanziatori” che, senza scoprirsi, possono camuffare le loro trame, con tinte diverse da quella vera”. Piove, piove sulla speranza di pacificazione civile e sociale di una città, di un popolo, di una nazione. Piove sugli impermeabili, sui maglioni e sulle giacche. I portici, unico riparo dalle intemperie della natura, sono gremiti di manifestanti. Di solito durante le manifestazioni il porticato è occupato dalle forze dell’ordine, pronte ad intervenire nel caso qualcosa vada storto. Ma non quel giorno. “Si vogliono cioè sovvertire le istituzioni democratiche della nostra repubblica”. Piove, ed è una pioggia che in ogni singola, funesta goccia racchiude la spaventosa escalation di violenza innescata a Brescia, nei mesi precedenti, da gruppi della destra radicale. La svolta terroristica è arrivata tra il 3 e il 4 febbraio 1973, un terribile sfolgorio nell’oscurità: un ordigno al tritolo ha sventrato completamente la Federazione provinciale del Psi. A seguire, un’impressionante serie di attentati in parte riusciti, in parte mancati. “A questo fine si strumentalizzano i giovani, i meno responsabili, spesso ancora adolescenti, come avviene in ogni parte del mondo quando si vogliono soffocare le aspirazioni di progresso, di giustizia e di democrazia dei popoli”. Da una mano ignota ed ignobile scivola un pacco dentro un cestino sotto il porticato accalcato. Una bomba. L’ennesima. Qualche altra mano, o forse la stessa, la aziona con un congegno elettronico. Mutare tutto per non mutare nulla. Ancora, per sempre. “Sembra che la storia si ripeta, e cioè che anche oggi non si scavi in profondità, che non si affondi il bisturi risanatore fino alla radice del male”. Sono le 10.12 in Piazza della Loggia, Brescia, e in quel preciso istante un boato sordo risucchia nel vortice della deflagrazione terroristica 8 vite umane e ne ferisce 94.

venerdì, 09 ottobre 2009, 18:57 *** link *** inserito da irenecampari ***

9 ottobre 1963, Vajont

da www.vajont.it

(foto Zanfron)

La frana che si staccò alle ore 22.39 dalle pendici settentrionali del monte Toc precipitando nel bacino artificiale sottostante aveva dimensioni gigantesche. Una massa compatta di oltre 270 milioni di metri cubi di rocce e detriti furono trasportati a valle in un attimo, accompagnati da un'enorme boato. Tutta la costa del Toc, larga quasi tre chilometri, costituita da boschi, campi coltivati ed abitazioni, affondò nel bacino sottostante, provocando una gran scossa di terremoto. Il lago sembrò sparire, e al suo posto comparve una enorme nuvola bianca, una massa d'acqua dinamica alta più di 100 metri, contenente massi dal peso di diverse tonnellate. Gli elettrodotti austriaci, in corto-circuito, prima di esser divelti dai tralicci illuminarono a giorno la valle e quindi lasciarono nella più completa oscurità i paesi vicini.

La forza d'urto della massa franata creò due ondate. La prima, a monte, fu spinta ad est verso il centro della vallata del Vajont che in quel punto si allarga. Questo consentì all'onda di abbassare il suo livello e di risparmiare, per pochi metri, l'abitato di Erto. Purtroppo spazzò via le frazioni più basse lungo le rive del lago, quali Frasègn, Le Spesse, Cristo, Pineda, Ceva, Prada, Marzana e San Martino. La seconda ondata si riversò verso valle superando lo sbarramento artificiale, innalzandosi sopra di esso fino ad investire, ma senza grosse conseguenze, le case più basse del paese di Casso. Il collegamento viario eseguito sul coronamento della diga venne divelto, così come la palazzina di cemento, a due piani, della centrale di controllo ed il cantiere degli operai. L'ondata, forte di più di 50 milioni di metri cubi, scavalcò la diga precipitando a piombo nella vallata sottostante con una velocità impressionante. La stretta gola del Vajont la compresse ulteriormente, facendole acquisire maggior energia.

venerdì, 09 ottobre 2009, 13:58 *** link *** inserito da irenecampari ***

Vecchie e care "Peter maps"

Ritornano riproposte e senza le controversie alle quali furono sottoposte le originali e il loro ideatore Arno Peter. Si tratta della cartografia tematica dove le proporzioni tra gli spazi rappresentati sono dipendenti dal valore statistico del tema (ic).

Distribuzione di acqua nel mondo (dal sito www.worldmapper.org)
Distribuzione di acqua nel mondo
da www.worldmapper.org
giovedì, 08 ottobre 2009, 19:05 *** link *** inserito da irenecampari ***

Generare lillà da terra morta ...

La memoria annacquata di Giorgio Boatti

http://zine.artcat.com//upload/2008/05/medium_moutons-1.gif[L'Amministrazione provinciale di Pavia ha diffuso un concorso nelle scuole superiori della Provincia promosso da una associazione di Donne di Vigevano: gli studenti che presenteranno il miglior elaborato sul tema "Il potere e gli ideali" saranno premiati con un biglietto omaggio (7€) per assistere alla proiezione del film "Barbarossa". Una pubblicità colossale e a costo quasi zero per un film sugli ideali della Lega Nord. Complimenti. ic]

Pavia e il centocinquantenario d’Italia. Un piatto forte per la città e per la sua provincia se solo avessero un briciolo di memoria. Pavia e la sua provincia non dovrebbero dimenticare cosa sono state e cosa hanno rappresentato nelle pagine del Risorgimento, e pensare per tempo, dunque ora, ad appuntamenti mirati. A rassegne adeguate. Dove giocare alla grande una posizione che poche altre località italiane hanno avuto su quel complicato scenario in cui, spariti gli Stati pre-unitari, viene a sorgere il Regno d’Italia. Perchè Pavia sulla scacchiera del Risorgimento dispone pezzi fondamentali: l’Università tanto per cominciare. Con Padova l’unica del Lombardo-Veneto e dunque sorgente di idee e culla di intellettuali e studenti volontari ad ogni mischia, dentro ogni utopia e trama cospirativa. Poi la famiglia Cairoli: con quella madre terribile che buttava i figli sui campi di battaglia e poi se li andava a prendere e li coccolava morenti. Simbolo dolente, l’Adelaide che vedete nel monumento davanti alla cupola Arnaboldi, di un’Italia «mater dolorosa» che ci perseguita ancora con la sua filigrana di lutti e sangue e dolori necessari ad accenderle il cuore. E poi i legami stretti con garibaldini e mazziniani, con Genova, Torino e Milano e i luoghi d’arme delle prime due guerre d’indipendenza a un tiro di schioppo. Senza parlare del grande gioco spionistico e cospirativo che tra Ticino, Po e Gravellone, prepara il tutto. Come se qui fosse stata la Cortina di ferro, dove giocavano a rimpiattino barcaroli e informatori, spie d’osterie, belle donne da ghiaia e sbirri appostati nella bruma. Per non parlare del dopo: il Regno che s’affida a presidenti del consiglio pavesi o oltrepadani doc, vale a dire Cairoli e Depretis per non parlare dei comprimari che seguono. Cospiratori diventati rivoluzionari o trasformati in rampanti del potere. Repubblicani golpisti che assediano caserme e socialisti alle prese con le prime Società di Mutuo Soccorso.
domenica, 27 settembre 2009, 11:39 *** link *** inserito da irenecampari ***

Le lavandaie non fanno male a nessuno

Idroscalo. C'è anche chi lo vorrebbe abbattere. Tanto non c'è più nulla di autentico legato alla vita del fiume Ticino. Lo sostiene oggi un lettore su La Provincia pavese. E poi è brutto. Allora, dico, abbattiamo anche la tettoia di Piazza Vittoria; se della bruttezza dell'Idroscalo non abbiamo responsabilità, di quella della tettoia sì. Questa è una città che ha distrutto tutto ciò che poteva distruggere di legato alla storia del Novecento. Rimangono le lapidi ai caduti, in guerra, perchè quelli morti sul lavoro o nel loro letto, ma a causa del lavoro, pare non debbano avere monumenti a futura memoria. E non appaia una posizione ideologica; ho piuttosto la netta impressione che una certa ideologia abbia operato a Pavia negli ultimi decenni, atta a cancellare ogni segno della memoria del lavoro e di chi faticava. Romantica la statua alla lavandaia, certo, ma non era una categoria troppo sindacalizzata; il suo lavoro, per quanto faticosissimo, non era avvelenato dalla chimica e dalle ferriti che invece aumentavano i profitti degli imprenditori locali e importati; inoltre non lavava su terreni alla portata di ghiotte speculazioni. La lavandaia sì e gli edifici dell'ex Snia no (costruiti con mattoni di argilla di una cava aperta appositamente); la palazzina Liberty della ex Neca no, l'ex consorzio agrario nemmeno. Ma dove andavano tutti quegli operai e lavoratori che negli anni Cinquanta arrivavano a Pavia da tutta la provincia in bicicletta nel buio e nella nebbia delle mattine d'inverno? Si chiederà qualcuno un giorno davanti a certe fotografie.  A pescare a Ticino? Collaboravano con la lavandaia? Ma sì, buttiamo giù anche l'Idroscalo. E spingiamo affinché in sua vece venga impiantato un bel ristorantone galleggiante modello astronave con vista pelo d'acqua. Per l'Expo2015 hanno già riflettuto anche su questo. Nuovo, lucido e bello, con i cavedani di plastica mossi dai molendi vorticosi e inquinati dai residui di abitudini altolocate. Proprio quello che ci vuole per rinfrancarci nell'ormai identitario e salubre torpore. Per riavviare la memoria, dopo un così violento e inesorabile resettaggio, solo dal futuro ci è concesso farlo.

Irene Campari

[Foto da F.S.]
venerdì, 25 settembre 2009, 17:09 *** link *** inserito da irenecampari ***

Ripreso il processo per Piazza della Loggia

ANSA - Brescia. Con il confronto tra due testimoni, il giornalista Giuseppe Rinaldi e Angelo Preda è ripreso oggi in tribunale a Brescia, dopo la pausa estiva, il processo per la strage di Piazza della Loggia, avvenuta il 28 maggio 1974. Davanti alla Corte d'Assise è stato necessario procedere a un faccia a faccia tra due testi per le divergenze emerse nelle loro deposizioni, rese poco prima, in merito a presunti pagamenti al neofascista bresciano Ermanno Buzzi collegati alle rivelazioni sulla strage che avrebbe annunciato prima di essere ucciso in carcere a Novara. Vicenda che sarebbe emersa per la prima volta da quando si indaga sulla strage. Buzzi, definito dai giudici "un cadavere da assolvere", dopo essere stato assassinato venne scagionato dall'accusa d'aver preso parte all'eccidio. Oggi durante la sua deposizione Rinaldi, giornalista di 'Chi l'ha vistò, ha riferito di un incontro avvenuto alcuni anni fa alla presenza di Manlio Milani, Presidente dell'associazione familiari delle vittime di Piazza della Loggia, con Giuseppe Preda, che negli anni settanta, per reati comuni, fu in carcere. In carcere Preda conobbe, tra gli altri, Buzzi e Roberto Agnellini.
giovedì, 17 settembre 2009, 23:01 *** link *** inserito da circolopasolini ***

Mauro De Mauro, 16 settembre 1970 - 16 settembre 2009

 La scomparsa, 16 settembre 1970 di Aaron Pettinari

[Sulla morte violenta di De Mauro legata a quelle di Mattei e Pasolini si veda "Profondo nero" di Lo Bianco-Rizza, qui]

E’ una Palermo caotica quella che si appresta a vivere gli ultimi scampoli di un estate calda. Il vento di scirocco non dà tregua fino a togliere quasi il respiro. Una giornata come tante, almeno in apparenza. Sono le 20 e 40 quando Mauro De Mauro, giornalista del giornale “L’Ora” lascia la redazione dopo aver chiuso la pagina sportiva. Il tempo sta cambiando, ora c’è un leggero venticello che rinfresca l’aria ed anticipa l’acquazzone del giorno seguente. Non c’è traffico e De Mauro sulla sua Bmw blu notte sembra quasi essere l’unico a girare ancora per le vie della città. Si ferma in farmacia per delle commissioni e più avanti al bar Spatola in via Pirandello. Compra delle sigarette, del caffè, un fernet e una bottiglia di vino francese. Tra tre giorni si sposa Franca, la primogenita, e stasera a casa viene a cena con il suo fidanzato, Salvatore Mirto. La Bmw si rimette in marcia, pochi minuti e raggiunge via delle Magnolie 58 . Sono le 21 e10. De Mauro parcheggia e sul portone scorge Franca e Salvatore, appena arrivati. Anche loro si accorgono di lui e lo aspettano davanti all’ascensore. Passa qualche attimo.
mercoledì, 16 settembre 2009, 11:17 *** link *** inserito da circolopasolini ***