www.peeplo.com




L'ACQUA è un bene pubblico e comune NON mercificabile. NON si privatizza.


email circolopasolinipv@alice.it

Focus





Iran-New York Times





Per Sami morto in carcere

cosa pubblica




Finanza ed economia

urbanistica

territorio

Ambiente e clima

Antimafia

Conflitti e guerre

Informarsi è civiltà

Memoria




libri

Città sapiente



Segrete speranze


passato prossimo




Dossier Festival 2006

Pogrom 2007
La Gandina di Pieve


Formigoni ri-querela il Gruppo Espresso

Sarebbe la volta di La Repubblica per l'articolo che ieri, 22 novembre, Alberto Statera ha dedicato all'inchiesta sulle bonifiche in Lombardia e oltre. Lo scrive Dagospia, Qui.
lunedì, 23 novembre 2009, 12:54 *** link *** inserito da irenecampari *** commenti

"Lady Abelli, gli affari e l'ira del Faraone"

Il terremoto che scuote la giunta Formigoni. E il Consiglio regionale della Lombardia vara una commissione d´inchiesta di Alberto Statera

«Il Faraone è tornato e saprà distinguere tra amici e nemici», tuona minaccioso Giancarlo Abelli, deputato e vicecoordinatore nazionale del Popolo delle Libertà, detto per l´appunto il Faraone, nella sala grande del collegio Cardano di Pavia. È reduce da un «vertice» milanese con Roberto Formigoni, Ignazio La Russa e Mariastella Gelmini dedicato ad affrontare lo scandalo della bonifica di Santa Giulia-Montecity, il nuovo quartiere che forse galleggia su un mare di veleni, dove è affogato oberato dai debiti Luigi Zunino e che sta terremotando la politica lombarda. Fino al punto da farla sembrare la tarda replica della saga del «mariuolo» craxiano Mario Chiesa, configurando la tangentopoli milanese del nuovo millennio, targata non più Psi, ma Cl-Pdl. Ciò che giorno dopo giorno sembra rendere ormai una scommessa la ricandidatura del governatore ciellino al Pirellone nel prossimo marzo. Non meno di duecento persone capeggiate dal sindaco pavese Alessandro Cattaneo, cui sfugge una lacrimuccia, da quello di Vigevano Ambrogio Cotta, dal presidente della provincia Vittorio Poma e dai «generali» della sanità lombarda, omaggiano il Faraone redivivo. Il quale rivela commosso di aver appena ricevuto una lettera dalla sua signora Rosanna Gariboldi, ex assessore alla provincia di Pavia, in carcere per associazione a delinquere e riciclaggio di 22 milioni di euro insieme a Giuseppe Grossi, il ras delle bonifiche ambientali, quello che regalava orologi a politici e funzionari (per 6 milioni e mezzo di euro) come un distintivo di appartenenza al suo clan. Lady Abelli, come la chiamano a Milano, in cella si dispera, «ma noi siamo forti - avverte il marito in quel melting pot di ex democristiani, ex socialisti, ex fascisti, ex comunisti confluiti nel nuovo potere berlusconian-ciellino - e se qualche finto amico pensa che il vecchio leone sia ferito e vuole tirargli un calcio, si sbaglia di grosso.

domenica, 22 novembre 2009, 13:47 *** link *** inserito da irenecampari *** commenti (2)

Termovalorizzatori green

Da un articolo de "La tribuna di Treviso" del 6 novembre 2009.

Inceneritore, i terreni acquistati da Grossi
di Federico Cipolla

L’area a rischio di Nerbon è in mano a «Rea Dalmine», non alla società di Unindustria

SILEA. I terreni su cui verrà costruito l’inceneritore non sono di Unindustria, ma di «Rea Dalmine». Lo si scopre leggendo i preliminari d’acquisto dell’area di Nerbon su cui dovrebbe sorgere l’impianto. Giuseppe Grossi, arrestato due settimane fa, attraverso la società «Rea» di cui è amministratore delegato, è infatti titolare dei contratti preliminari di acquisto dei terreni. I contratti sono stati siglati tra la famiglia Buffon e Claudio Vittorio Sironi, a nome della «Rea Dalmine spa», di cui è consigliere e rappresentante legale. La firma di «Iniziative ambientali» non c’è. Grossi è dunque, come dichiarato da Alessandro Vardanega, presidente di Unindustria, un semplice partner tecnologico o il vero e proprio regista dell’operazione termovalorizzatore? E’ l’interrogativo che si pongono gli amministratori di Silea e i Comitati dei cittadini, anche alla luce della somma di dearo che dovrebbe essere scucita da «Rea Dalmine» per l’acquisizione definitiva dell’area di Nerbon, una volta ottenuti i permessi a costruire. Si parla di 5 milioni di euro circa, che saranno pagati ai titolari della Silea Legnami una volta ottenute le autorizzazioni regionali per la costruzione dell’impianto. L’a cquisto potrà però diventare definitivo anche prima. In questi giorni sono in corso febbrili incontri per concludere la trattativa. Già mercoledì si sarebbe tenuto un vertice con la famiglia Buffon e i suoi rappresentanti per determinare il passaggio di proprietà dell’area. Anche perché i preliminari di acquisto, già rinnovati una volta, scadranno il 15 gennaio 2010.

venerdì, 20 novembre 2009, 15:18 *** link *** inserito da irenecampari *** commenti

Cip not ceap

Le bonifiche, i termovalorizzatori e altro in due articoli de La Stampa e La Repubblica. Ricordo che Pavia è insieme a Brescia la provincia che meno investe sulla raccolta differenziata dei rifiuti, fatto che in generale favorisce lo smaltimento in inceneritori. Le società di Grossi prevedevano un "impianto di produzione di energia da biomasse" a Casei, ma molti lo ritenevano un termovalorizzatore dissimulato. Grossi gestisce tramite la Rea Dalmine il Termovalorizzatore di Dalmine e tramite un'altra società anche uno in provincia di Latina; di questo era stato chiesto - e negato - il raddoppio. (ic)

1- CONTI ALL´ESTERO, FATTURE FALSE E POLITICA ECCO LA RAGNATELA DEL "RE DELLE DISCARICHE"...

Piero Colaprico per "la Repubblica"

Imbrogli per fare imbrogli, per fare altri imbrogli e per intascare un sacco di soldi in contanti. Questa sembra, in estrema sintesi, la vita segreta di un multi-milionario che sino a un mese fa, quando il 20 ottobre è stato arrestato per riciclaggio con vari collaboratori, era sconosciuto al grande pubblico. Si chiama Giuseppe Grossi, ha 62 anni, ed è un protagonista di quello che potremmo definire il «sistema-discarica». La parola sistema viene suggerita da Palazzo di giustizia: «A differenza di Tangentopoli, non c´è un Mario Chiesa che crolla e parla. Però ci sembra di stare vicino a un sistema di corruzione molto esteso», dicono gli investigatori. Hanno sotto esame i trucchi contabili e le bonifiche delle discariche. Lo scenario che gli si sta aprendo davanti porta, secondo attendibili indiscrezioni, all´enorme business dei termovalorizzatori. E cioè agli impianti che inceneriscono i rifiuti e trasformano il vapore in energia. C´è un´espressione che conoscono in pochi, ma che ci riguarda tutti, perché ci toglie il denaro dalle tasche (e nemmeno lo sappiamo). È «Cip 6». Il gestore nazionale dei servizi elettrici (Enel) è obbligato per legge ad acquistare l´energia da chi la produce attraverso fonti considerate rinnovabili. E non al costo di mercato. Su questo acquisto obbligatorio è stato imposto un sovrapprezzo di circa il 7 per cento, che viene ritoccato ogni trimestre dal governo e addebitato direttamente sulle bollette di casa. Questa cifra, a conti fatti, supera i 3 miliardi di euro all´anno. Tre miliardi che, in base al Cip 6, escono dalle tasche già malridotte dei cittadini italiani per andare a vantaggio di chi? Di chi ha in mano i termovalorizzatori. E guarda caso, in tutt´Europa è solo l´Italia che concede questo incentivo agli imprenditori (spesso legati alla politica) che bruciano rifiuti.

venerdì, 20 novembre 2009, 14:12 *** link *** inserito da irenecampari *** commenti

Segreto di Stato: i rifiuti argomento da servizi segreti

Il 1° Maggio 2008 in Italia è entrato in vigore il Dpcm (Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri) che allarga il campo d’applicazione del segreto di Stato, in nome della tutela della sicurezza nazionale, ad una lunga serie di infrastrutture critiche tra le quali “gli impianti civili per produzione di energia”. Questo significa che i siti per il deposito delle scorie nucleari, nuovi impianti civili per produzione di energia, centrali nucleari, rigassificatori, inceneritori/termovalorizzatori sono coperti da segreto di Stato. Segreto che si estende anche agli iter autorizzativi, di monitoraggio, di costruzione e della logistica di tutta la filiera quindi anche delle discariche. Dpcm: “nei luoghi coperti dal segreto di Stato le funzioni di controllo ordinariamente svolte dalle aziende sanitarie locali e dal Corpo nazionale dei vigili del fuoco, sono svolte da autonomi uffici di controllo collocati a livello centrale dalle amministrazioni interessate che li costituiscono con proprio provvedimento” e le amministrazioni “non sono tenute agli obblighi di comunicazione verso le aziende sanitarie locali e il Corpo nazionale dei vigili del fuoco a cui hanno facoltà di rivolgersi per ausilio o consultazione”. Di fatto vengono poste sotto il segreto di Stato anche le informazioni, le notizie, i documenti, gli atti e le attività attinenti alle materie di riferimento. In altre parole un vero e proprio divieto di divulgazione, in quanto chiunque dovesse rendere noto, per esempio, l’esistenza di una discarica di scorie nucleari nel proprio comune, rischierebbe fino a cinque anni di reclusione (art. 261 del Codice penale: rivelazione di segreti di Stato Chiunque rivela taluna delle notizie di carattere segreto indicate nell'articolo 256 e' punito con la reclusione non inferiore a cinque anni.

venerdì, 20 novembre 2009, 13:58 *** link *** inserito da circolopasolini *** commenti

Spazzatour

Bertolaso e i rifiuti «spariti» Terzigno e la bomba a tempo di Massimiliano Amato

«Ma davvero Bertolaso ha portato i giornalisti a Terzigno? E che ha detto?». Che la discarica è stata realizzata a norma di legge, professore. «Può essere anche se non ne sono tanto convinto. Di una cosa, però, sono certo: quella discarica èunabombaadorologeria ». Franco Ortolani, geologo, direttore del Dipartimento di Pianificazione e Scienza del territorio dell’Università di Napoli “Federico II”, si fa raccontare lo “Spazzatour” promosso dal capo della Protezione Civile, giro nei luoghi sottratti all’emergenza monnezza con soste a Terzigno nel cuore del Parco Nazionale del Vesuvio, e al termovalorizzatore di Acerra. Poi smonta punto per punto l’operazione propagandistica del sottosegretario. «Il buco di Terzigno è un pessimo lascito ai campani del futuro: non solo sorge in area protetta e vulcanica, quindi sulla carta superprotetta, ma è un cono di settanta metri che si riempirà progressivamente rendendo inutili, a lungo termine, gli interventi di impermeabilizzazione effettuati e materialmente impossibili, da qui a venti- trent’anni, eventuali operazioni di svuotamento e bonifica. Sa che cosa si creerà, là sotto? Un nuovo giacimento geologico fatto di sostanze che inquineranno irreversibilmente le falde acquifere ».
giovedì, 19 novembre 2009, 15:41 *** link *** inserito da circolopasolini *** commenti

I foschi quadri immaginari, e la storia

di Irene Campari

Quella sulle bonifiche è una delle più consistenti e profonde inchieste mai avviate in Lombardia negli ultimi anni, avvicinabile per entità e vastità a quella che ha riguardato l'ex area Omar-Petrol Dragon di Lacchiarella e Dresano, o a quella, per rimanere nel pavese, che ha coinvolto nel 1995 l'ex area Zeta Petroli di Albaredo Arnaboldi e l'ex San Martino immobiliare di Tromello. E' di queste ore la notizia che anche un magistrato antimafia sia stato cooptato nel pool milanese di magistrati inquirenti; si fanno i nomi di figure responsabili di imprese in odore di mafia dedite al movimento terra. In questi mesi, altre inchieste avevano portato in carcere esponenti della 'ndrangheta che da decenni operano nel sud milanese, in particolare a Buccinasco, nel movimento terra e nello smaltimento di rifiuti e che avrebbero fatto di questo business quasi un monopolio territoriale. Alcuni giornalisti ne avevano già fatto oggetto di pubblicazioni, allertando l'opinione pubblica sul pericolo più che reale di integrazione degli interessi criminali nell'economia produttiva dell'area tanto prossima a Pavia. Anche alcuni uomini di teatro hanno offerto il loro contributo alla consapevolezza. Voglio ricordare, per esempio, Giulio Cavalli, attore di Lodi, sotto scorta poichè minacciato dalle cosche che non vedevano (e non vedono) di buon occhio il suo spettacolo teatrale "Do ut des", dedicato alla caricatura della mentalità mafiosa. La settimana scorsa, Cavalli ha allestito il suo spettacolo a Buccinasco. Terra tristemente nota per il radicamento di alcune cosche calabresi, Barbaro e Papalia innanzitutto. Il Comune di Buccinasco è noto anche per aver negato la cittadinanza onoraria a Roberto Saviano. Le cosche Barbaro Papalia sono nominate nell'articolo che oggi Il Giornale dedica alle inchieste sulle bonifiche condotte non solo in Lombardia dalle società di Giuseppe Grossi. Ma un'altra cosca fu nominata direttamente dall'imprenditore quando, nel febbraio scorso, ad inizio indagini, dichiarò che si era liberato dagli 'ndranghetisti del clan Mazzaferro che avrebbero avuto in mano una delle società da lui rilevate. Abbiamo anche letto in reportage informati che spesso di certa manodopera, se si vuol vivere tranquilli, non si può far a meno poiché i mezzi che usano per persuadere sono molto convincenti. I quadri immaginari che suscitano però mozziconi di informazioni che rimbalzano da certe inchieste sono deprimenti e desolanti come l'età che viviamo: migliaia di camion caricati di rifiuti nocivi che di notte percorrono strade su strade per depositare clandestinamente il loro oro (tanto vale) in bui anfratti nascosti spesso in luoghi densamente popolati. E' questa l'Italia produttiva della delocalizzazione nell'Est europeo e nel sud est asiatico? E' anche a questo che ci ha portato la riconversione del territorio da industriale a residenziale e commerciale? E' la parte dell'inchiesta che dovrebbe interessare tutti gli ambientalisti, anche quelli che finora sul fronte delle bonifiche locali non hanno mai detto nulla. Ed è anche quella che dovrebbe far riflettere, in generale, coloro che hanno sostenuto che la mafia nel pavese non esiste, relegando il dramma alle fabule arcaiche dei mafiosi analfabeti e alle terre sfortunate del Sud. Qualcuno si può anche illudere ancora, ma la realtà sembra disgraziatamente smentirlo un giorno sì e l'altro pure.

giovedì, 19 novembre 2009, 14:37 *** link *** inserito da circolopasolini *** commenti

I futuri mariti

di Alessandro Da Rold per "Il Riformista", via Dagospia

C'è una fotografia del settembre dello scorso anno che vale la pena rammentare. Mariastella Gelmini, ministro dell'Istruzione, è a cena sul Lago di Garda, a Desenzano, insieme ai vertici del Popolo della libertà lombardo. Insieme a lei, c'è il futuro marito Giorgio Patelli, padre del figlio che aspetta. L'imprenditore bergamasco, immobiliarista, esperto in estrazione di cave, ascolta interessato i convitati. «Tra un risotto e un branzino alla brace», come riportano le cronache del Giornale di allora, si fa più di un accenno alle elezioni regionali del 2010. Al tavolo ci sono Giancarlo Abelli con la moglie Rosanna Gariboldi, Guido Podestà, attuale presidente della provincia di Milano, Massimo Ponzoni, assessore all'Ambiente in regione Lombardia e Adriano Paroli, sindaco di Brescia. Manca il governatore Roberto Formigoni. Ma proprio di lui si parla, perché i quotidiani il giorno dopo scriveranno di «un patto sulle elezioni regionali: dopo Formigoni c'è Gelmini», con il presidente ciellino in partenza verso Roma. La cena, però, non è solo occasione per discutere del futuro politico del Pirellone, di cui tanto si parla in questi mesi, tra malumori leghisti e dell'area laica del Pdl. E' una delle prime cene ufficiali per Patelli, imprenditore cinquantenne che riscuote successo tra le donne, balzato agli onori delle cronache in poche occasioni, spesso non particolarmente esaltanti. Il suo nome è saltato fuori dall'interrogatorio di dieci ore cui è stato sottoposto Ponzoni, il sette novembre scorso, nell'ambito dell'inchiesta sulla bonifica Montecity-Santa Giulia che vede coinvolto il re della bonifiche Giuseppe Grossi.
giovedì, 19 novembre 2009, 14:34 *** link *** inserito da circolopasolini *** commenti

Bonifiche, ora spunta la ’ndrangheta

di Enrico Lagattolla

Il pool di magistrati al lavoro sul caso Santa Giulia si allarga: tra questi anche un magistrato dell’antimafia. È il pm che ha arrestato la cosca calabrese per il racket del movimento terra. Ieri altro interrogatorio per Grossi. Non solo riciclaggio. Non solo fondi neri ed evasione fiscale. Non solo corruzione. Nell’inchiesta sulla bonifica di Santa Giulia si sta aprendo un capitolo ancora più allarmante. È un’ipotesi di smaltimento illegale di rifiuti tossici. E, soprattutto, è l’ombra della criminalità organizzata che si allunga sull’intera vicenda. Per questo, la procura si sta organizzando. Ai due pm titolari dell’inchiesta, Laura Pedio e Gaetano Ruta, si sono infatti aggiunti altri due magistrati. Con due compiti diversi. Il primo, Frank Di Maio, dovrà accertare se i materiali inquinanti scaricati nel corso degli anni nei terreni di Rogoredo dalla Montedison non siano ancora sotto Santa Giulia. C’è poi un quarto pm chiamato a unirsi al pool. Appartiene alla Direzione distrettuale antimafia, e ha lavorato a un’inchiesta sulle aziende di movimento terra legate alla ’ndrangheta, e che operavano in Lombardia. Quell’indagine, poche settimane fa, ha portato all’arresto di 17 persone legate alle cosche dei Barbaro e Papalia. È il business degli scavi e dello smaltimento dei rifiuti. È il «controllo - scrive il gip Giuseppe Gennari nell’ordinanza di custodia cautelare del 26 ottobre scorso - dell’attività di “movimento terra” nella zona sud ovest dell’hinterland milanese». Sono i camion che partono dai cantieri e scaricano nelle cave lombarde, e non solo. Gli investigatori stanno cominciando a seguire le tracce di quei convogli. Una di queste, porta a una discarica del vercellese, aperta da una delle società (la «Aimeri») di Giuseppe Grossi, il re delle bonifiche finito in carcere e ieri nuovamente interrogato per diverse ore dai pm. Una discarica che, fatto strano, si trova nella riserva naturale di Baragge, in Piemonte. In quei terreni sarebbe stata scaricata parte dei materiali di scavo provenienti da Santa Giulia, grazie a viaggi notturni (con una cinquantina di mezzi) organizzati da una società di trasporti in odore di mafia. Risultato, sottosuolo contaminato da Ddt. Ma è solo uno dei siti nel mirino di pm e Guardia di finanza. Di cave, in Lombardia, ce ne sono diverse. A Bergamo, in particolare. E, da tempo, il tema agita la politica. L’ultimo caso è quello di Cinzia Secchi, da vent’anni responsabile al Pirellone della sezione cave, trasferita ad altro incarico nel gennaio scorso. A farla «saltare» sarebbe stata l’indagine del pm Grazia Colacicco sui suoi legami con alcuni imprenditori del settore ambientale, uno dei quali anche membro fino al 2006 del comitato tecnico consultivo regionale per le attività estrattive. Il pool, dunque, ha iniziato a scavare. Per questo la Gdf ha acquisito in Provincia il piano di caratterizzazione di Santa Giulia, ossia i documenti relativi alle prime fasi della bonifica. Per lo stesso motivo, ora, anche l’antimafia cerca di capire che fine abbia fatto la terra contaminata. È la parte più «sporca» di questa inchiesta. È la criminalità organizzata che, fin dall’inizio, gioca un ruolo in questa vicenda. In fondo, era stato Grossi, prima di essere arrestato, a dirlo ai pm. «Mi ero reso conto - aveva messo a verbale - che la Sadi di Torino (una delle società del gruppo Green Holding, ndr) era in mano a un clan malavitoso calabrese».

Il Giornale, 19 novembre 2009

giovedì, 19 novembre 2009, 12:15 *** link *** inserito da circolopasolini *** commenti

"Bonifiche, 36 milioni di spesa"

PAVIA. «Non mi dimetto perchè la vicenda giudiziaria che vede coinvolta l’ex assessore Gariboldi non tocca la Provincia. Se si potesse soltanto sospettare un collegamento, sarei pronto a lasciare»: il presidente Vittorio Poma reagisce così al fuoco di fila che lo investe in aula. E replica snocciolando dati alla richiesta di convocare una commisione consiliare che passi al setaccio tutte le bonifiche avviate in provincia di Pavia con un occhio di riguardo per quelle seguite dal gruppo di Giuseppe Grossi, l’imprenditore arrestato con Rosanna Gariboldi. «Dal 1998 ad oggi - legge Poma - le bonifiche portate a termine con fondi pubblici sono costate 36 milioni di euro. Di queste bonifiche, le principali seguite da società del gruppo Grossi sono state a Monticelli, Spessa, Parona, Broni, oltre a due bonifiche private a Casei Gerola e a Marzano. E va chiarito che in qualsiasi operazione di bonifica sono i Comuni a bandire la gara d’appalto e a ricevere i fondi: la Provincia ha un puro ruolo di controllore esterno». Spiegazioni che arrivano alla fine di un dibattito pacato solo in apparenza con Rifondazione a chiedere le dimissioni immediate della giunta provinciale, il Pd un po’ più morbido ma comunque sulla linea delle dimissioni, e la maggioranza a difendere presidente e giunta. Il fuoco di fila, però, parte fuori dall’aula un’ora prima che il consiglio provinciale inizi: la Federazione della sinistra alternativa volantina per le dimissioni di Poma dietro un gazebo con striscione più che chiaro: «C’è chi ruba e chi lavora... Dimissioni ora». A pochi metri di distanza, Forza Nuova e Fiamma Tricolore volantinano chiedendo le dimissioni «Perchè la politica deve tornare ad essere uno strumento che tuteli i liberi cittadini» e non «Uno strumento a scopi di interesse personale». Per prevenire contatti tra sinistra alternativa e destra antagonista le forze dell’ordine sono schierate in massa. «In realtà non c’è mai stato rischio di scontro - taglia corto il responsabile provinciale di Forza Nuova Daniele Spairani -. Finiamola di alimentare un clima di contrapposizione e basta considerarci violenti. A dir la verità abbiamo cercato di parlare con la sinistra, hanno rifiutato il dialogo». In aula è Teresio Forti di Rifondazione a chiedere dimissioni “ora e subito”, stigmatizzando il fatto che non si sia concesso il voto. «E’ lo statuto a vietarlo», taglia corto il presidente Luigi Bassanese. Pierangelo Fazzini, il capogruppo del Pd, chiede una commissione sulle bonifiche e chiede «che anche gli assessori, come i consiglieri, presentino una dichiarazione sui patrimoni personali».
Poi chiede le dimissioni. «Atto di correttezza - aggiungerà Giuseppe Villani del Pd - che segnerebbe una svolta». Poi l’apertura: «E nessuno vieterebbe che dopo la svolta Poma si possa ricandidatre...». E’ il capogruppo Pdl ha stroncare la minoranza: «Oggi ci occupiamo di reati soltanto presunti. Reati che in ogni caso non toccano l’attività della provincia. E chi può decidere se mandare a casa una giunta eletta sono soltanto gli elettori». (s. ro.)

La provincia pavese, 19 novembre 2009

giovedì, 19 novembre 2009, 06:35 *** link *** inserito da irenecampari *** commenti

«Grossi, un enorme sistema illecito»

L’inchiesta - Il re delle bonifiche di Giuseppe Guastella (Corriere)

I giudici sulla Gariboldi: professionalità criminosa. Indagini sul fronte politico

MILANO — Grossi non ha «svelato a chi siano stati desti­nati gli oltre cento orologi di estremo valore che non sono stati rinvenuti» nella sua di­sponibilità e i rapporti «con politici e amministratori loca­li ». Sembra puntare a uno sce­nario politico l’inchiesta sulla bonifica dell’area milanese Montecity-Santa Giulia, e non solo per il coinvolgimen­to dell’ex assessore provincia­le del Pdl di Pavia Rosanna Ga­riboldi. A confermarlo è un passaggio delle motivazioni con le quali il tribunale del rie­same rifiuta la scarcerazione di Giuseppe Grossi, il re delle bonifiche ambientali arresta­to con Gariboldi e altre tre persone il 20 ottobre per asso­ciazione per delinquere e rici­claggio di 22 milioni di euro. I giudici definiscono Grossi il «principale beneficiario della complessa macchinazione ille­cita ordita avvalendosi di strutture societarie, professio­nisti, collaboratori e dipen­denti compensati per il loro apporto all’illecito».

[...]

Gravi indizi
I giudici definiscono «con­vincente » l’ordinanza con la quale il gip Fabrizio D’Arcange­lo aveva disposto il carcere per i 5 indagati confermando l’esistenza di «gravi indizi» a loro carico. L’accusa sostiene che grazie a sovrafatturazioni sulla bonifica avvenute attra­verso società con sede in para­disi fiscali, Grossi avrebbe co­stituito una riserva di fondi al­l’estero fatti rientrare in Italia attraverso «una rete di contat­ti (ben lungi dall’essere anco­ra completamente disvelata) con persone necessariamente dotate di preparazione specifi­ca e professionale». Un’asso­ciazione per delinquere che è «pacifica» e in cui il re delle bo­nifiche dava «ordini che non ammettevano discussione» commettendo «un numero im­pressionante di reati fiscali, ap­propriazioni indebite e rici­claggio » .

Dedizione all’illecito
Pesanti le considerazioni sulle esigenze cautelari. Gros­si non deve uscire dal carcere perché ha dimostrato di esse­re capace di condotte «volte al­la creazione e interposizione di complessi e numerosi scher­mi societari in diverse parti del mondo, nonché all’apertu­ra di conti su diverse banche estere, intestati ad una plurali­tà di persone diverse che obbe­divano pedissequamente ai suoi ordini». Questo «implica una non comune professionali­tà e capacità di complesse deli­berazioni delittuose» e una «stabilità e radicalità della de­dizione a simile attività illeci­ta ». L’imprenditore, inoltre, avrebbe continuato nella sua condotta anche quando ormai sapeva dell’inchiesta, perché c’era stata in Italia la rogatoria con la quale la magistratura te­desca aveva dato il via alle in­dagini e perché a febbraio c’erano stati anche gli arresti di due suoi collaboratori e del­l’avvocato svizzero Fabrizio Pessina. Giuseppe Grossi avrebbe manifestato una «asso­luta indifferenza alle indagi­ni », visto che in un’intercetta­zione del settembre scorso par­la di «occhi puntati contro». Continua «a non percepire nep­pure il disvalore penale delle condotte che egli ha sistematicamente commesso e che ha di­mostrato in concreto di voler continuare a commettere, in­tendendole come normale co­rollario della sua attività».

L’ex assessore
I giudici non sono meno se­veri con Rosanna Gariboldi. È accusata di aver messo a dispo­sizione di Grossi il suo conto presso la banca J. Safra di Mon­tecarlo sul quale, tra il 2001 e il 2007, sono stati registrati 12 versamenti in entrata per più di 2,3 milioni e tre uscite per 1,3; denaro in gran parte arri­vato da Grossi e tornato a lui. Il suo «comportamento non può ridursi, come ella ha tenta­to di accreditare agli atti» a quello di «una sprovveduta (completamente all’oscuro dei complessi meccanismi societa­ri e bancari che le venivano fat­ti attivare) attratta dalla pro­messa del Grossi» di farle fare affari immobiliari vantaggiosi, ma basati solo sulla parola. Ga­riboldi (moglie del vicecoordi­natore nazionale del Pdl, il de­putato Giancarlo Abelli) è sta­ta amministratore pubblico e titolare di società e questo «rende inverosimile la riferita ignoranza». I giudici sono con­vinti, invece, che abbia fornito un «prezioso e professionale contributo alle articolate mac­chinazioni criminose». Altro che affari. Questi, infatti, «esi­gono la garanzia di entrambi di una precisa pattuizione di capitali, interessi e tempi di re­stituzione » che «non c’è sta­ta ». L’ex assessore ha dimo­strato una «non comune pro­fessionalità dell’agire crimino­so tale da garantire una eleva­tissima remuneratività» che negli anni le ha fatto guada­gnare molto denaro. Che si sia dimessa da assessore, infine, non ha alcun rilievo, e quindi neppure il sospetto ventilato dai pm che lo abbia fatto per candidarsi alle prossime Regio­nali.

Giuseppe Guastella, Corriere, 18 novembre 2009

L'articolo integrale Qui.

[da Giorgio]

mercoledì, 18 novembre 2009, 10:06 *** link *** inserito da irenecampari *** commenti

"Il conflitto di Resca? Per i Beni culturali non esiste"

di Vittorio Emiliani (da L'Unità e Eddyburg)

Il caso Mario Resca si fa sempre più imbarazzante. Ieri ha esposto i dati della crisi degli ingressi nei musei e le linee-guida della “sua” valorizzazione. Per i servizi aggiuntivi egli ha una delega specifica del ministro e però si tiene stretto un posto nel CdA della Mondadori SpA che controlla (100 per 100) Electa SpA capofila fra le imprese appaltatrici dei servizi museali medesimi. Quindi - nota la Confsal-Unsa - come Ministero, Resca prepara le nuove gare alle quali, come Mondadori-Electa, poi parteciperà. Conflitto di interessi da manuale. Ma il ministro Bondi e il sottosegretario Giro lo negano. Forse temono che, ammettendolo, “offenderebbero” il Grande Capo che ne ha uno gigantesco. Intanto però dai Beni Culturali – sostiene Confsal - Resca percepisce 160.000 euro lordi l’anno (un direttore di grande museo non arriva ad un quarto), ma ha mantenuto pure la lucrosa presidenza di Finbieticola (che dismette gli ex zuccherifici) e quella di Confimprese. Fioccano le interrogazioni. Rispondendo all’on. Giulietti, il sottosegretario Giro ha negato ogni possibile incompatibilità con Finbieticola, annunciando: “con grande senso istituzionale, il dott. Resca comunicherà, nei prossimi giorni, la sua disponibilità agli azionisti della società a sospendere il proprio mandato”. Attenzione: sospensione, non dimissioni. E ci sono voluti mesi di polemiche e una interrogazione. Su Mondadori-Electa ha presentato un’interrogazione circostanziata l’on. Giovanna Melandri (Pd). Aspettiamo la risposta. La vicenda di Finbieticola si complica. I proventi della vendita dell’area di Casei Gerola (500mila mq all’incrocio fra le autostrade To-Pc e Mi-Ge) sono stati prosciugati dalla bonifica. Eseguita dal rag. Giuseppe Grossi oggi ospite di San Vittore per l’altra di Santa Giulia a Rogoredo (Mi) “gonfiata” – lo accusano - per creare supposti fondi neri. Lui poi ha acquistato l’area di Casei (per un maxi-centro commerciale?) e lui doveva, con la Finbieticola di Resca, costruire una centrale elettrica a sorgo al posto dell’ex zuccherificio (55 milioni di fondi Ue). Ma i Comuni di Silvano e di Casei ed ora anche quello di Voghera dicono no alla centrale, accusando Resca di comportarsi “come un signorotto locale”. La Forestale indaga sulle bonifiche di Grossi in Oltrepò, inclusa Casei. Si concilia tutto ciò con la dignità di un direttore generale ai Beni culturali? Chi valorizza chi? e che cosa?  

da L'Unità e Eddyburg.it - 17.11.2009

[da Giorgio]

martedì, 17 novembre 2009, 14:17 *** link *** inserito da irenecampari *** commenti

Brescia e Pavia maglie nere dei rifiuti

Aria e rifiuti, la maglia nera va a Brescia di Maria Sorbi

La provincia di Brescia detiene un triste primato: è ai vertici della classifica delle zone della Lombardia più inquinate. Seconda sola a Milano. Maglia nera anche per la raccolta differenziata dei rifiuti, che lascia molto a desiderare. Certo, a guardare i dati, ci si può consolare sulla qualità dell’aria, lievemente migliorata rispetto agli anni scorsi. Ma sul resto c’è ancora molto da lavorare. Ad esempio, le aree da bonificare sono ben 158. L’unica provincia a contarne di più (721) è quella di Milano che tuttavia ha dalla sua una superficie più estesa. A Bergamo i siti da bonificare sono un centinaio, a Monza 115, a Pavia 125. Si tratta per lo più di ex benzinai, oppure di aree industriali dismesse. È quanto emerge dai dati diffusi dal rapporto dell’Arpa, l’agenzia ambientale regionale. A scorrere i numeri e le tabelle, si incappa in un’altra spiacevole sorpresa: Brescia e Pavia sono le uniche due province a non aver rispettato gli obiettivi fissati dall’Ue sulla raccolta differenziata. Nel 2007 la percentuale di riciclo era di poco superiore al 35 per cento, contro una media regionale di dieci punti in più. In teoria, entro il 2011 bisognerebbe raggiungere l’obiettivo del 60 per cento dei rifiuti riciclati: traguardo ancora molto lontano. Veniamo alla qualità dell’aria. In base al rapporto dell’Arpa, risulta che il numero dei giorni in cui le polveri sottili hanno sforato i limiti di allerta a Brescia sono calati (145 nel 2006 e 98 nel 2008) ma pur sempre lontani dai parametri richiesti dall’Unione europea, che impone un limite di 35 giorni all’anno. L’attenuante tuttavia c’è e a ricordarla è il presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni che, nella sua lotta per la qualità dell’aria si trova a combattere da anni contro situazioni climatiche sfavorevoli, come la scarsa circolazione dell’aria a causa della presenza della catena delle Alpi. «Sulla Lombardia - aggiunge Formigoni commentando i dati dell’Arpa - gravano fattori di pressione ambientale come una densità abitativa tre volte superiore alla media nazionale, la presenza di quasi un milione di imprese, la circolazione di oltre un milione di veicoli». Nonostante numeri di questa portata, la Lombardia, in base ai controlli firmati Arpa, «emette meno inquinamento rispetto ad altre regioni a dimostrazione dell’efficacia delle scelte politiche messe in campo. La strada imboccata è quella giusta». Il direttore dell’Arpa, Franco Picco, con i grafici sotto mano parla di un «lento ma sostanziale miglioramento che, peraltro, avviene ormai da parecchi anni. Si tratta di un progresso diluito nel tempo - puntualizza - per il quale bisogna continuare ad applicarsi in modo sistematico». Sulle cose che dipendono soltanto dall’azione della Regione, Formigoni fa notare che «siamo primi o tra i primi, per esempio nella raccolta differenziata. Le performance cominciano a migliorare e nel 2007 si sono raggiunto livelli del 47 per cento con meno del 4 per cento di rifiuti che finisce in discarica».

"Il Giornale", 16 novembre 2009
lunedì, 16 novembre 2009, 14:15 *** link *** inserito da circolopasolini *** commenti (1)

"Liberi dalle scorie" respinta dal Governo

Palazzo Chigi ritiene chiuso il caso dopo il ritrovamento del "Catania" al largo di Cetraro
di Matteo Cosenza (direttore de Il quotidiano della Calabria)

La Presidenza del consiglio dei ministri non intende ricevere la petizione “Liberi dalle scorie” lanciata dal Quotidiano e sottoscritta da 27.938 persone. Avete capito bene: a Palazzo Chigi non vogliono neanche acquisire tale documento indipendentemente dalla volontà, tutta da verificare, di dare un corso alle richieste in esso contenute. Da settimane andava avanti questa singolare trattativa, poi venerdì sera Sara Santarelli, segretaria del sottosegretario alla Presidenza del consiglio, Paolo Bonaiuti, pressata dalle nostre telefonate ci ha comunicato la decisione sostenendo che il Governo ritiene chiuso il caso dopo il ritrovamento del “Catania” al largo di Cetraro. Inutile ricordare che quello del Cunsky (Catania?) era solo uno dei punti della petizione: il no è stato netto e imbarazzato. Potremmo chiosare il fatto in tanti facili modi, evitiamo le prevedibili battute, ci fermiamo alla sostanza di un diniego grave all'iniziativa di un giornale e soprattutto all'offesa a decine di migliaia di persone che, esercitando il loro diritto di cittadini, hanno sottoscritto alcune richieste da presentare a chi ha la responsabilità di curare i loro interessi. Nessuno si illudeva che da sola una petizione potesse imporre comportamenti e provvedimenti in una materia tanto rilevante, ma confessiamo che mai avremmo immaginato che si potesse essere arroganti e maleducati fino al punto di non voler neanche ricevere una lettera - tale è la petizione - di tante persone. Forse abbiamo un torto: osiamo ancora pensare che la democrazia non sia solo una parola. Della maleducazione si è detto, ma prima di venire al merito politico della faccenda vorremmo aggiungere un particolare importante.
domenica, 15 novembre 2009, 19:40 *** link *** inserito da circolopasolini *** commenti

"ingenti somme di denaro di provenienza illecita"

«Rosanna Gariboldi non dice la verità»

PAVIA.
«L’indagata non ha chiarito i dettagli dei suoi rapporti economici con Giuseppe Grossi. Per questo deve restare in carcere». Sulla libertà di Rosanna Gariboldi è arrivato, dopo il «no» del Riesame, anche il parere negativo del gip, che ha rigettato ieri mattina l’istanza presentata dai legali Ennio Amodio, Pietro Trivi e Maria Novella Galantini. L’ex assessore provinciale è in carcere da 26 giorni con l’accusa di riciclaggio, in relazione all’inchiesta Montecity. Un tempo destinato ad allungarsi, visto che finora sono state respinte tutte le richieste di libertà. «Le spiegazioni fornite dall’indagata in ordine ai propri rapporti economici con Grossi - dice il gip Fabrizio D’Arcangelo - si rivelano assolutamente implausibili». Questi rapporti, secondo il giudice, si basano su una «regolamentazione opaca, integralmente fiduciaria, sommaria e non documentata». La contestazione riguarda il conto “Associati” di Montecarlo, su cui per sette anni si sono registrati movimenti per quasi due milioni e mezzo di euro. Somme che la Gariboldi aveva spiegato come «investimenti». Per il giudice «la versione dell’indagata non riesce a chiarire gli elevatissimi tassi di redditività di tali investimenti né la circostanza che le operazioni si siano sempre rivelate ampiamente renumerative». I movimenti su quel conto, sempre secondo il gip, non possono essere «giustificati neppure dagli atti di compravendita immobiliare» che l’ex assessore aveva indicato nella vendita di case a Pavia e in Sardegna e l’acquisto di un immobile in Francia. Non sarebbero neppure rilevanti le dimissioni di Gariboldi dal suo incarico come assessore «perchè l’ordinanza di custodia cautelare attiene a condotte di riciclaggio e non a delitti commessi abusando dei poteri di tale incarico». Infine, sul conto in Svizzera: «La prova della avvenuta estinzione non modifica il quadro, connotato dalla sistematicità con la quale la Gariboldi ha ricevuto e trasferito ingenti somme di denaro di provenienza illecita per sette anni». «Siamo amareggiati e delusi nel vedere come una circostanza ritenuta determinante per la custodia in carcere, e che abbiamo provveduto a eliminare con le dimissioni, oggi non assuma più un rilievo decisivo - è il commento dell’avvocato Pietro Trivi -. Così come la prova dell’avvenuta estinzione del conto Svizzero, che nell’ordinanza era stata ritenuta come aggravante del pericolo di reiterazione del reato. A questo punto riteniamo che non si possa che fare appello».

Maria Fiore, "La provincia pavese", 15 novembre 2009
domenica, 15 novembre 2009, 09:44 *** link *** inserito da irenecampari *** commenti

Porta i veleni a galla

Visita il sito www.infondoalmar.info, sta raccogliendo documentazione sulle navi sparenti e dei veleni. Uno scandalo e crimine ambientale internazionale senza eguali nel nostro Paese. Dobbiamo esigere la verità, solo così si potranno fermare trafficanti e speculatori di ogni risma e tutelare ciò che si può ancora tutelare del nostro mare e della nostra salute.
venerdì, 13 novembre 2009, 17:54 *** link *** inserito da irenecampari *** commenti

Le navi dei veleni? eccole qua, tutte e 70

di Alessandra Fava, Paolo Gerbaudo e Andrea Palladino

In fondo al mare italiano non ci sono solo centinaia di navi affondate. I nostri fondali hanno nascosto per almeno un ventennio verità che nessun governo vuole rivelare. E' il nostro un paese non solo di navigatori, ma anche di trafficanti di rifiuti, di logge massoniche più o meno coperte che sulle scorie fanno campare generazioni di imprenditori senza scrupoli, di servizi molto segreti che pensano più alla copertura degli affari sporchi che alla difesa della democrazia. Di governi impegnati – ora come nel passato – ad appoggiare accordi inconfessabili con paesi lontani, per esportare il peggior made in Italy, i rifiuti mortali della nostra industria.
(...)
Oggi sono due mesi esatti dal ritrovamento di un relitto di una nave al largo di Cetraro, in Calabria. Il ministro Stefania Prestigiacomo ha voluto chiudere la vicenda con un sorriso, quasi ironico: quanto siete ingenui – raccontava il suo volto – avete abboccato, era solo un piroscafo affondato nel 1917. Rapida, definitiva la sua risposta. Ma dal fondo del mare la verità, a volte, torna a galla.
(...)
Il 27 ottobre scorso, ventiquattro ore prima dell'annuncio sorridente del ministro Prestigiacomo, la direzione marittima di Reggio Calabria consegna alla  commissione antimafia un elenco di quarantaquattro navi affondate nella zona di sua competenza. Ci sono nove affondamenti fantasma, con coordinate conosciute ma senza un nome della nave. Tra questi c'è anche il relitto di Cetraro, che il giorno dopo verrà identificato come Catania. Ma c'è qualcosa che non torna in quell'elenco.
Nella lista mancano molte navi, il cui affondamento è noto e certo. La Capraia, la Orsay e la Maria Pia, ad esempio, risultano essere affondamenti sospetti – o almeno da verificare – secondo i dati dei Lloyd's (le schede possono essere consultate sul sito infondoalmar.info). Altre navi potrebbero dunque mancare all'appello. E viene da chiedersi: perché in commissione antimafia viene presentato un elenco incompleto? La nostra Marina non possiede tutti i dati? La vicenda di Cetraro e la gestione dell'informazione in questi ultimi mesi non fa che rilanciare i tantissimi dubbi e qualche legittimo sospetto.
Almeno settanta navi sospette sono sui fondali del mediterraneo, con coordinate note, con documentazione facilmente accessibile, con carichi spesso dichiaratamente tossici. Il ministro Prestigiacomo ha spiegato che non può seguire quello che raccontano i giornali, ma per andare a cercare una nave la notizia deve partire da una Procura. I dati che oggi presentiamo sulle settanta navi sono ufficiali, tratti dai registri navali, riscontrati uno per uno negli uffici dei Lloyd's di Londra. In alcuni casi si tratta delle stesse navi che apparivano nelle mappe del faccendiere Giorgio Comerio...
(...)
(La versione integrale dell'articolo e altre informazioni e schede si trovano sul manifesto in edicola)

Il Manifesto, 13 novembre 2009
venerdì, 13 novembre 2009, 14:48 *** link *** inserito da irenecampari *** commenti

"L’affare delle bonifiche, ora si indaga sulle società"

Inchiesta Montecity, verifiche sulle imprese coinvolte nella riqualificazione dell’area di Casei Gerola

PAVIA. Dopo l’acquisizione in Provincia dei documenti sulle bonifiche, l’attenzione degli inquirenti milanesi si sta soffermando sulle società che hanno partecipato ad alcuni degli interventi più importanti sul territorio della provincia di Pavia. Come quello della bonifica dell’ex zuccherificio di Casei Gerola. La Procura di Milano pochi giorni fa ha inviato la Forestale negli uffici dell’ente di Pavia per acquisire le relazioni e i certificati di avvenuta bonifica su diverse aree dal 2005 a oggi. Ora i controlli si stanno spostando sulle società coinvolte negli affari delle bonifiche e sui loro meccanismi di costituzione e partecipazioni. Se gli sviluppi dell’inchiesta milanese, che presenta diverse ramificazioni, non sono facilmente prevedibili, i fatti dicono che nella bonifica dell’ex zuccherificio sono entrate diverse società, collegate tra loro con confini che non sempre appaiono così netti. Al centro c’è l’Immobiliare Casei Gerola, società coinvolta sia nel progetto della centrale a sorgo, sia nella bonifica e nella riqualificazione dell’area dell’ex zuccherificio, almeno fino a un certo punto. La società, partecipata dalla “Walde Ambiente” di Grossi e da Finbieticola Casei, di cui è presidente Mario Resca, (a sua volta partecipata da Rea Dalmine, la stessa impresa coinvolta nella bonifica dell’ex Montedison), è anche quella che presenta la proposta di riqualificazione dell’area dell’ex zuccherificio, nel 2008, al Comune di Casei Gerola. A febbraio l’amministrazione guidata dal sindaco Giancarlo Foschi assume un atto di indirizzo sulla riqualificazione dell’area, successivamente impugnato da Ezio Stella, l’attuale sindaco, e revocato. La delibera si basa su un presupposto non esatto, e cioè che l’Immobiliare Casei Gerola ha acquistato l’area da Italia Zuccheri. E’ la stessa Finbieticola Casei (società scissa da Italia Zuccheri, proprietaria dei terreni), a comunicare, a giugno del 2009, che l’area dell’ex zuccherificio è stata in realtà ceduta alla società “Iniziative Oltrepo”. Che fa sempre riferimento a Grossi. Il quale, quindi, con questo meccanismo acquista l’area, per diversi milioni di euro, e nello stesso tempo la bonifica, incassando, per questo intervento (non finito), i soldi dei finanziamenti europei. Un passaggio che la magistratura milanese sta cercando di chiarire. (m. fio.)

"La Provincia pavese", 13 novembre 2009
venerdì, 13 novembre 2009, 07:05 *** link *** inserito da circolopasolini *** commenti

Anche Giuseppe Grossi, Ferruzzi e Titta restano in carcere

L'inchiesta sulle presunte irregolarità nell'area Montecity Santa Giulia, resta in carcere l'imprenditore delle bonifiche. Rigettata la richiesta di scarcerazione di Giuseppe Grossi e della Gariboldi. Escono invece i due ex finanzieri.

MILANO - Il tribunale del riesame di Milano ha rigettato la richiesta di scarcerazione avanzata dall'imprenditore Giuseppe Grossi, da due suoi collaboratori e da Rosanna Gariboldi, ex assessore provinciale di Pavia e moglie del deputato Pdl Giancarlo Abelli. I quattro, arrestati nell'ambito dell'inchiesta della Procura di Milano sulle presunte irregolarità nella bonifica dell'area Montecity-Santa Giulia, restano in carcere. Gli indagati sono accusati di aver creato fondi neri per oltre 20 milioni di euro, nell'ambito delle operazioni di bonifica dell'area che si trova nella zona sud di Milano. Grossi, che ha chiesto di uscire anche per motivi di salute e aveva annunciato di rinunciare alle sue pillole salvavita, è in attesa di ricevere i periti nominati dal gip.

TORNANO IN LIBERTA' - Hanno invece patteggiato una pena di 2 anni e 6 mesi di reclusione i due ex militari della Guardia di Finanza Giuseppe Anastasi e Paolo Pasqualetti, arrestati lo scorso febbraio nell'ambito della stessa inchiesta. I giudici della seconda sezione penale del tribunale di Milano hanno accolto infatti la richiesta di patteggiamento e hanno anche disposto la scarcerazione dei due ex finanzieri. La richiesta di patteggiamento aveva avuto il consenso dei pm Laura Pedio e Gaetano Ruta, titolari dell'indagine. A febbraio, assieme ai due ex militari era stato arrestato l'avvocato svizzero Fabrizio Pessina. I due ex militari, assistiti dagli avvocati Salvatore Stivala e Claudio Ferrazza, avevano chiesto ai giudici di essere rimessi in libertà, sottolineando che in tutti questi mesi avevano collaborato con la magistratura e messo a disposizione tutto il materiale che gli inquirenti stavano cercando. La loro istanza è stata accolta. Il collegio ha anche disposto la confisca dei beni sequestrati ai due ex finanzieri, tra cui 1 milione e 400 mila euro che i due avevano fatto rientrare dalla Svizzera.

12 novembre 2009 - Milano.Corriere.it

[Da Giorgio]

giovedì, 12 novembre 2009, 18:11 *** link *** inserito da circolopasolini *** commenti

"Quei veleni top secret"

di Riccardo Bocca

Il governo cerca di nascondere la verità sull'inchiesta. L'accusa della parlamentare Pdl dell'Antimafia. Colloquio con Angela Napoli

Angela Napoli, membro Pdl della commissione parlamentare Antimafia, lo dice apertamente:"Il governo sta cercando di nascondere la verità sulle navi dei veleni, e su quella di Cetraro in particolare. Si vogliono coprire segreti di Stato, e la strada scelta è quella del silenzio. O peggio ancora, di dichiarazioni che non stanno in piedi". Parole che arrivano dopo giornate intense. La settimana scorsa Pippo Arena, il pilota del congegno sottomarino che il 12 settembre aveva filmato la nave sui fondali calabresi, ha dichiarato a "L'espresso" che "due stive erano completamente piene". Poi è stato il turno del ministero dell'Ambiente, che ha pubblicato on line le immagini girate a fine ottobre su quello che ha presentato come il piroscafo Catania. Infine è spuntata, tra politici e ambientalisti, l'ipotesi che nel mare di Cetraro ci siano non uno, ma più relitti. "Il che potrebbe giustificare la fretta di voltare pagina del ministro dell'Ambiente", dice l'onorevole Napoli.

Un'accusa pesante, la sua: su cosa si basa?
"Penso, per esempio, a cosa è successo il 27 ottobre quando è stato ascoltato dalla commissione Antimafia il procuratore nazionale Piero Grasso. Appena gli ho posto domande vere, scomode, il presidente della commissione Beppe Pisanu ha secretato la seduta...".
giovedì, 12 novembre 2009, 15:43 *** link *** inserito da circolopasolini *** commenti

La Regione tace

di Gianni Barbacetto per “la Repubblica – Milano”

Il sonno della Regione genera mostri. E la Regione dorme e tace da settimane sullo scandalo delle bonifiche che ha portato in carcere, tra gli altri, l´imprenditore Giuseppe Grossi e la moglie di Gianfranco Abelli, Rosanna Gariboldi, che con il marito aveva un conto a Montecarlo su cui arrivavano i soldi di Grossi. Non risponde il presidente, Roberto Formigoni, che non solo è sempre stato il grande sponsor di Abelli, ma che è il responsabile politico delle scelte dell´amministrazione. Non risponde l´assessore all´ambiente, Massimo Ponzoni, che si è dato malato. Non risponde Massimo Buscemi, altro assessore regionale, che ha al polso (come Abelli, come il misterioso Maurizio L., come tanti altri) uno dei preziosi orologi da collezione che Grossi generosamente regalava agli amici. Tutti zitti, tutti fermi, in attesa che arrivino novità da Palazzo di giustizia. Nessuno che accetti di parlare degli aspetti politici, prima che giudiziari, di questa brutta faccenda. Proviamo a ricapitolarli. In regione ci sono molte aree inquinate da bonificare: Santa Giulia e Bovisa a Milano, ex Sisas a Pioltello, e poi a Sesto San Giovanni, Cerro al Lambro, Casei Gerola. Su questo business mette gli occhi Grossi, che riesce a diventare il re delle bonifiche mettendo in piedi un sistema di relazioni che coinvolge politici e amministratori. Più o meno come il napoletano Romeo in Campania. Il Sistema Grossi può contare su una rete di rapporti e d´affari già pronta: quella degli uomini di Cl e della Compagnia delle opere. Grossi la conquista diventando tutt´uno con Abelli e sua moglie: amici, compagni di vacanze, titolari insieme di conti correnti all´estero...

giovedì, 12 novembre 2009, 15:17 *** link *** inserito da circolopasolini *** commenti

"Mazzette e politica, Mamone apre il libro"

di Graziano Cetara e Matteo Indice

[Il "re delle bonifiche" in questo caso si intende in Liguria]

Il “re” delle bonifiche sarà interrogato per la prima volta in Procura. E nel frattempo cambiano i vertici aziendali. L’uomo d’oro degli appalti genovesi, uno dei principali imprenditori della città coinvolto da due anni nelle più delicate inchieste che mescolano (presunte) mazzette e politica, ha deciso di aprire in parte il libro. Gino Mamone, il patròn della Eco.Ge, sarà interrogato nei prossimi giorni dal sostituto procuratore Francesco Pinto. Ufficialmente nell’ambito dell’inchiesta sulla compravendita dell’area su cui sorgeva l’oleificio Gaslini, bonificata proprio dall’azienda di Mamone. Secondo l’accusa, l’impresario è responsabile di corruzione per aver promesso, o consegnato, denaro agli ex consiglieri comunali Massimo Casagrande (all’epoca dei fatti Ds) e Paolo Striano (un tempo Margherita) in cambio di favori sul cambio di destinazione d’uso della superficie, in modo da agevolarne la cessione a un immobiliarista. E però Mamone è pure il personaggio-chiave di altre due indagini clamorose, che nei mesi scorsi avevano portato a decine di perquisizioni in tutt’Italia. Sono gli accertamenti - s’ipotizza il reato di associazione per delinquere finalizzata alla turbativa d’asta - sul presunto “cartello” d’imprese che si sarebbero spartite a tavolino le assegnazioni pubbliche per il restyling dei terreni sui quali sorgevano le acciaierie Ilva, a Cornigliano.
giovedì, 12 novembre 2009, 13:33 *** link *** inserito da circolopasolini *** commenti

He has a dream

Dichiarazione del vicesindaco Centinaio a La provincia pavese: «Ho un sogno: regalare alla città l’ufficio di informazioni turistiche per il 9 dicembre ... ».

"Regalare"? Ce lo paga lui? Grazie, grazie....

http://www.imaginghostingservice.com/889pb8a15312738.jpg
mercoledì, 11 novembre 2009, 21:42 *** link *** inserito da circolopasolini *** commenti (2)

"Bonifiche, affare da cento milioni "

[A Pavia ci sono anche i 171mila mq della ex Snia da bonificare. Storia lunga anche questa. Il piano di caratterizzazione commissionato nel 2006 dalla Borgo Snia srl dice che il suolo è molto inquinato. Parte della bonifica dell'amianto nel settore di più recente edificazione pare invece essere stata eseguita. Lo vengo a sapere da atti giudiziari relativi al procedimento (per cui è stata chiesta l'archiviazione e per la quale siamo ricorsi in Cassazione) per l'abbattimento nel luglio 2007 dell'edificio vincolato. Gli operai che stavano lavorando nella parte più recente degli edificati della ex Snia dichiarano in quegli atti che la loro attività avrebbe riguardato la demolizione di edifici e la bonifica dell'amianto. A proposito, avendoci trascorso molti mesi in quei metri quadri inquinati ed essendo allora anche consigliere comunale, non mi ricordo che nessuno mi abbia mai detto che si stesse procedendo alla bonifica delle parti e dei settori inquinati da amianto. Nemmeno il giorno in cui è stato abbattuto il capannone e la polvere si sollevava. Avrei dovuto scoprirlo da sola? Forse sì. Irene Campari]

PAVIA.
Grandi aree industriali dismesse e centinaia di piccoli interventi: in provincia di Pavia, dato prudenziale, ci sono tra i 50 e i 70 ettari di terreno inquinato in corso di bonifica o ancora da studiare per capire bene cosa è necessario fare ad un costo che può arrivare a 50mila euro l’ettaro solo per gli studi preliminari. La cifra che circola tra progettisti e imprenditori è stratosferica e dà l’idea di quale sia il business in movimento: per portare a termine tutte le bonifiche avviate o progettate servirebbero più di 100milioni di euro. Dal 1997 ad oggi, dati del settore ecologia di piazza Italia, in provincia di Pavia sono state avviate 300 operazioni di bonifica: la stragrande maggioranza private, soltanto 14 finanziate con soldi pubblici, arrivati sul territorio dallo Stato attraverso la Regione.
mercoledì, 11 novembre 2009, 09:56 *** link *** inserito da circolopasolini *** commenti (1)

"Bonifiche pagate il doppio. Ma col via libera del tribunale fallimentare"

di Luca Fazzo (da Il Giornale)

Si indaga su omissioni e complicità interne che avrebbero favorito Grossi per Pioltello Ci sono state complicità e omissioni all’interno del tribunale di Milano nel consentire a Giuseppe Grossi, il re delle bonifiche ambientali, di preparare il suo colpo migliore: la messa in sicurezza della Sisas di Pioltello, la vecchia fabbrica chimica che ha inquinato in modo terribile il sottosuolo del territorio a est di Milano. Che Grossi avesse gonfiato a dismisura il costo della bonifica Sisas, ottenendone in cambio grandi vantaggi, è stato ampiamente scritto dopo l’arresto dell’imprenditore: finito in carcere per un’altra bonifica, quella di Santa Giulia a Rogoredo, ma al centro dell’inchiesta dei pm Laura Pedio e Gaetano Ruta anche per il gigantesco affare di Pioltello. Tutto da scrivere è come all’interno del tribunale di Milano si sia spianata la strada all’operazione di Pioltello. Il tribunale entra in scena perché la Sisas, la vecchia azienda proprietaria dell’area, fallisce. A prendere in mano il fallimento il giudice Bartolomeo Quatraro, presidente della sezione fallimentare, delega il commercialista milanese Vittorio Ottolenghi. Ed è Ottolenghi a firmare la convenzione che permette a Giuseppe Grossi di mettere le mani sul terreno di Pioltello. In teoria l’affare è semplice e trasparente: Grossi si sobbarca l’onere della bonifica, in cambio la Sisas gli cede una parte dei terreni. Però serve capire quanto costa la bonifica, e quanto valgono i terreni. Ed è qui che iniziano gli inghippi. Una perizia quantifica in 120 milioni di euro il costo della bonifica: a firmarla è curiosamente Claudio Tedesi, lo specialista che è già a libro paga di Grossi per la bonifica di Santa Giulia. Un’altra perizia stabilisce che i terreni destinati a Grossi valgono 19 milioni. Peccato che entrambe le perizie siano sballate. Bonificare Pioltello costa molto meno. E i terreni valgono molto di più. Eppure la convenzione viene firmata. Anche perché l’astronomica valutazione dei costi di bonifica, i 120 milioni, viene fatta propria senza tante storie dal ministro per l’Ambiente dell’epoca, il verde Alfonso Pecoraro Scanio. Tutti d’accordo. A rompere le uova arriva una società creditrice della Sisas, il gruppo Air Liquide, che fa rifare i conti, e scopre che bonificare Pioltello costa meno della metà dei 120 milioni pretesi e ottenuti da Grossi. E che i terreni che Grossi ottiene in cambio valgano molto di più lo scrive, in una perizia bis, lo stesso autore della prima valutazione: non 19 milioni ma 40. Anzi, tenendo conto delle varianti urbanistiche già pronte, 94 milioni. Grazie all’accordo con la curatela fallimentare Grossi sta facendo il colpo del secolo.
martedì, 10 novembre 2009, 14:16 *** link *** inserito da circolopasolini *** commenti